giovedì 26 luglio 2012

“Da bambino volevo guarire i ciliegi”

Quest'estate rovente sarà indimenticabile! L'aria greve si addensa su un popolo sofferente, incerto ed incupito dalle notizie sulla crisi. Sul ventennio, all'incirca, di Berlusconi, è meglio non discutere più, e speriamo di avergli detto addio, per sempre. Eppure, questa scomparsa non basta a ridarci fiducia.
Oggi in televisione è riapparso Massimo D'Alema. Il pensiero è andato alla politica della Sinistra, dagli anni novanta in poi. Una china di degrado. Il tradimento degli ideali. La questione morale, già posta da Enrico Berlinguer alla fine degli anni settanta, è una ferita purulenta ulcerata dal comportamento sguaiato di politici mediocri, fanfaroni, che hanno pensato alla loro “dolce vita”, con dissennate scelte demagogiche. I sindacati sono intanto diventati sportelli informativi per cialtroni, grazie al susseguirsi di un coacervo di sindacalisti scioperati che hanno sguazzato nella demagogia per il loro tornaconto, per poi scoprire all'improvviso la crisi, in nome della quale, oggi, blaterano contro il governo Monti, mentre fino ad un anno fa, colpevolmente, lasciavano fare ad un manipolo di rozzi individui, sedicenti uomini di governo.

Chi è oggi alle soglie dei sessant'anni, e non si è lasciato risucchiare il cervello dalla cultura dominante, ma si è fatto custode della memoria storica , non dimentica gli ideali della sinistra, di quei compagni che negli anni sessanta leggevano appassionatamente Marx e vagheggiavano un mondo più giusto. Intellettuali, operai, studenti, tutti insieme sorretti dalla voglia di costruire una società migliore. Ci si credeva davvero. E le città e i paesi erano fucine di progetti umani. La partecipazione alla vita politica chiedeva un progetto economico che garantisse la libertà nella giustizia, la conquista e la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto della dignità della persona umana. Questi ideali alimentavano i sogni. Mai più manicomi, ghetti, discriminazioni. Di nessun genere. Ci si credeva davvero! O almeno quelli che partecipavano col cuore, quelli che credevano e credono che la felicità non conosce egoismo, ci credevano davvero e oggi soffrono del tradimento. E questa sofferenza è bruciante più ancora di quella diffusa dalle soffocanti notizie sulla crisi. Quando si vedono sfilare gli uomini e le donne della sinistra, ( ah, le attuali signore della Sinistra! Sempre agghindate ed intonate perfettamente, o abilmente truccate acqua e sapone!) penso al Sommo Poeta, Dante, al suo dolore e alla sua rabbia contro i “traditori di chi si fida”!

Quando, sul finire degli anni ottanta, Achille Occhetto smantellò il Partito Comunista con uno storico congresso grondante delle sue stesse lacrime dopo l'abbraccio di Pietro Ingrao, chissà se era consapevole che di fatto gettava la Sinistra nelle braccia del liberismo, o meglio che la spingeva ad abbracciare la causa del neoliberismo più sfrenato, con la scusa delle esigenze del mercato! Incominciò allora lo smantellamento dello Stato Sociale, connivente la stessa CGIL che, tra l'altro, con un nefasto e nefando Contratto di lavoro, nel 1995, spianò la strada alla scuola – azienda e a quelle riforme che l'hanno vilipesa.

Ma una lezione da questa Storia l'abbiamo appresa! Gli uomini non sono tutti uguali! Paradossalmente, proprio quelli che credono e lottano per l'uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini non sono uguali. Costoro sono di Sinistra con il cuore. Nel modo di essere stesso di questi uomini vivono gli ideali di Sinistra, nella convinzione che la felicità è condivisione del benessere e che in una civiltà autentica non c'è bisogno dell'elemosina per garantirsi buona coscienza e Paradiso. Nell'album “Non al denaro, non all'amore né al cielo” di Fabrizio De André c'è una canzone emblematica per i traditori. Il testo racconta di un bambino che vuole diventare medico “per guarire i ciliegi, quando rossi di frutti li credeva feriti”. Ma, una volta cresciuto, quel bambino tradisce i suoi sogni, svendendo il suo amore per i sofferenti in nome di successo e denaro. Come quel bambino si sono comportati gli uomini e le donne della Sinistra, aiutati dalla superficialità di un popolo poco amante della Storia, e favoriti dalla diffusione di quella cultura “liquida" che ha bandito dal cuore umano Μνημοσύνη (Mnemosine) e le Muse sue figlie.

Certamente questa estate rovente finirà, trapassando nell'autunno, che oggi qualcuno auspica "caldo", riesumando una fraseologia vetero-comunista. È auspicabile un autunno "fresco", invece, di ideali rigenerati dai comportamenti civili, e da belle idee da realizzare per il bene comune. È auspicabile la nascita tempestiva di una nuova Sinistra che cancelli al più presto le facce blese e le voci strascicate, le alchimie linguistiche e le affettazioni rutilanti di una genia di traditori.
 


lunedì 4 giugno 2012

Il terremoto fra “termini e parole”


Il sisma recente che ha sconvolto L'Emilia Romagna e il territorio limitrofo ci induce a riflettere sulle decantate “magnifiche sorti e progressive” e sull' “aridità” dei cuori umani allorquando si affidino al de-terminismo pseudoscientifico. Il terremoto di Modena e Reggio Emilia ha smentito la definizione “a basso rischio sismico” riferita al medesimo territorio. Abbiamo poi appreso che la definizione di “territorio a basso rischio sismico” non è stata fondata su indagini geologiche, ma su statistiche geo-storiche calcolate su quella regione. Questa affermazione  dei geologi dichiara, difatti,  la pericolosa fallibilità di un'altra scienza oggi tanto osannata, la statistica, appunto.

Ma non per esternare pensieri negativi si scrive questa nota. Sarebbe, in tal caso, un opporre arroganza ad arroganza. Si vorrebbe piuttosto richiamare alla mente una annotazione di Giacomo Leopardi (Zibaldone 110), con la quale il poeta distingue le “parole”, che sono cariche di immaginazione e, quindi, sconfinate, dai “termini” che, appunto, “determinano e definiscono la cosa da tutte le parti”. Le prime, difatti, sono evocatrici di “arcani mondi”, e appartengono al poeta. Ma Leopardi non nega la “proprietà” delle “parole”, la quale è ben diversa dalla “nudità o secchezza, e se quella (la proprietà) dà efficacia ed evidenza al discorso, questa (la nudità o secchezza) non gli dà altro che aridità.”

E con questo non si vuole negare la validità e la specificità del linguaggio scientifico, ma si desidera riportare al centro la meditazione sull'uomo quale pellegrino della conoscenza nel cammino dei secoli. Tenendo a mente, infatti, che il progresso scientifico si è compiuto grazie alla incessante ripresa, correzione e, talvolta, rivoluzione dei risultati raggiunti, anche i termini scientifici rispetterebbero un margine di indefinibile aperto all'immaginazione di quell'impossibile dal quale la ratio rifugge impaurita.



lunedì 14 maggio 2012

“Si parva licet componere magnis”

Qualche anno fa un amico, al quale sono molto grata, mi prestò un libriccino. Il diminutivo è adatto sia alle dimensioni che al contenuto: tratta, infatti, del campo semantico del “piccolo”, e del “prezioso” associato al “piccolo”. Questa operetta mi torna in in mente ogni qualvolta si alluda alla scarsa importanza delle minoranze. Il fatto è che a me sono sempre piaciute le minoranze.
Tanti, tanti anni addietro, al tempo in cui militavo in un piccolo schieramento politico, il “Partito di Unità Proletaria per il Comunismo”, sentii un signore affermare che scegliere di far parte di “piccoli” gruppi, dalla parte dei deboli, è un indizio di bontà del cuore. Mi piace ripensare a questo. E mi è gradita la connessione incessante del presente col passato. Niente va perso, se la vita è intensamente nelle nostre mani.
Che incanto mi fanno l' “intenso” e il “piccolo”! “Le piccole cose” sono preziose, e intense di emanazioni sensibili. Il libriccino in questione si intitola “La filosofia delle piccole cose”. L'ha scritto una donna, Francesca Rigotti. Passa in rassegna oggetti minuti e sminuiti. La rosa è il più gentile tra quelli narrati. Il più negletto è la scopa, nonostante la nobile funzione di fare pulizia. Ecco, “piccolo equivale a “pulito" e a "polito”. È la celebrazione di “nitore” e “leggiadria” contro “appariscenza”, “tronfiezza” e “calcolo macroscopico”. "Le piccole cose” diventano, allora, metafore di una permanenza del bene celato, amuleti salvifici che impregnano l'esistenza con le loro qualità sensibili, si tratti della “brocca”, del “ferro da stiro”, o persino dell' “infilascarpe” perduto e rimpianto, a cui Montale dedicò versi deliziosi. Defilarsi dal “prestigioso” e scegliere il “piccolo”, prendendosene cura, porta bene e bellezza.
Tra gli oggetti considerati da Francesca Rigotti c'è anche il sapone. Quel panetto di sapone che non è più di moda, perché è stato soppiantato dai più efficienti erogatori di detergenti liquidi. Del resto ci siamo abituati, oggi, all' “efficienza” e all' “efficacia”, sbandierate per la massimizzazione del profitto, a costo della “spremitura” dell' “umano” ridotto a “capitale”. Il sapone, che scivola cremoso sulla pelle, rilasciando schiuma e profumo durevole, mentre le mani lo girano e lo rigirano, è un piacere della lentezza, qualità interdetta nel tempo degli indici dello spread. Tra le cose invisibili, domestiche amiche che prestano silenziose la loro vita ogni giorno, il sapone è quella che si consuma per noi, fino a diventare una lamella sottile che sostituiamo allorquando non possiamo più rigirarla tra le mani. Ed è bello scartare un sapone nuovo. L'involucro emana il profumo che annuncia la forma sinuosa, intatta e liscia, che si consumerà per mondare le nostre mani sporche.
Nel libriccino di Francesca Rigotti, c'è l'acutissimo accostamento tra il sostantivo “mondo" e l'aggettivo “mondo” = “pulito” (cfr. il latino “mundare” e il dialettale campano “munnare”, “ammunnare”) : “Già sappiamo che ciò che è pulito è anche piccolo, bello, netto e ordinato. Potremmo cercarne conferma nel sostantivo italiano “mondo”; esso designa il globo terrestre ma anche, per estensione, l'universo, perché lo si pensava pulito, ordinato (e forse lo era; adesso un po' meno), e magari anche decorato e truccato come il cosmos greco. Il quale, prima di essere mondo, universo, ordine mondiale, è ornamento e abbellimento.” (Francesca Rigotti, La filosofia delle piccole cose, interlinea edizioni, Novara 2004).

Il sapone e il mondo! Di certo questo binomio, oggi, dà da pensare! Quante mani sporche da lavare! Questo mondo non è per niente “mondo”!

Nelle mattine del maggio odoroso mi piace levarmi quando il sole è sorto da poco e, nella piacevole frescura, spazzare e lavare il terrazzo e la scala. Mentre passo lo strofinaccio sui gradini di travertino, dopo aver irrorato i fiori nei cocci, mi sembra che le pietre e le piante mi siano grate. Il nitore intorno a me sa di bellezza. Gli uomini eletti per governare i popoli, ma anche tutti quelli che hanno responsabilità dirigenziali, dovrebbero ispirarsi al lavoro domestico, e operare con la stessa umiltà amorevole delle donne che si prendono cura della casa e dei cari. A volte mi appare tutto così semplice! Ma, come dice il poeta, “si parva licet componere magnis”, ovvero “se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi”. Io... penso proprio di sì.


giovedì 19 aprile 2012

Quando cade una lucciola

"...Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d'olivi saraceni affacciata agli orli d' un altipiano di argille azzurre sul mare africano... Raccattata dalla campagna la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città situata sul colle... confesso che di tutte queste cose non mi sono fatta ancora né certo saprò farmi mai un'idea". (Luigi Pirandello)

Un frammento di stella cade. Una scia veloce nel cielo e poi la materia opaca si disperde. Ma una lucciola è un soffio di luce. È difficile immaginare la caduta di una lucciola. Eppure, in questo frammento autobiografico accade, e l'evento si addensa di domande sul mistero della nascita. Una caduta silenziosa, una goccia di luce dalla fonte. La levità di un lumicino intermittente è il respiro neonatale, che appena appena si ode nella solitudine notturna della campagna affacciata sul mare. E quel “caddi” contiene il dolore di venire al mondo. È il mistero della caduta del soffio di luce in una forma. La poetica del grande agrigentino si dibatte in questo mistero. Ci si affanna per lo più a leggere le opere di Pirandello sorretti dall'analisi impietosa di un' “arte che scompone il reale”. Ci si dimentica delle sue stelle e della sua luna, non meno poetica, anche se più conturbante, di quella leopardiana. Chissà se qualcun altro ha pensato a Pirandello come al poeta del soffio vitale! Eppure sono tante le parole che tentano il mistero e si sporgono sull'abisso insondabile della vita. Lui, glottologo e filologo, negò la verità delle parole per tessere il dubbio e lo stupore davanti all'accendersi improvviso di un geranio mentre “una lucciola” abbandona la forma (Novelle per un anno, Di sera, un geranio), o nel contemplare la vita ignara di un filo d'erba (Novelle per un anno, Canta l'epistola). Nella negazione di ogni possibile definizione è il senso della vita. Quasi un senso apofatico. La vita è oltre ogni parola. Un baluginio brulicante e indistinto che soffre di una forma. Per questo, la nascita è una caduta, una lucciola staccatasi dallo sciame e destinata alla prigione dell'identità. Lo scacco è qui. Nell'identificazione limitante. Da questo momento accade il gioco penoso dei ruoli, delle differenze, della verità affermativa. Ma Pirandello insinua pervicacemente il dubbio e spinge fino alla follia il tentativo di denudarsi, di riprendersi la vita autentica oltre “la nascita raccattata” da qualcun altro e “segnata” nei registri dell'anagrafe. Al “caddi” corrisponde il “raccattata”, anche nella durezza delle dentali allitteranti. In questo frammento autobiografico è denunciata la distanza incolmabile tra la vita autentica oltre la forma e l'identificazione anagrafica dell'individuo. Da quel momento si stringono i lacci, familiari o sociali o culturali che siano. Guai a lasciarsi andare, a contravvenire al rigore! Ma questo rigore, che, il più delle volte, noi stessi ci imponiamo, è più orrendo della morte, che scioglierà ogni laccio, perché ci condanna a perdere l' occasione di conoscere la bellezza e l'amore e di commuoversene. Quella bellezza e quell'amore che si svelano anche nel dolore e nel brillio delle lacrime proibite e trattenute, per paura o per pudore che traspaia la fragilità e lo stupore della lucciola sperduta nella solitudine del mondo.

giovedì 12 aprile 2012

"Trenitalia si scusa per il disagio"

Li rigiro tra le mani i due cartoncini bugiardi! Sono beige e celeste con le scritte in neretto. In alto a sinistra il logo delle Ferrovie dello Stato è seguito dal numero di serie evidenziato con l'arancione. Sono i biglietti di andata e ritorno della tratta Nola – Roma Termini, convalidati il 10 aprile, rispettivamente alle ore 6. 43 e alle ore 16. 58. Il prezzo è di euro 11,70 per ognuno. Costo complessivo del viaggio: 23 euro e 40.

Fa freschetto sul marciapiede del secondo binario della stazione di Nola. L'accelerato veloce (quante suggestioni in questa dicitura insensata!) arriverà alle sei e quarantanove.
Sono le sette e i passeggeri sbirciano le auto che attraversano il passaggio a livello ancora aperto.
Il cielo sereno diventa più chiaro, e le sagome della stazione si definiscono più nette, emergendo dal crepuscolo dell'alba.
Alle sette e cinque si ode il dlindlin che annuncia il treno in arrivo mentre si abbassano, finalmente, le sbarre del passaggio a livello.
Eccole le carrozze anzianotte trascinate dalla motrice!
È un trenino corto corto, ma, in meno di tre ore, mi porterà nella capitale, dalla mia amica che mi aspetta per le nove e quarantacinque a Termini. Forse mi accompagnerà alla mostra su Amore e Psiche allestita in Castel Sant'Angelo. Poi andremo a far visita ad una persona cara ad entrambe, e infine pranzeremo a casa sua tra discorsi fitti di affettuose cose. La saluterò dall' “accelerato veloce” alle diciassette e zero otto, circa.
Mi stringo nello scialle. Il treno stride e s'arresta. Ora si apriranno davanti a me le porte automatiche. Mi volto a guardare le altre entrate e i passeggeri che le attraversano. Avverto come un presagio nelle porte chiuse davanti a me. Un capotreno se ne accorge. Accorre. Monta e aziona manualmente il comando dell'apertura.
Sono sul treno. Mi accomodo sul primo sedile dello scompartimento alla mia destra, investita da un' aria calda e pesante. Lo scossone della partenza mi piace. Libero i pensieri, quieta, mentre la signora accanto squittisce sul ritardo in crescendo del treno.
Sono in trance.
Mi accorgo di un certo movimento davanti a me. Sento qualcuno dire che suo fratello ha vomitato. Alzo lo sguardo e vedo il giovanotto indicare il sedile imbrattato ai malcapitati passeggeri che intanto sono saliti a Maddaloni e cercano un posto per sedersi. Si invoca di ripulire il sedile. Due ferrovieri passano di corsa per lo scompartimento. Si spera che abbiano fretta di provvedere alla pulizia. Invano!
Il treno rallenta e si ferma in aperta campagna. Passa un quarto d'ora. Un odore rancido si diffonde. Mi lascio andare al pensiero amichevole di chi mi aspetta. Il motore riprende a borbottare. Ecco, si riparte. Lentamente.
Il treno si trascina alle porte della stazione di Caserta. Sussulta e si ferma di nuovo.
La signora accanto al finestrino squittisce più fittamente e indica trionfante due macchinisti che corrono avanti e indietro lungo il binario. Di sicuro si tratta di un guasto. Un po' più avanti un'altra signora intona il lamento per l'aereo perduto. Si leva un accorato brusio. Non mi scompongo, nonostante l'aria maleodorante. Mi rammarico solo un pochino di non avere in borsa la boccettina di fresca verbena.
Agonizzante, la motrice approda sul binario tre di Caserta. Il Capotreno fa capolino a capo chino e ci informa, sbrigativo, che i signori passeggeri devono scendere. Il treno è guasto. Sul primo binario un treno nuovo nuovo li porterà fino a Cassino dove li aspetta una corriera che li scorrazzerà fino a Roma. Un pensiero lucido velocemente si forma: “fermati qui e torna indietro”.
Vince il desiderio di rivedere l'amica.
Salgo sul treno e, in un silenzioso dondolio, scorro con gli occhi il susseguirsi delle fermate sul monitor del treno all'inglese: Capua...Teano...Vairano Scalo...Cassino.
Sono le nove e quarantacinque. A quest'ora sarei dovuta arrivare a Roma.
Non importa: quanto più sospirato, tanto più bello sarà l'arrivo.
Esco dalla stazione. Nel piazzale antistante non ci sono autobus. Vado nella sala della biglietteria e invano cerco uno sportello per le informazioni. Perentoriamente mi rivolgo a un bigliettaio che, senza alzare il capo, mi borbotta di prendere il treno che arriverà sul terzo binario alle dieci e un quarto. Bene, ho tempo per un caffè e una sigaretta. La accendo al sole. Poi attraverserò il sottopassaggio. La signora che squittiva è lì vicino visibilmente costernata. Un ragazzo sorridente estrae cartine e tabacco. Ci guardiamo tutto sommato divertiti.
Ed ecco arrivare trafelata una sconosciuta che si mette a parlottare con un ferroviere - a duecento metri due corriere per Roma. Una è già partita e un'altra è pronta -.
Alzo i tacchi e, insolitamente agile, sorpasso un minuscolo assembramento di malcapitati viaggiatori e conquisto un posto di seconda fila a destra, accanto ad una giovane e gentile signorina nera. Ci sorridiamo mentre l'autista con modi, ahimè, sgangherati minaccia di non partire se non sono tutti seduti. La signora del lamento per l'aereo perduto declama ora la levataccia alle cinque. Quella degli squittii annuisce. L'autista ribatte che anche lui è in piedi da quell'ora. Comincio a provare un po' di stizza verso Trenitalia e mi concentro per ricacciare le idee “qualunquistiche” sul declino italiano ammantato di “alta velocità”. Per consolarci, l'autista ammonisce che, traffico permettendo, arriveremo a Roma in un'ora e trenta, altrimenti...manco in tre ore! Mi lascio andare al paesaggio. Passano campi verdi, alberi in fiore, casette, cascinali, borghi in collina. Il traffico scorre anche sul temuto raccordo anulare. Alle dodici in punto in Piazza dei Cinquecento posso abbracciare la mia amica la quale, intanto, grazie al mio lungo viaggio, non ha saltato la lezione di Yoga. Le ammicco che ho tenuto un comportamento degno di una maestra di Yoga. La mostra su Amore e Psiche salta, invece. Saliamo a braccetto sull'autobus che ci porta dalla nostra comune amica. Una visita breve ma intensa di speranza. Voliamo, infine a casa sua. Mi accoglie un pranzo affettuoso, un pane coi semi di finocchio impastato da lei. Tutto sa di amicizia. La lungaggine del viaggio è bell'e dimenticata. Mi affaccio da un bel balcone semicircolare sui tetti di Roma, sotto il cielo d'aprile. Sfioro i rami dell'albero che dal giardino sottostante si leva amichevolmente fin lì.
Mi ricordo dei pensieri di Seneca sul tempo: Il tempo non è breve se sappiamo viverlo.
Ma arriva, comunque, il momento di andare. Alle diciassette e zero otto "l'accelerato veloce" parte per Nola. Fino alla stazione si continua a discorrere. Eccoci al binario del treno. Lo annunciano. Ma segue un avviso stentoreo nella confusione assordante della stazione: - il treno ha come destinazione Campobasso, i signori passeggeri che sono diretti sulla linea Caserta - Nola scenderanno a Cassino, dove li attende una corriera sostitutiva del treno. Trenitalia si scusa per il disagio -.

Trenitalia non ha un'altra motrice da utilizzare al posto di quella guasta!

È noto che nella tradizione letteraria, per rendere tangibile la situazione politica di un paese, viene usata la metafora della nave nel mare in tempesta. Del canto sesto del Purgatorio è famosa l'espressione “Nave senza nocchiero” per rappresentare l'Italia. Penso che i treni delle Ferrovie italiane svolgano, oggi, quella funzione simbolica. I vagoni vecchi e sporchi, la motrice in panne, il personale indifferente e incurante del decoro del proprio lavoro, la battuta di scuse grottescamente ripetuta, e infine i passeggeri sbandati, lamentosi e rassegnati raccontano lo stato di un paese malandato come il treno maleodorante del mio viaggio.
Non mi sono schierata nella polemica a tratti tragica sull'Alta velocità in Val di Susa. E in qualche momento le contestazioni mi sono parse pretestuose.
È innegabile, tuttavia, che un progetto tanto dispendioso appaia dettato da velleitarismo incosciente qualora si considerino le carenze dell'azienda Trenitalia. A meno che non si vogliano negare e calpestare i diritti fondamentali dei viaggiatori che usano il treno necessariamente ogni giorno.

lunedì 19 marzo 2012

Dal cielo di Venere

È sempre tempo di scelte. La vita è un viaggio in mare aperto sotto il firmamento. Lo sguardo si appunta agli astri per scegliere la rotta. Quale luce ci guiderà? È una delle domande della vita.

“Solea creder lo mondo in suo periclo / che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo”.

Dal cielo di Venere Dante guarda il mondo “fuor di strada” mentre dialoga con uno degli spiriti amanti, Carlo Martello, figlio di Carlo d'Angiò, sugli errori compiuti dagli uomini nello scegliere i governanti. Carlo gli ha appena mostrato che la politica tributaria, avida ed esosa, di suo fratello Roberto è stata la causa della rivolta dei “vespri siciliani” e della conseguente cacciata degli Angioini dal regno di Sicilia. L'accusa di Carlo verso Roberto muove da una osservazione sulla “natura” degli uomini: “La sua natura, che di larga parca / discese, avria mestier di tal milizia / che non curasse di mettere in arca”. Con tali parole il principe angioino afferma che l'indole di suo fratello, pur essendo nata da una natura generosa, quella di suo padre Carlo I d'Angiò, si è formata “parca”, ossia incline all'egoismo e all'avarizia, e che, pertanto, avrebbe avuto bisogno di consiglieri dotati del senso della giustizia e dell'equità nell'amministrazione economica dello Stato. Roberto invece si era circondato dell' “avara povertà di catalogna”, ovvero di ministri catalani che avevano angustiato il popolo con tributi esosi ed iniqui.
In questo punto dell'ottavo canto del Paradiso, Dante è ispirato da quella passione politica che guidò il viaggio di tutta la sua vita. Ma l'ispirazione poetica brucia una materia infinita ed è alimentata dal dubbio e dalla “curiositas”. “Com' esser può, di dolce seme, amaro?” Come è possibile, cioè, che la natura sbagli e che, quindi, da un padre generoso nasca un figliolo avaro? Carlo Martello, da questo momento, disegna l'idea di un universo coerente ed armonioso, articolando un'argomentazione deduttiva, secondo la logica formale della Scolastica. La provvidenza del bene si dispiega nella natura “per che quantunque quest' arco saetta / disposto cade a proveduto fine, / sì come cosa in suo segno diretta”. Indiscutibilmente, quindi, ogni creatura dell'universo è naturalmente dotata di un senso e di un'inclinazione al bene nell'ordine cosmico. E, conformemente alla sua natura, l'uomo è “civis”, cittadino, ricorda Carlo Martello a Dante appellandosi ad Aristotele. Il discorso di Carlo si anima ora della passione civile del poeta pellegrino, e diventa metapolitico. La polis si forma e si regge con l' aiuto scambievole di tutti i cittadini i quali, necessariamente, devono svolgere ruoli differenti. Accade così “ch'un nasce Solone e altro Serse, / altro Melchisedèch e altro quello / che, volando per l'aere, il figlio perse”. Ogni uomo nasce, pertanto, con un' indole ed una vocazione diversa. Nei versi appena citati, le antonomasie richiamano alcuni ruoli dei cittadini nella polis: Solone è il legislatore, Serse il re, Melchisedèch il sacerdote, Dedalo (quello che, volando per l'aere, il figlio perse) l'architetto-inventore.
Ed eccoci al momento cruciale dell'argomentazione. La natura, nel distribuire i suoi doni, non distingue una casa dall'altra, altrimenti i padri sarebbero identici ai figli. Pertanto, nella provvidenziale natura delle cose è iscritta la diversità e l'assoluta assenza di caste familiari, di classi, o di civiltà superiori, tant'è vero che Romolo nacque da un padre così umile che per nobilitarlo lo si immaginò figlio di Marte. Ma, “Sempre natura, se fortuna trova / discorde a sé, com'ogne altra semente / fuor di sua regïon, fa mala prova”, ovvero, se le inclinazioni naturali non sono riconosciute in virtù dell'umano discernimento, si diffonde il male e l'infelicità, perché quella natura individuale non si è pienamente realizzata.

Ogni volta che rileggo questo canto io mi commuovo per l'evidenza della verità che esso racchiude, e ne colgo tanti simboli attuali.
Oggi, il discorso di Carlo Martello mi fa pensare alla scuola, alle scelte che si dovranno compiere per il futuro imminente. È certo che una scuola asservita alle leggi del mercato produce effetti dannosi per la Polis. I giovani costretti a “torcere” la loro natura, schiavi del mercato, sono privati del bene più prezioso: la speranza nella realizzazione piena della personalità individuale.
Per non parlare poi dell'ingiustizia sociale che si aggraverà con l'immiserimento della scuola pubblica.
A causa del taglio sofferto dalle discipline umanistiche e sotto la persistente minaccia dei test di verifica, la scuola è di fatti molto più povera. L'obiettivo di queste scelte sembra consistere nella riduzione dell'uomo ad una macchina, proprio quando la complessità della globalizzazione richiederebbe progetti coraggiosi e lungimiranti. Di “teste ben piene” si può fare a meno, di “teste ben fatte” assolutamente no. Ma le “teste ben fatte” nascono dal piacere travagliato della ricerca del sé nello stare con gli altri, nello sperimentare che solo nella convivenza si realizza il senso della nostra umanità. Quest'umanità che è così preziosa nella specularità dialettica con l'altro, come è evidente nel patrimonio dei Classici, come si legge nell'ottavo canto del Paradiso!
E cosa c'è di più bello dell'accompagnare i giovani a conoscersi tornando al metodo antico di Socrate? Socrate, arguto indagatore della natura umana, ci invita ancora al dialogo con l'altro per “iniziare” il cammino della conoscenza, a quello stesso dialogo che i beati intrattengono con Dante. Ma noi sappiamo che è lo stesso poeta a drammatizzare la sua ascesa, che è in realtà una discesa penetrante nel più profondo sé, sul palcoscenico celeste in dialoghi maieutici di conoscenza. E i “maestri” beati sono le personalità pienamente realizzate che nulla più desiderano se non giovare al pellegrino della verità.

È tempo di riflettere per scegliere, quindi. Ed è il tempo di riconoscerci anche come adulti. Le circostanze ci costringono a ripensare anche alla nostra vocazione. Non è più il tempo di proroghe e di alibi. È il tempo della responsabilità personale.
Viene sempre il tempo in cui si fanno i conti con la vita. Ma nulla va cancellato. Ogni traccia configura il cammino, compresi gli smarrimenti e le cadute. E poi, chi potrà dire i termini esatti di una vocazione? Forse è proprio questa la speranza da testimoniare, oggi, anche nella scuola: saper camminare verso la meta liberi dall'ansia e dal timore di mostrare la nostra umana fragilità, l'unica verità inconfutabile, e il fondamento indispensabile per andare incontro agli altri con le mani tese.

giovedì 1 marzo 2012

"Luci" della "steppa"

“Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l'anima, chi sa perché, si fondono nella coscienza della solitudine. Cominci a sentirti irrimediabilmente solo, e tutto ciò che prima consideravi vicino e familiare diventa infinitamente lontano e privo di valore. Le stelle, che già da migliaia di anni guardano dal cielo, il cielo indecifrabile stesso e la foschia, indifferenti alla breve vita dell'uomo, quando resti a quattr'occhi con loro e cerchi di penetrarne il senso, opprimono l'anima col loro silenzio; ti viene in mente la solitudine che attende ciascuno di noi nella tomba, e l'essenza della vita ti appare disperata, orribile...” Anton Čechov, La Steppa.

Sul comodino ogni sera mi attende “La steppa”. Un lungo racconto da centellinare, se si vuole attraversare la steppa in compagnia di Egóruška, l'incantato viaggiatore protagonista, se si vuole sconfinare e bere il firmamento, sdraiati, da un carro trascorrente tra le ombre e i brusii della steppa.
Mi è occorso il caso, ieri sera, di soffermarmi, per poi fermarmelo nella mente e nel cuore, sul passo che ho trascritto sopra.

Stamane, poi, Marzo mi ha abbracciata.
Nitido il cielo definiva ogni cosa. Avresti potuto contare ad uno ad uno gli aghi del pino gorgheggiante. Le primule sorridevano ai garofani sulla scala d'oro.
La steppa era solo un sogno stellato, bellissimo, e conturbante. Ora trionfava il giardino del sole.

Ed ecco la notizia: Lucio Dalla è morto. È morto un amico.

Qualche mese fa un altro Lucio, ricercatore lucido ed appassionato di una terza via del comunismo, anch'egli emiliano, anch'egli amico mio, è morto, ma di sua volontà. Lucio Magri. non ha retto la solitudine del cielo, non è riuscito a parlare alla luna, a lasciarsi confortare dal suo manto nelle sere calanti sulla steppa.

Che strano! In questo luminoso primo giorno di Marzo risplendono gli ideali della mia giovinezza nella malinconia del saluto agli amici che hanno raggiunto Itaca.

Stasera, quando riaprirò le pagine che mi riportano al cielo sulla steppa mi farò accompagnare dalla voce di Lucio Dalla, che della luna era intimo confidente.

l'ultima luna
la vide solo un bimbo appena nato,
aveva occhi tondi e neri e fondi
e non piangeva
con grandi ali prese la luna tra le mani
e volo' via e volo' via
era l'uomo di domani
l'uomo di domani “
http://www.youtube.com/watch?v=7hFfF2Qy-FM