domenica 29 gennaio 2012

Esilio e Nostalgia

Il cigno
A Victor Hugo
I
Penso a voi, Andromaca! – Proprio quel fiumiciattolo
umile e triste specchio dove rifulse un tempo
l’immensa maestà dei vostri dolori di vedova,
che ingrossasti di lacrime, quel falso Simoenta,

ha fecondato a un tratto la fertile memoria
mentre passavo per il nuovo Carrousel.
– La vecchia Parigi non c’è più (l’aspetto
d’una città cambia più in fretta, ahimè! d’un cuore):

solo in spirito vedo quel vasto accampamento
di baracche, coi capitelli sbozzati, colonne,
erbe, massi inverditi dall’acqua di pozzanghere
e alle vetrine il confuso ciarpame variopinto.

Là c’era un serraglio una volta. Là un mattino
nell’ora in cui sotto il cielo freddo e chiaro
il Lavoro si sveglia e sospingono gli spazzini
per l’aria silenziosa un torbido uragano,

vidi un cigno fuggito dalla sua gabbia:
con i piedi palmati sfregando il secco selciato
sul terreno ruvido trascinava il bianco piumaggio.
Presso un rigagnolo asciutto col becco spalancato

Tuffava nervosamente le ali nella polvere,
e diceva, il cuore colmo del bel lago natale:
“ Acqua, quando cadrai? Quando tuonerai, folgore?”
Rivedo quell’infelice, mito strano e fatale,

a volte verso il cielo, come l’uomo d’Ovidio,
verso il cielo ironico e crudelmente azzurro,
protendere l’avida testa sul collo convulso,
come se rivolgesse il suo rimprovero a Dio!

II

Parigi cambia! ma niente nella mia malinconia
s’ è mosso! Palazzi nuovi, impalcature, blocchi,
vecchi quartieri, tutto per me diventa allegoria
e pesano più di macigni i miei cari ricordi.

Così davanti a questo Louvre un’immagine m’opprime:
penso al mio grande cigno, con i suoi gesti insensati,
come gli esiliati ridicolo e sublime,
corroso da un desiderio che non ha tregua! E a voi,

Andromaca, dalle braccia del vostro grande sposo
caduta in mano al superbo Pirro, povero agnello,
curva ed estatica presso un sepolcro vuoto;
vedova di Ettore, ahimè! E moglie di Eléno.

Penso alla negra, denutrita e tisica,
che scalpiccia nel fango e cerca, l’occhio smarrito,
gli alberi assenti di cocco della superba Africa
dietro la muraglia infinita della nebbia;

a chiunque ha perduto quello che mai, mai
più si ritrova! A quanti si abbeverano di pianto
e succhiano il Dolore come una buona lupa!
Ai magri orfani, appassiti come fiori!

Così nella foresta dove il mio spirito s’ esilia
Un vecchio Ricordo suona il corno a pieni polmoni!
Penso ai marinai dimenticati in un’isola,
ai priogionieri, ai vinti!…a quanti altri ancora!
(C. Baudelaire, Il cigno, in I fiori del male, trad. di Luciana Frezza, Rizzoli, Milano 1980)

La lettura non va in esilio

“La lettura non va in esilio” è una frase breve ed intrigante . È suggestivo l’accostamento di “esilio” a “lettura”. In una stanza silenziosa, un uomo legge in un esilio beato, mentre fuori si svolgono i drammi del mondo. Penso a voi, Andromaca! Ed ecco che all’improvviso, uno di quei drammi dalla pagina del libro entra nella stanza a “fecondare” la memoria del lettore. E la memoria parla al cuore e gli instilla un sentimento: la nostalgia. Allora “ La lettura non va in esilio” potrebbe essere l’eroica risposta ad un ordine di mettere al bando la lettura, o un moto di ribellione ad una realtà di fatto. In ogni caso, la frase si traduce in immagini di sofferenza e trasmette nostalgia.
Nostalgia è una parola intensa. Allude al nóstos, il “ritorno” in patria degli antichi eroi epici, ma è stata coniata da pochi secoli fondendo nóstos con álgos, il “dolore”, per esprimere il desiderio ardente di ritornare ad un luogo amato, e, più in generale, a quella primigenia condizione felice della quale è impressa indelebilmente nell’ anima una traccia che segna il percorso di ogni utopia e che i miti letterari rappresentano variamente nelle “favole” che dipingono una beata età eternamente rimpianta. Sicché il procedere implica un ritornare. E di questa nostalgia non possiamo fare a meno. La ricorrente evocazione fantastica di un’era felice dimostra che gli uomini non smetteranno mai di aspirare al migliore dei mondi possibili in virtù di azioni che siano dettate da ciò che è buono e da ciò che è bello. Che straordinaro intreccio di significati in quattro parole! Lettura, esilio, nostalgia, utopia. E tutt’e quattro riguardano la Scuola dov’è diffuso il desiderio di ritornare alla traccia ideale di una Scuola possibile, migliore di quella di ieri e di questa di oggi.

Nella Scuola di oggi, il lessico dell’economia prevale su quello della formazione, al punto che la parola “spendibilità” può essere riferita sia agli obiettivi didattici che al budget economico, secondo la logica mercantile dell’utile quantificabile che non tiene in gran conto gli esseri umani come soggetti di azioni buone e belle, le uniche in grado di produrre l’utile per il vivere civile.

Da insegnante esiliata nella scuola del POF, ho colto nel progetto della Fondazione Centro Astalli l’invito alla lettura per tornare alla traccia ideale, che oggi può essere quella che mostra il sentiero dell’intercultura come percorso verso una nuova età dell’oro. Un libro, infatti, ne contiene tanti altri, è una sinfonia di pensieri prodotta dall’eco di mille voci diverse, è un dipinto i cui colori risultano dalla mescolanza, inconsapevole ed insieme sapiente, di infinite tonalità. Il libro è, allora, una finestra aperta sul nostro mondo sempre più polifonico e multicolore. Educarci ed educare all’intercultura ci permetterà di comporre l’armonia, e di impedire che gli interessi economici ed imperialistici, in nome dei quali si possono sfruttare gli sventurati, prevalgano sui valori della conoscenza, dell’incontro e della cooperazione…

La Scuola è lo spazio in cui questi valori possono essere vissuti, proprio attraverso la lettura delle opere letterarie. La letteratura, infatti, è uno dei luoghi in cui è possibile conoscere e riflettere sulle eperienze umane, liete o tristi, fortunate o tragiche come quella dell’esilio. I più antichi poemi di tutte le civiltà narrano di un errante che anela al ritorno. Gran parte della lirica intona il lamento dell’esule. L’esilio è la condizione naturale del poeta che è “re dell’azzurro” , esule sulla terra. Nella Poesia, quindi, ogni esule può sfogare il suo pianto. Per questo, nell’anno scolastico in corso, insieme agli altri testi da proporre ai miei alunni, ho scelto anche la lirica di Baudelaire, sopra riportata, accostandola al passo virgiliano che ha ispirato il poeta dei Fiori del male.

Dai fiori di Baudelaire possono sbocciare altri fiori. Lo spaesamento del poeta davanti alla Parigi che cambia è il nostro smarrimento in questo mondo il cui aspetto “cambia più in fretta, ahimè! d’un cuore” . E Andromaca “ingrossa ancora di lacrime un falso Simoenta” perché ancora Pirro imperversa furente…

Da adolescente, Baudelaire forse incontrò gli esuli per la prima volta proprio leggendo le storie degli antichi eroi . Nutrì di queste favole antiche la sua umanità e le tradusse nel suo canto del cigno. Da questa lirica si effondono la solidarietà con gli esuli, il dolore di chi è strappato dalla propria “superba” terra, il rispetto per civiltà diverse ma non meno splendide. E questo canto io l’ho trasmesso agli adolescenti affinché anche la loro memoria sia fecondata dalla lettura, non per rimpiangere il passato, ma per andare incontro al mondo futuro senza pregiudizi.

No, la lettura non va in esilio! Ancora i miei pensieri germogliano dalla traccia lasciata da un libro. Mi ricordo dell’Antigone di Maria Zambrano, di quando l’eroina, ripensando al suo errare insieme al padre cieco, supplica gli ospiti di accogliere gli esuli non tanto per colmarli di doni, quanto per lasciare che siano loro a dare qualcosa. E proprio con queste parole mi piace concludere “… noi chiedevamo che ci lasciassero dare. Perché portavamo qualcosa che né lì né altrove, dove che fosse, nessuno aveva; qualcosa che solamente ha chi è stato strappato alla radice, l’errante, colui che un giorno si ritrova senza nulla sotto il cielo e senza terra; colui che ha provato il peso del cielo senza terra che lo sostenga” .
(Queste riflessioni sono state scritte nella primavera del 2006 in seguito alla collaborazione con l'associazione Centro Astalli che si occupa dell'accoglienza dei rifugiati politici.)
http://www.centroastalli.it/

venerdì 23 dicembre 2011

Buon Natale!

Una sequenza filmica sarebbe da riproporre per queste feste natalizie: lo scorrere delle immagini mute verso il finale di “Cuore sacro” di Ferzan Ozpetek, quando la protagonista si spoglia degli ornamenti e delle vesti, fino a rimanere nuda sotto gli sguardi curiosi e ad un tempo indifferenti, se non beffardi, della folla in metropolitana.
Le immagini raccontano una liberazione, quasi un excessus mentis, della donna, che, dopo aver inseguito la soddisfazione della carriera e del profitto, desidera la nudità.
L'allusione al gesto di Francesco che si svestì davanti al padre per amare “madonna povertà”, è chiara.
La nudità fisica prelude a una svolta radicale.
Non si tratta di privazione materiale. È il rasentare il piacere dell'assenza di ogni desiderio. Un affacciarsi sul vuoto dell'esistenza per ri-nascere “alle divine spiagge della luce”. Ecco, sarebbe desiderabile un Natale nudo, come il bambinello che nascerà in ogni uomo della terra. Occorre essere nudi per attendere la primavera. Nudi finanche della volontà di essere buoni. La bontà non si spande come lo zucchero a velo.
Nascere è “venire alla luce”; “ri-conoscere il mondo”. Non occorre la volontà. La luce risplende a chi nasce. Il divino brilla nell'umano. Basta così. Una nascita è di per sé buona e, lì dove avviene, regala gioia, non bontà. La gioia è buona. Vivere nella gioia è bene. E non c'è bisogno di lustrini, e atmosfere.
Niente di più triste delle luminarie esauste, la sera di Natale.
Niente di più splendido del firmamento attonito nel gelo, in ascolto del sospiro della notte che si dilegua.

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=cuore%20sacro&source=video&cd=6&ved=0CEYQtwIwBQ&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DVtG5Xm0S-eU&ei=xIT1TvntLYLj4QT93MmNCA&usg=AFQjCNH_Fr2FtuCDmowlty8GSrn_PLNGkQ&sig2=fjImqesTME30hU5BnQyCqQ

domenica 11 dicembre 2011

Le Illusioni e il Vento

Un mio amico poeta, che incontrai quando ero piccina, e che, non so come, di già in quel tempo lontano mi fece battere il cuore nella notte “dolce e chiara e senza vento”, turbandomi con un “canto che lontanando moriva a poco a poco”, afferma che illuso è quell'uomo che non ama le illusioni.


Le illusioni non sono chimere vagheggiate per stordirsi e sottrarsi al destino dei mortali e non promettono l'elisir di lunga vita in uno stato di perenne giovinezza. Le illusioni abitano una mente appassionata e generosa. Dal pathos si espande un canto lirico che si diffonde dal soggetto sul mondo. È un flusso di energia che mette in comunicazione entità che sembrerebbero reciprocamente incomprensibili. È lo stato della più alta creatività della mente sostenuta, quasi squarciata e sollevata nelle regioni dell'impossibile, da una passione incandescente.


Un tremito scuote il faggio। Un brillio di foglie mormora segreti agli occhi che se ne accendono e invitano l'anima alla danza aerea. Si illumina l'idea che è necessario rieducarsi al piacere, quello che non consuma e non si consuma. Un tuffo giù in fondo al cuore, là dove siamo anche tremuli faggi.


Gracchia la radio le quotidiane notizie sulla crisi e proclama che la classe media impoverita comprerà di meno e che di conseguenza l'economia non girerà.
Ci siamo finalmente! Il sistema capitalistico fagociterà se stesso!
Quanto devono essere infelici tutti quelli che non schiudono gli occhi sulle foglie danzanti nel primo brivido dicembrino!
Dalla radio ora minacciano la catastrofe italiana ed europea: Monti è corso ai ripari, ma i provvedimenti del Governo non piacciono ai sindacati che solleticano (demagogicamente) pensionandi e piccoli proprietari.


Mi chiedo dove fossero mai Bonanni e Angeletti quando si è scioperato ripetutamente contro il governo Berlusconi. E spero intanto che gli Italiani non abbiano la memoria corta.
Come cantava Claudio Lolli? Sì sì ecco: “vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia”.
Siamo al punto in cui la borghesia, per niente perbene, porta a spasso le sue catene, incapace di “scrutare” oltre “un orizzonte che si ferma al tetto”.
Il mio amico poeta ci scriverebbe su anche lui un bel “canto”, oppure ripeterebbe beffardo che, sì sì, queste sono le decantate “magnifiche sorti e progressive” degli illusi che non amano le illusioni.
E intanto il faggio tremulo accoglie i soffi leggeri. Sarebbe bello se il vento soffiasse impetuoso e disperdesse le nebbie!
Che orizzonti si schiudono agli uomini che amano il faggio che si spoglia in autunno! Intravedono una primavera nuova e ne immaginano i fiori. Solerti pensano che è tempo di gettare nuovi semi, e non temono l'inverno.
È tempo di raccogliersi nell'intimità e di attendere che lì ritorni primavera.

Che soffi presto il vento!


“Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia per piccina che tu sia il vento un giorno ti spazzerà via".



domenica 11 settembre 2011

… addormentata nel bosco

Quante parole sono state spese sui significati reconditi delle fiabe! E da quanti e quali esperti! E se ne scrivesse qualcuna una donna che ha sperimentato e sperimenta le funzioni di più di una fiaba famosissima? Dissi di Cenerentola e ora voglio parlare del vissuto di Rosaspina, che è il nome della protagonista nella “Bella addormentata nel bosco” dei Fratelli Grimm, nome che preferisco ad Aurora, che appare in altre versioni del racconto, sebbene preannunci il risveglio della principessa e il messaggio stesso della fiaba. Mi piace tanto il gusto dolce-amaro, soave-pungente di Rosaspina. Per le dotte disquisizioni su questa fiaba rimando ai nomi illustri di Propp, Bettelheim, etc. Io vi racconto una parziale condivisione. Innanzitutto condivido in parte il nome della protagonista, quella finale, -pina. Poi ne rivendico uno dei due aggettivi qualificativi. No no, non bella, per carità! Su questo piano mi corrisponderebbe “Il brutto anatroccolo”, che aspetta ancora di diventare un cigno, nonostante un'età quasi veneranda. Non resta che “addormentata”. Oh sì! Il titolo potrebbe mutare in “Pina addormentata”. Quanto al “bosco”, passi pure. È noto che il “bosco” della fiaba sta per “vita”. Ecco, va bene così: Pina addormentata nel bosco. Chissà chi si dimenticarono di invitare alla festa dei miei natali mio padre e mia madre! Qualche mancanza dovettero commetterla, sicché qualcuno si adirò e predisse molto dolore. Per fortuna però qualche straordinaria benevola presenza mi regalò il sonno incantato e mi concesse di attraversare “il bosco” come in sogno. E non riesco a ricordarmi quando e dove e con che cosa mi sono punta cadendo in letargo!. Certo non si trattò del fuso di una vecchia megera! Forse accadde allorché, piccina, tra le dita maldestre cominciai ad imparare i lavori ad ago. O quando tentai di cogliere la rosellina rampicante dalla spalletta della vecchia fattoria sormontata dalla tubante colombaia. È certo, comunque sia andata, che nel sonno son caduta da sola, il reame intorno a me è rimasto ben sveglio, e per niente incantato. Mi capita, ogni tanto di imbattermi in qualche altro dormiente a occhi aperti e allora mi sento meno straniera. Avviene pure che il letargo diventi a tratti meno profondo, e allora sono colta da uno stupore straniante. Ma non dormo distesa come la Bella. Dormo in cosciente e solerte attività. Solo che vedo il mondo incantato dalla potenza della fiaba. E vado avanti sorretta dall'incantesimo. Nel bosco ora sono come Bambi senza la mamma, ora come Pollicino alle prese con l'orco. Mi ristoro nelle capanne dei taglialegna, su giacigli di fieno odoroso. Mi disseto alle fonti della mia immaginazione. E sui bruschi risvegli prevale l'incantesimo della fede nel bene che vincerà sempre sul male. L'incanto è davvero un dono! È una forza più grande di ogni potere. È l'ingenuità del “terzo figlio” delle fiabe, quello più sciocco e sprovveduto che ha la meglio sulla scaltrezza e il calcolo dei furbi! È un sonno che veglia sugli ideali, senza ragionamenti e programmi, l'attesa fiduciosa che il risveglio definitivo avverrà in un mondo d'amore, come simboleggia il bacio del principe che arriva dalla dormiente dopo cento anni di attesa. Non c'è risveglio senza lo smarrimento nella “selva oscura”, senza la discesa al centro di se stessi, dove brilla per tutti la stella più lucente.

domenica 14 agosto 2011

Idillio di Ferragosto

D'agosto l'estate è stanca . È per questo, forse, che tutti fuggono via. È urgente dimenticare la fine imminente. Il silenzio regna nell'aria immota. Le associazioni caritatevoli si danno da fare per gli anziani e i poveri che non vanno in vacanza. Come se soltanto il chiasso e la folla fossero sufficiente ad alleviare i disagi. Al contrario, il chiasso e la folla confondono la miseria. Il silenzio e lo svuotamento la svelano.
Ma chissà che la miseria non sia nella folla e nel chiasso e nella voglia illusoria di negare la realtà! Chissà che non si possa andare "in vacanza" anche senza partire!

Si rallenta il ritmo consueto e ci si perde nella contemplazione di un cielo diverso, nel silenzio. Le cure si dissolvono nelle strade deserte. Prevale il desiderio di coltivare i sentimenti repressi che ora si dilatano, liberi, nella solitudine. I mattini si svegliano vacanti e sorridono dell'attesa di ore sconfinate. È una sospensione passiva da godere. Sarebbe peccato non esserne consapevoli!
Quest'agosto è poi ancora più sospeso e morente. Pare che stia per dissolversi un intero mondo. E i vacanzieri in fuga non ne potranno ignorare il tramonto.

Giova in queste albe pallide e raccolte aspettare una rinascita. Gli occhi che non contemplano ameni luoghi sono beati! Quella grata rugginosa confitta nel tufo scalcinato li solleva nell'azzurro uniforme, laddove si disegnano paesaggi mirabili. Nel vuoto precipita l'effimero. Dal vuoto emerge tutta la bellezza possibile. E la respira e l'accoglie tutto il corpo con le mani protese a forme nuove di un nuovo mondo. Risuonano nel silenzio sensi nuovi nel suono di parole obliate nella loro bellezza. È un ritorno al suono che scoprì il mondo. Si giunge a questo stato stupefatto per sottrazione di significati. “Sobrietà” della vista e dell'udito! È un itinerario verso la “povertà” che non è la “miseria”! Un ritorno all'essenzialità e alla bellezza della vita nuda. “Nudità” dello spirito sgravato dei bisogni e dei desideri forzati. È un essere presenti alla realtà, la “sorella realtà”.
La grata rugginosa esiste e gli occhi non possono negarla. Come non possono negare il muro scalcinato dell'opificio in rovina che un tempo risuonò dell'alacre opera umana.

Ignorano la rovina gli uccelli che si posano sul cornicione ingrigito per spiccare il volo, zirlando e zufolando nell'azzurro indifferente.

giovedì 7 luglio 2011

Ci concedano le Muse un nuovo canto elegiaco!

Si vorrebbe talvolta che scrivesse il cuore e allora si invidia il musicista che sa trasfondere la sua elegia nella musica, senza bisogno di parole. Quando l'essere ondeggia nel vuoto del pensiero si ferma ad un tratto sui significati appresi e si sorprende delle corrispondenze. Elegia! Antico significato che affiora col suono alla mente. Elegia! La parola si distende lieve nelle prime due sillabe assonanti, e quasi grida dolorosamente nella tensione della “i” il cui acuto attenua e quasi spegne il suono greve della “a” finale. Mi ricordo dell'etimologia, quella appresa da ragazza: “ἒ ἒ λέγε!”(Ohimè ohimè canta!) Ecco, elegia è invito al canto come lamento del sentire! Infatti l'elegia è da ascrivere al genere lirico, di cui costituisce la forma più antica. Questa etimologia la preferisco a quella più veridica che fa derivare il vocabolo da “ ἔλεγος “ , il “canto accompagnato da un flauto”. In ogni caso, l'elegia è l'effusione di un sentimento triste, un lamento del cuore. Il metro dell'elegia è il distico elegiaco, ovvero una coppia di versi, di cui il primo è un esametro, il secondo un pentametro. L'elegia apparve in Grecia intorno alla metà del VII secolo a. Cr. . Il sentimento dell'elegia arcaica è intriso di amore per la Patria e per la Giustizia.
C'era una volta in cui le Città Stato elleniche affidavano al canto dei poeti sia la difesa della Patria che l'educazione dei cittadini alla Giustizia. Il poeta elegiaco più antico fu l'efesino Callino che, nella prima metà del VII secolo, prese parte alla lotta delle città ioniche contro il popolo nordico dei Cimmerii.
Ma tra le voci più possenti dell'elegia arcaica è annoverata quella del saggio Solone. Nato ad Atene da una nobile stirpe intorno al 634 a. Cr., dopo aver viaggiato molto durante la giovinezza, Solone tornò nella città natale e intraprese la carriera politica. Fu arconte e promosse la σεισάχθεια, ovvero il provvedimento dello “sgravio”, grazie al quale abolì il debito ipotecario. Successivamente attuò la riforma dello Stato ateniese, con la quale tentò di abbattere lo strapotere delle famiglie aristocratiche. Le nuove leggi incise su prismi di legno, ἂξονες , furono collocate nel Pritaneo. Inoltre le stesse furono esposte in pubblico, leggibili da tutto il popolo su pilastri di pietra detti κύρβεις. È rimarchevole la differenza con certi ministrucci di oggi, arroganti, saccenti e persino reticenti dinanzi alle legittime richieste di informazione. Solone, invece, cantò in forma elegiaca la sua opera di politico e di legislatore. Erano quelli i tempi dei sacri vati che, da allora in poi, sono stati venerati da tutti i lirici cultori della poesia civile e del canto di verità condivise. Nell' “ordine del cuore”, infatti, ogni uomo della terra antepone ad ogni altro valore il senso di equità e di giustizia.
E, forse, il nostro tempo è così triste perché non sorge il canto di un saggio Solone o di un animoso Tirteo, il poeta che da Mileto , verso la metà del settimo secolo a. Cr., si recò a Sparta, dove i cittadini lo accolsero con entusiasmo e, obbedendo ad un oracolo, lo elessero comandante dell'esercito nella guerra contro i Messeni.
Le antiche leggende tramandano la sacralità delle arti custodite dalle Muse.
Calliope è il “dolce labbro” dell'epica e dell'elegia. Il suo nome vuol dire infatti “dalla bella voce”.
Torniamo a invocare la Musa! Addolcisca lei le nostre labbra perché modulino un canto collettivo di civiltà .
Ed anche chiamiamo presso di noi le Cariti, Aglaia la splendente, Eufrosine l'allegra e Talia la rigogliosa. Le tre ancelle di Afrodite “dal trono variopinto”, rinnoveranno doni di Grazia e Bellezza per gli esseri umani. E allora la Poesia rinascerà! Gli uomini andranno per le loro città cantando un'elegia di fraternità! Saranno svelte le grate dal cuore, e dalle case. La vita accoglierà la Giustizia. E tornerà, finalmente la stagione dell'Εὐνομία (buongoverno), voluta dal cuore!
Ciascun uomo è un poeta e in gran parte tiene nelle sue mani il destino civile.
Più bello fa il mondo intorno a sé l'uomo che accompagna con la melodia del cuore l'opera sua.
Fare e cantare a un tempo è necessario per ottenere gloria e benessere in questo mondo. E, se si intonerà la poesia della relazione, il benessere sarà condiviso nell'ecumene.
La lirica greca delle origini risuonò come un “flauto magico” trascinante per i cittadini delle Πόλεις. E di certo, ancora oggi gioverebbe cantare la preghiera di giustizia rivolta alle Muse della Pieria dal saggio Solone! Bisognerebbe intonare questa elegia a voce spiegata nelle piazze italiane, per ammonire i tracotanti che governano oggi l'Italia: “le opere di Hybris non durano a lungo”!

Splendide figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio,
Muse Pierie, la preghiera mia ascoltate:
fate ch'io ottenga ricchezza dagli dei beati
e ch'io goda sempre buona fama presso gli uomini tutti;
ch'io dolce sia agli amici, amaro ai nemici,
gli uni mi rispettino, gli altri tremino.
Ricchezze io desidero, ma farne ingiusto acquisto,
no, non voglio: sempre, poi, giunse Dike (Giustizia).
La ricchezza donata dagli dei resta salda
dall'infima radice fino alla cima;
quella che s'acquista con Hybris (tracotanza) senz'ordine
procede; anzi, obbedendo, l'ingiusto operar
malvolentieri segue; presto le si mescola Ate (Rovina);
dal poco ha inizio, come il fuoco,
insignificante prima, - rovinosa ha fine, poi;
ché le opere dell'Hybris non durano a lungo.
Ma Zeus sul fine di tutto vigila; all'improvviso,
come presto disperde le nubi il vento
di primavera, e dell'impetuoso mare infecondo
i fondali sconvolge, e sulla terra copiosa di messi
distrugge i bei seminati, e dall'alto cielo, sede degli dei,
sale, e di nuovo torna il sereno;
risplende sulla fertile terra del sole la forza
bella, e nessuna nube più si vede.
Così di Zeus è la vendetta, né per ogni cosa,
come i mortali, s'adira, né mai
gli sfugge chi il cuore ha malvagio,
e infine, comunque, si manifesta;
ma chi paga subito, chi dopo; e se qualcun
gli sfugge, né il celeste destino lo coglie,
poi, comunque giunge; innocenti pagano i loro
figli, o i discendenti, in futuro.
Tutti noi mortali - buoni o cattivi - nutriamo
una ben grande opinione di noi stessi
prima di un danno; allora son pianti; fino a quel momento,
bocca aperta, godiamo di vane speranze.
E chi da gravi mali è oppresso, pensa
questo: che tra breve guarirà;
uno che è vile crede d'esser prode, bello
chi non ha una forma graziosa;
uno che è povero, oppresso dalla sua miseria,
crede che, prima o poi, ricco sarà.
Chi s'ingegna di qua, chi di là; chi erra sul mar pescoso
sulla nave, sbattuto da venti contrari,
affannandosi a riportare a casa un lucro,
pericolo di vita correndo;
un altro, la selvosa terra dissodando, per un anno
serve, a chi stanno a cuore i curvi aratri;
chi, - apprese le opere di Atena e di Efesto -,
valente artista, si guadagna la vita;
chi, dalle Olimpiadi Muse nei doni istruito,
i modi conosce dell'amabile scienza;
chi profeta fu fatto dal lungi-saettante sire Apollo,
conosce le sventure che da lontano all'uomo
gli dei inviano; ma dal destino non liberano
né un auspicio; né sacrifici;
chi di Pane, ricco di rimedi, l'arte conosce,
è medico, e neppur per lui la fine è sicura;
spesso da un piccolo dolore nasce un gran male,
né alcun coi blandi farmaci calmarlo può;
chi da gravi morbi è afflitto, presto guarisce,
basta toccarlo con le mani.
La Moira ai mortali il male e il bene reca,
nessuno può sfuggir i doni degli dei.
(Solone, I Diehl)

sabato 21 maggio 2011

Emerenc e Magda: paesaggi e stagioni dell'anima e della Storia

Letta l'ultima pagina, chiudo di colpo il libro. Mi guardo intorno...disorientata. Resto per un bel pezzo altrove, nel mondo del racconto, in compagnia di presenze fantastiche. Le interrogo e rimugino sulle loro storie. Sono a tu per tu con “Emerenc”, indiscussa e indiscutibile protagonista del romanzo La porta, di Magda Szabò. Batto le dita sulla tastiera del computer come fa, sulla macchina da scrivere, l'autrice. L'ungherese Magda Szabò si è raccontata nel dialogo antagonistico con Emerenc al ritmo palpitante e nei chiaroscuri fulminei di uno stile che sbalza le forme del mondo dai recessi dell'anima , e, come un bulino, le incide in sequenze vive e veloci. La scrittura scolpisce volti e oggetti, sui quali la memoria indugia per evocarne squarci di storie legate da un filo misterioso.
In principio e in fine è un sogno
: una porta non si apre nonostante gli sforzi dell'io narrante, ansioso di salvare qualcuno che giace al di là di quella porta. Il risveglio è doloroso e carico di rimorso a causa di quanto, ormai, è inesorabilmente accaduto. Solo una confessione può attenuare il tormento: “devo ammettere che Emerenc l'ho uccisa io. Volevo salvarla, non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose” (Magda Szabò, La porta, Einaudi, p.9 ).
E così prende avvio il racconto di un'amicizia straordinaria, come un percorso di espiazione e purificazione, un viaggio nei bisogni profondi che danno vita e forma alle relazioni d'amore.
La storia è ambientata in Ungheria, in un quartiere di Pest, tra suggestivi interni domestici, nei quali si respira l'atmosfera degli anni cinquanta del novecento, ed animati esterni, lungo viali che si snodano tra caseggiati popolari e qualche villa. Il tempo va e viene nelle stagioni scandite dalle attività molteplici e incessanti di Emerenc. Soprattutto va e viene l'inverno nell'immagine ricorrente di Emerenc che spazza la neve. Ma ogni tanto fa capolino la primavera con Emerenc intenta a sbucciare i piselli o a recidere rose.
Emerenc portinaia, cameriera, spazzina, all'occorrenza terapeuta straordinaria del corpo e dell'anima! Emerenc dalle mani fatate, che fa il bucato e prepara dolci meravigliosi!
Linda e ribelle, rigorosa e anticonformista, anarchica e ligia, misteriosa e trasparente, generosa e brutale, sempre instancabile, Emerenc divide l'umanità in due categorie: i lavoratori, che sono quelli che sanno maneggiare la scopa, e gli intellettuali, mistificatori, fasulli, come la giovane ed ambiziosa intellettuale di cui porta avanti la casa. Eppure, quella scrittrice “inutile” e scombinata, Emerenc l'ama come la figlia mai avuta. Del resto, Emerenc è “condannata” ad amare, di un amore totale, uomini e bestie. Quello di Emerenc è amore espresso nei gesti concreti e più usuali della donna, ha il sapore dei suoi cibi profumati, il nitore dei viali da lei spazzati, della sua biancheria inamidata, la lucentezza dei pavimenti delle case da lei governate. Emerenc ama senza condizioni, eppure è lei che detta le condizioni, in ogni relazione: esige discrezione e rispetto totale per il suo “mistero”.
Emerenc incarna anche la storia tormentata dell'Ungheria nel novecento. Il romanzo di Magda Szabò è difatti un accesso alla Storia di questo paese attraverso le memorie della protagonista. I drammi della storia del novecento sono frammenti di vita di questa donna che, tacitamente e gratuitamente, ha salvato dalla deportazione e dalla morte coloro che si sono imbattuti sul suo cammino.
La porta è anche un racconto degli oggetti. Le porcellane, i cristalli raffinati, ma anche i soprammobili chic, evocano ambienti e storie, sono gli emblemi di una grandezza decaduta, le reliquie di un mondo in decomposizione, come la stanza segreta di Emerenc, come la stessa Emerenc, ostinata a resistere alla nuova civiltà, fino a desiderare di morire nella lordura.
In fondo, la “porta” è l'emblema di una soglia sul mistero incomprensbile di Emerenc e della vita in sé. Non a caso la stanza più intima della casa di Emerenc, la camera ostruita da una gigantesca cassaforte, rivela gli arredi preziosi di un'era splendida, ma perduta. Lo splendore di una vita passata che, appena sfiorata, si polverizza come per incanto. Nella trama del romanzo baluginano, dunque, vita e morte, ordine e caos, lindore e sozzura, strato su strato, nel tempo e negli spazi.
A tratti mi ha affascinato persino lo sfacelo della malattia, il lezzo della morte, con un'attrazione fatale, come se da quel lerciume potesse sorgere qualcosa di fiorito, di roseo. Miracolo di una scrittura sensibile che mi ha scossa, continuamente, con l'energia sprigionata dai gesti comuni, dal lavoro faticoso, umile e indispensabile della vita quotidiana.
Ho amato Emerenc e la sua fisicità così spirituale! Ma ho amato anche la scrittrice in cerca di se stessa, “Magduska”, come la chiama amorevolmente Emerenc sul finire della sua storia e del racconto.
Magda è fragile e forte, osservante e dubbiosa, creativa e pragmatica, carrierista e tenera sposa, disordinata e organizzata. Magda è il nuovo che ama il vecchio. Ama soprattutto la vecchia Emerenc e quel suo potere granitico che la soggioga. A Magda Emerenc affida la “chiave” della sua porta. Per lei illumina i misteri del suo cuore. Perciò questa potente narrazione illumina la continuità storica, ma frastagliata dai mutamenti e dal tormento che essi comportano, tra un passato noto e rassicurante, seppure segnato dal dolore, e un presente mobile, sfuggente, insicuro ed insidioso, che, per sussistere, ha bisogno delle fondamenta solide della memoria.
La porta è anche un racconto del "sacro" autentico. Emerenc, dissacrante, irridente verso i riti e le regole della religione, è un'icona del sacro. La sua vita è consacrata alla salvezza degli altri, e la sua morte dovrà accogliere in un'unica magnifica tomba le ceneri della dispersa sua famiglia. Ma il compito di edificare questa sorta di mausoleo è affidato a Magda. E Magda ha esaudito il desiderio: le ceneri del passato sono custodite dalla scrittura, “un monumento più duraturo del bronzo”, edificato con la materia dell'amore.