Nei suoni dei nomi dei mesi risuonano i “sensi”.
Finisce Agosto spossato nella duplice “o".
Di tre “e” ridente incede settembre.
Tremano le sue dita tra i pampini
e scoprono ori e rubini splendenti.
Nell'aria qualcosa di nuovo brilla.
Si prepara una rinascita
anche se non è primavera.
La frescura ristora le membra
fiaccate dalla canicola del solleone.
Trema nel cuore settembre e spera
speranze mature d'autunno.
É tempo di riprendere il viaggio con nuova lena.
La smania di andare a stento è domata,
perché settembre annuncia una nuova
stagione di frutti profumati.
Sotto piogge canterine la terra
si prepara ad una nuova fecondazione.
Instancabile la vita palpita nelle zolle.
Non c'è stagione che non frema d'amore e di vita!
È inquieto settembre. Pensoso. Medita la fuga dal ritorno al “lavoro usato” mentre si sveglia dal torpore estivo.
Che faranno gli Italiani in questo settembre che torna carico di attese! Si attarderanno nelle chiacchiere pettegole sui litigi tra medici, sulle hostess di Gheddafi, o sulle altre notizie “rilevanti” dei media, esaurendo la loro energia in accorate e reiterate condanne moralistiche? O, “rivendicando sé a se stessi”, trasformeranno l'energia in progetti buoni e belli confidando nella loro volontà inalienabile?
A Settembre riaprono le scuole. Che faranno gli insegnanti? Si assopiranno tacitamente piegati ai “diktat” di una politica dissennata e si consegneranno ancora una volta inerti alla burocrazia, o con voce libera e chiara rivendicheranno autorevolezza pedagogica e culturale, entusiasti di iniziare un viaggio di esperienze condivise, alla luce di una risvegliata coscienza civica? Penseranno a rinchiudersi nel privilegio dell'orticello conquistato, o si apriranno ai problemi di chi ha perso o perderà il lavoro, di chi guarda accorato al futuro? Diverranno consapevoli del fatto che la trasformazione positiva di questo critico momento storico richiede il loro impegno di studiosi, la loro testimonianza culturale ispirata ai valori umani e alla solidarietà civile? Saranno tanto lungimiranti da capire che una società più giusta, un mondo più pulito e vivibile per tutti dipendono anche dal loro fare, partecipare, condividere?
Penso che nei collegi dei docenti dell'imminente primo di settembre si delineeranno le sorti della scuola e del contributo di questa alla cultura dell'Italia per il prossimo futuro. Non so cosa si leggerà nei volti degli insegnanti domani. Come faranno il loro ingresso nell'aula assembleare. Come si saluteranno. Sarà uno sciamare scontento? Disincantato? Preoccupato? Prono? Sarà un frusciare di abitini estivi che esaltano le abbronzature delle signore e un blando ed educato annuire di signori distratti da altre preoccupazioni? Un cicaleccio di convenevoli tra i sospiri di rimpianto per la brevità del tempo della vacanza? O si riunirà un'assemblea di donne e di uomini attenti e partecipi alla discussione, entusiasti di dedicarsi allo studio e alla ricerca e di rivendicare spazi e tempi per condividere idee e progetti liberi?
Chissà, forse nei collegi dei docenti del primo di settembre, invece di occhiate guardinghe agli orari accompagnate da accorate e lamentose richieste, si coglieranno, finalmente, sguardi fiduciosi e si ascolteranno proposte sagge, idee innovative, progetti di solidarietà, pensieri liberi di liberi educatori che sono fieri di avere tra i loro padri culturali Cesare Beccaria e Vincenzo Cuoco. Se così avverrà, sarà l'inizio di un settembre di speranza. E non solo per la scuola.
martedì 31 agosto 2010
domenica 22 agosto 2010
Geometrie della Bellezza
Capita talvolta di giungere in luoghi mai visti prima che ci accolgono come se fossero a noi i più familiari. Sono spazi definiti eppure pregni di vita rarefatta da un'aura d'eternità. Lì il silenzio circonfuso parla chiare parole da intimo amico. Sono luoghi quasi incolori che sembrano aver accolto e confuso tutti i colori, in tutti i toni possibili. In essi la polvere del tempo si posa come l'eternità. È bella la polvere della terra! In ogni granello l'infinito della storia passata è in attesa di granelli fratelli a venire.
Mi sono trovata di recente in un posto così. È una terrazza che l'uomo ha appena ritoccato nella natura. Sul fianco di una rupe boscosa di sempreverdi. Un pavimento di mattoni grigiorosa delimitato da una ringhiera di ferro incorniciata da quattro pini silvestri. Tra le finestre dei pini, oltre la ringhiera, la piana si stende disegnata da un reticolo di multiformi quadrilateri armoniosamente sfumati nei toni caldi del giallo pacato, del dorato marrone, del verde pudico. Oltre la geometria dei campi si intravede una curva d'azzurro, mare o lago non si saprebbe dire. Sulla linea dell'orizzonte la piana confina con la curva del cielo, la vista più rara a vedersi, perché di rado gli occhi si levano al cielo.
Sospesi su questa terrazza non è necessario alzare lo sguardo per vedere il cielo. L'eterea sfera avvolge la terrazza e il disegno dei campi e la rupe boscosa e la curva d'azzurro, mare o lago, laggiù. Un microuniverso palpitante nel silenzio!
Ho sempre amato luoghi che paiono disegnati dalla mano di un sapiente geometra!
La geometria non esclude l'immenso sconfinato. La purezza delle forme rigorosamente definite e la musica delle simmetrie alludono ad una infinita quanto irraggiungibile perfezione.
È per questo forse che mi attrae Piero della Francesca, il pittore di geometrie metafisiche della natura e della storia. Le linee di Piero disegnano poligoni regolari e cerchi perfetti negli spazi e nei corpi, assecondando uno sguardo capace della precisione della riga e del compasso. Anche il colore si distende, deciso, secondo corrispondenze studiate e ostinatamente perseguite. Ne risulta un'armonia compiuta da una volontà che insegue il tracciato razionale della perfezione e diffonde una musica rasserenante, geometrica anch'essa. Si susseguono ritmi di quadrilateri e triangoli che d'improvviso si flettono nelle dolci linee sinuose delle curve di un corpo o nella perfetta circolarità di un'aureola.
Me ne sarei stata per ore nella minuscola e spoglia stanza di Monterchi dove è stato collocato l'affresco della “Madonna del parto”, umanissima nel lieve incurvarsi all'indietro sulla schiena, col braccio sinistro piegato a sostenere il fianco e la mano destra delicatamente poggiata sul grembo, nel punto in cui la sopravveste azzurra è slacciata e forma un rombo oblungo, quasi uno squarcio luminoso sul mistero della maternità. Il corpo ha la semplice e fresca maestà di una giovane popolana. Appaiono come due fanciulli del popolo anche gli angeli laterali, in perfetta simmetria alternata di forme e colori, che sostengono la tenda aperta su un palcoscenico essenziale.
La scena rappresenta una maternità consacrata dalla geometria di Piero, sobria e surreale a un tempo. Il volto della mamma è purissimo nell'ovale perfettamente delineato in una compostezza metafisica che nulla sottrae al sentimento della donna.
Nel disegno di Piero traspare la dolce geometria del paesaggio Toscano, la stessa che i miei occhi hanno interiorizzato dalla magica terrazza, una delle tante della terra di Piero.
Le curve dei poggi, il reticolo ordinato e dolcemente policromo dei campi, i triangoli dei cipressi che puntano al cielo sono trasfigurati nelle forme perfette dei racconti del pittore di Sansepolcro.
L'affresco della “Madonna del parto” è dipinto coi colori di vedute familiari.
Il fondale della scena si ispira di certo ai muri in pietra del paesaggio aretino. Tuttavia, il verde della tunica di uno dei due angeli e delle ali dell'altro come l'azzurro della veste della Madonna e il rosato diafano dei volti, pur richiamando i colori del medesimo paesaggio, emanano una luce che disancora dalla realtà i volumi dei corpi permeati da una trasparenza che li rende quasi inconsistenti.
Una terrazza protesa sulla piana, quasi sospesa nel cielo, e l'affresco di Piero, specchiatisi negli occhi, si sono con-fusi, trasfondendo nei sensi e nel cuore l'essenza di una pacata, semplice, bellezza ristoratrice.
domenica 1 agosto 2010
“Il carteggio Aspern”: un libro “sulla vita e sull'arte”
Talvolta immersi in una lettura ci aggiriamo in continuo sussulto nei chiaroscuri della coscienza e nei tormenti dell'anima. Assumiamo lo sguardo dolorosamente penetrante di un qualche personaggio reale e ideale insieme, apprendiamo quanto imprevedibili siano le creature umane e inafferrabile la vita. Se è così, stiamo di certo leggendo un libro scritto immediatamente con gli occhi. Henry James è un autore capace di questo. Il suo stile ha la mobilità dello sguardo. Leggerlo equivale ad osservare il dentro e il fuori di noi investiti da una convulsa sensibilità. Dalle atmosfere ridenti e serene di una tenuta inglese immersa nel verde rugiadoso e fiorito di un prato Henry James è capace di trasportarci nella penombra livida di un antico palazzo romano o nella perfezione rinascimentale, ma satura del sentore di antiquariato, di una villa in pieno sole su di un poggio fiorentino. Pervasi da una pungente amarezza sfogliamo la margherita dell'esistenza in “Ritratto di Signora”, colpiti al cuore per sempre da Ralph, biondo, alto, esile, freddamente sorridente nell'ombra cupa della morte, sua instancabile minacciosa compagna, ma appassionato nel profondo, perdutamente innamorato della cugina Isabella e dell'opera d'arte che potrebbe essere la sua vita. Quella vita che infine si fissa in un tragico “ritratto di signora”.
Dopo il lunghissimo e famoso “Ritratto di signora”, lo scrittore americano, innamorato dell'Europa e dell'Italia, scrisse un romanzo, brevissimo ma intenso e carico di “senso”: “Il carteggio Aspern”. Il titolo contiene l'oggetto di una vera e propria “quête”, ovvero della spasmodica “ricerca” del carteggio d'amore di un immaginario poeta spentosi ancora giovane. James inventa infatti la storia di un “letterato” americano, fanatico ammiratore del conterraneo poeta romantico Jeffrey Aspern, “grande nome del secolo”, l'ottocento, “quando il secolo era ancora giovane”. Di Aspern l'anonimo studioso, dopo averne ricostruito la vita e gli amori, scopre che la musa più importante del suo canto è ancora viva e dimora in Venezia, dove giunse giovinetta dall'America.
Nelle prime pagine del racconto ci ritroviamo proprio lungo un canale di Venezia. Da una gondola assumiamo il punto di vista del “cercatore” in stupita attesa davanti a un “vecchio palazzo grigio e rosa, non particolarmente antico” e dall'aria “non tanto di decadenza quanto di pacata rassegnazione”. Veniamo subito a sapere che in questa “malinconica” dimora vive, insieme con la nipote Tina, l'ormai decrepita Miss Juliana Bordereau, la fiamma del defunto estimatissimo poeta Jeffrey Aspern. L'anonimo “letterato”, una “canaglia di pennaiolo”, come lo apostroferà Juliana in una magistrale scena culminante, escogita un piano diabolico per penetrare in quel palazzo della memoria e per approfittare di un simbolico giardino imprevedibilmente sbocciato in mezzo alla laguna. Il “pennaiolo” si dà persino un falso nome, che in verità è l'unico che ci viene concesso di conoscere. Egli brucia di curiosità per il passato del suo poeta. È divorato dal desiderio di entrare in possesso delle lettere scritte da Jeffrey a Juliana e da costei custodite nell'antica e ombrosa dimora. Non vive che per quelle carte “il pennaiolo canaglia”. Arde dalla febbre di far luce sul passato dell'ammiratissimo Aspern e di raccontarlo con la sua arte. Perciò egli non si fa alcuno scrupolo nel tessere una tela di inganni. Senza morsi di coscienza si serve di Miss Tina, la nipote appassita nell'ombra del vetusto palazzo e della passata gloria della zia.
I tre personaggi disegnano un triangolo in cui l'amore viene ad assume sensi differenti.
A un vertice è la decrepita Juliana che cela con un velo verde gli occhi folgoranti che in un tempo lontano incantarono il “divino” Jeffry Aspern. Juliana è il simbolo decaduto di un passato amore, fantasma sigillato in un misterioso carteggio gelosamente custodito come unica testimonianza della poesia sublime che ella stessa ispirò.
Al vertice opposto si trova l'anonimo “pennaiolo” ardente di un amore freddo, quello “antiquario” del biografo critico la cui arte attinge alla vita e all'opera altrui senza nessuna pietà.
Al vertice centrale è Miss Tina, l'unica creatura viva e vera, sebbene si mostri sfiorita senza essere mai sbocciata nell'ombra in cui l'ha relegata lo splendido isolamento della zia.
Aldilà del dimesso aspetto avvizzito e del contegno impacciato, miss Tina è dotata di una freschezza inaudita, di un'autenticità sconosciuta, di una dignità nobilissima, e, soprattutto, di una vitalità sorprendente. Con l'arrivo dello studioso nella grande casa addormentata Tina si risveglia.
Mite, ingenua e sognatrice, ma dotata di un imprevedibile senso della realtà, Miss Tina mi sembra la vera musa di James.
Nella finzione romanzesca Miss Tina rappresenta l'imprevedibilità di un'esistenza reale aldilà della fissazione dell'opera d'arte e degli schemi rigidi dei giochi di ruolo della vita.
Ancora capace di sognare e di stupirsi mentre siede ad un tavolino del Florian insieme all'uomo che l'ha risvegliata dal letargo della sua dimora, Tina ama gratuitamente mentre fornisce con sguardi eloquenti gli indizi per il ritrovamento del misterioso “carteggio Aspern”. È Tina l'unica creatura reale del presente. Il suo cuore palpita davvero. Ella è la custode generosa dell'avida zia, di quell'Euridice mummificata sopravvissuta al suo Orfeo. Dall'Ade in cui è rinchiusa Miss Tina, tornata alla vita, spera di uscire grazie all'amore del novello Orfeo lì approdato.
Ma l'anonimo scrittore, controfigura problematicamente emblematica dello stesso James, insegue il passato. Egli è avido di quel passato come materia della sua arte.
Mi sembra, quindi, che il racconto di James ci metta davanti al tragico tentativo di dare senso alla vita attraverso i fantasmi della mente. Ed è Tina a far dileguare i fantasmi. È lei infatti che brucia ad una ad una le pagine del “carteggio Aspern” e mostra come il mondo sia costituito di creature reali imprevedibili.
Nella conclusione del racconto Tina appare risvegliata, ringiovanita ed abbellita. Con dolcezza ella rivela il suo gesto all'incredulo ed esterrefatto “pennaiolo” condannato per il resto della vita a piangere la perdita del feticistico “carteggio Aspern".
Dopo il lunghissimo e famoso “Ritratto di signora”, lo scrittore americano, innamorato dell'Europa e dell'Italia, scrisse un romanzo, brevissimo ma intenso e carico di “senso”: “Il carteggio Aspern”. Il titolo contiene l'oggetto di una vera e propria “quête”, ovvero della spasmodica “ricerca” del carteggio d'amore di un immaginario poeta spentosi ancora giovane. James inventa infatti la storia di un “letterato” americano, fanatico ammiratore del conterraneo poeta romantico Jeffrey Aspern, “grande nome del secolo”, l'ottocento, “quando il secolo era ancora giovane”. Di Aspern l'anonimo studioso, dopo averne ricostruito la vita e gli amori, scopre che la musa più importante del suo canto è ancora viva e dimora in Venezia, dove giunse giovinetta dall'America.
Nelle prime pagine del racconto ci ritroviamo proprio lungo un canale di Venezia. Da una gondola assumiamo il punto di vista del “cercatore” in stupita attesa davanti a un “vecchio palazzo grigio e rosa, non particolarmente antico” e dall'aria “non tanto di decadenza quanto di pacata rassegnazione”. Veniamo subito a sapere che in questa “malinconica” dimora vive, insieme con la nipote Tina, l'ormai decrepita Miss Juliana Bordereau, la fiamma del defunto estimatissimo poeta Jeffrey Aspern. L'anonimo “letterato”, una “canaglia di pennaiolo”, come lo apostroferà Juliana in una magistrale scena culminante, escogita un piano diabolico per penetrare in quel palazzo della memoria e per approfittare di un simbolico giardino imprevedibilmente sbocciato in mezzo alla laguna. Il “pennaiolo” si dà persino un falso nome, che in verità è l'unico che ci viene concesso di conoscere. Egli brucia di curiosità per il passato del suo poeta. È divorato dal desiderio di entrare in possesso delle lettere scritte da Jeffrey a Juliana e da costei custodite nell'antica e ombrosa dimora. Non vive che per quelle carte “il pennaiolo canaglia”. Arde dalla febbre di far luce sul passato dell'ammiratissimo Aspern e di raccontarlo con la sua arte. Perciò egli non si fa alcuno scrupolo nel tessere una tela di inganni. Senza morsi di coscienza si serve di Miss Tina, la nipote appassita nell'ombra del vetusto palazzo e della passata gloria della zia.
I tre personaggi disegnano un triangolo in cui l'amore viene ad assume sensi differenti.
A un vertice è la decrepita Juliana che cela con un velo verde gli occhi folgoranti che in un tempo lontano incantarono il “divino” Jeffry Aspern. Juliana è il simbolo decaduto di un passato amore, fantasma sigillato in un misterioso carteggio gelosamente custodito come unica testimonianza della poesia sublime che ella stessa ispirò.
Al vertice opposto si trova l'anonimo “pennaiolo” ardente di un amore freddo, quello “antiquario” del biografo critico la cui arte attinge alla vita e all'opera altrui senza nessuna pietà.
Al vertice centrale è Miss Tina, l'unica creatura viva e vera, sebbene si mostri sfiorita senza essere mai sbocciata nell'ombra in cui l'ha relegata lo splendido isolamento della zia.
Aldilà del dimesso aspetto avvizzito e del contegno impacciato, miss Tina è dotata di una freschezza inaudita, di un'autenticità sconosciuta, di una dignità nobilissima, e, soprattutto, di una vitalità sorprendente. Con l'arrivo dello studioso nella grande casa addormentata Tina si risveglia.
Mite, ingenua e sognatrice, ma dotata di un imprevedibile senso della realtà, Miss Tina mi sembra la vera musa di James.
Nella finzione romanzesca Miss Tina rappresenta l'imprevedibilità di un'esistenza reale aldilà della fissazione dell'opera d'arte e degli schemi rigidi dei giochi di ruolo della vita.
Ancora capace di sognare e di stupirsi mentre siede ad un tavolino del Florian insieme all'uomo che l'ha risvegliata dal letargo della sua dimora, Tina ama gratuitamente mentre fornisce con sguardi eloquenti gli indizi per il ritrovamento del misterioso “carteggio Aspern”. È Tina l'unica creatura reale del presente. Il suo cuore palpita davvero. Ella è la custode generosa dell'avida zia, di quell'Euridice mummificata sopravvissuta al suo Orfeo. Dall'Ade in cui è rinchiusa Miss Tina, tornata alla vita, spera di uscire grazie all'amore del novello Orfeo lì approdato.
Ma l'anonimo scrittore, controfigura problematicamente emblematica dello stesso James, insegue il passato. Egli è avido di quel passato come materia della sua arte.
Mi sembra, quindi, che il racconto di James ci metta davanti al tragico tentativo di dare senso alla vita attraverso i fantasmi della mente. Ed è Tina a far dileguare i fantasmi. È lei infatti che brucia ad una ad una le pagine del “carteggio Aspern” e mostra come il mondo sia costituito di creature reali imprevedibili.
Nella conclusione del racconto Tina appare risvegliata, ringiovanita ed abbellita. Con dolcezza ella rivela il suo gesto all'incredulo ed esterrefatto “pennaiolo” condannato per il resto della vita a piangere la perdita del feticistico “carteggio Aspern".
sabato 24 luglio 2010
La stanza di Suor Elisa e la sconosciuta poetessa sorella di Shakespeare
Il profumo della primavera inondava la grande sala laboratorio. Il pavimento di marmo porpora tirato a lucido come uno specchio rifletteva il mobilio solido, sobrio e austero addossato alle linde pareti chiare. Sui ripiani delle credenze e delle consolle vetri trasparenti traboccavano di rose inebrianti, recise di fresco dai rosai del giardino, curato nel suo naturale rigoglio, che si intravedeva aldilà della grande sala, dalla porta che si apriva sul cortile interno della casa convento.
Come cascate spumeggianti da giovani grembi si riversavano sulla lucida porpora marmorea bianchi lini, sui quali dita trepidanti di pensieri celati diradavano la trama in impalpabili trine o disegnavano tralci fioriti, sotto lo sguardo vigile ed esperto delle suore pazienti, ma inesorabili, nel correggere anche il più impercettibile errore dell'ago che la giovane mano, distratta da un'emozione del cuore, aveva guidato con cura negligente.
Brune, bionde, o castane, le teste chine sui lini si sollevavano ogni tanto con un improvviso guizzo birichino. Vividi occhi ridenti di complicità s'incrociavano furtivamente.
Dalle ampie ed alte finestre insieme alla brezza fiorita entrava il vociare pacato dei passanti.
Suor Elisa, le mani celate nelle pieghe della tonaca, aleggiava ironica e saggia nella sala.
Ora so che lei, cuore sapiente, leggeva i pensieri irrequieti che si agitavano oltre le chiome composte delle giovani ricamatrici.
Ora so che anche lei era una donna!
Una volta mi prestò un romanzo tirato giù da uno scaffale della biblioteca per signorine che si trovava nel suo studio. Il titolo non me lo ricordo. Ma nitido è tuttora davanti a me nella sua copertina di tela avorio decorata da una cornice dorata. Le pagine cucite, scorrendo, trattenevano la storia d' un casto amore!
Era la tacita empatia di suor Elisa!
I turbamenti di una adolescente sognante, che lei di certo percepiva, potevano a suo avviso placarsi di attese convenzionali ed attraenti, come si conveniva a secolari generazioni di educande.
Oggi in quella grande stanza in intima penombra io entro con la “potenza” della mente che, mirabilmente, anche ora diffonde tutt'intorno promettenti profumi di primavera!
È questa facoltà della mente a rinnovare eternamente la stagione dell'incandescenza della materia! La stagione in cui l'energia che siamo esige più che mai di liberarsi, di appagarsi, di trovare la felicità! Il tempo in cui non si sono fatti i conti con la realtà e la vita si offre “indelibata, intera”!
Suor Elisa li aveva fatti questi conti, e, forse, lei, come Virginia Woolf, sapeva che una donna per liberare la poesia del suo essere necessita di “cinquecento sterline di rendita” e di “una stanza tutta per sé”. E, tutto sommato, suor Elisa quella stanza se l'era a modo suo procurata e la metteva a disposizione delle giovani donne che varcavano per qualche tempo la soglia della suo convento, un po' collegio e un po' scuola di ricamo.
Da poco ho finito “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.
Dalle pagine del libro la mente ha evocato, fin quasi a materializzarla, la stanza di suor Elisa. Se questo è accaduto vuol dire che quella è stata l'unica “stanza tutta per me” della mia vita, sebbene non la abitassi da sola, e non per scrivere racconti, ma per educarmi al ricamo. In fondo, tuttavia, l'esperienza non mi pare molto diversa da quella delle scrittrici inglesi ricordate da Virginia nel suo libro. Anche loro non avevano “una stanza tutta per sé”. Scrivevano furtivamente “nella stanza di soggiorno comune”. (Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. a cura di Maria Antonietta Saracino, Einaudi, Torino 1995, p. 137).
Non è strana la coincidenza tra ricamo e scrittura nella vita delle donne.
Nel “soggiorno comune”, molto probabilmente, Jane Austen mentre ricamava osservava con attenzione la realtà circostante e ne coglieva quell'essenza ulteriore che, posato il lavoro ad ago, ricamava in pagine immortali con la sua scrittura nitida e sorridente.
Ripenso ora con ammirazione anche a Jo, la protagonista di “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Jo, forse come era possibile per Louisa stessa, ha per sé una soffitta in cui, accoccolata davanti allo scrigno dei ricordi e delle speranze, può sfogare “ la mente incandescente”. Jo è davvero fortunata! Le è addirittura permesso di mettere in scena nel salotto di casa i drammi da lei composti, e le riesce persino di guadagnare denaro con i suoi racconti.
Il romanzo della Alcott dimostra che già nell'ottocento in America la donna godeva di un angolino tutto per sé dove poteva liberare “la mente incandescente”, sebbene la sua famiglia non navigasse nell'oro.
Nell'Italia degli anni sessanta per la maggior parte delle donne la soffitta di Jo era un sogno impossibile. Anche se avevano il privilegio di andare a scuola, non era certo lì che potevano permettersi di sfogare la mente. Erano tempi in cui si imponevano trattazioni noiosissime a tema senza nessuna cura per la riflessione sulla scrittura come esperienza “ideativa” di un testo personale, di ricerca della forma del sé nell'interpretazione del mondo interno ed esterno, rinvenibile, magari, anche in quello inventato, ma non per questo meno vero, della poesia. E forse, per lo più, è così che vanno ancora le cose a scuola.
“Una stanza tutta per sé” è un metaracconto in cui Virginia con “mente incandescente” esplora la scrittura femminile. Il suo sguardo indagatore scorre le righe dei libri tirati giù dalla sua biblioteca alla ricerca di una parola luminosa che illumini il rapporto tra donne e romanzo nella scrittura di autrici a lei care, ed anche a me. In controluce ella riporta i giudizi severi dell'altro sesso, ma non se ne lascia toccare. E neppure indulge ad una partigiana e sciocca esaltazione della donna. Né si rifugia nella giustificazione della parola negata. Inventa, invece, una sorella di Shakespeare “altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui”. (Una stanza tutta per sé, p. 97).
E di questa poetessa, sorella di Shakespeare, Virginia immagina una tragica fine. Scappata di casa per sfuggire alla nozze desiderate per lei dai genitori con il figlio di un ricco mercante di lane, sedotta da un attore impresario, “- chi mai potrà misurare il fervore e la violenza di un cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? - si uccise, in una notte d'inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino ad Elephant and Castle. (Una stanza tutta per sé, p. 99).
Ora mi chiedo se il battito del cuore è sessuato, se lo è l'accendersi della mente nell'attimo in cui coglie il balenio di una qualche verità.
Anche Virginia si chiese “se nella mente esistano due sessi che corrispondono ai due sessi del corpo, e se anche questi devono unirsi per giungere alla completa soddisfazione e felicità”. (Una stanza tutta per sé, p.201). Ed è ancora lei che tenta per me una risposta commentando un pensiero di Coleridge: “Forse Coleridge intendeva proprio questo quando diceva che la mente grande è androgina. Ed è quando ha luogo questa fusione che la mente è del tutto fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che sia interamente maschile non è in grado di creare, proprio come una mente che sia interamente femminile, pensavo... Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa incandescente e indivisa”. (Una stanza tutta per sé, p.201).
Incandescenza e completezza! La creatività è propria di una mente indivisa!
Quasi di certo da questa idea fu ispirato il romanzo della Woolf “Orlando”, emblematica epopea di una metafisica creatura androgina che trasvola i secoli.
È dell'essere assoluto tale completezza. Agli uomini e alle donne reali tocca lo stato incompleto e l'inseguimento della felicità, raggiunta solo, forse, nello stato di grazia di una mente incandescente, in cui, pur nella sua specificità maschile o femminile, avviene quella “fusione” che le concede di diventare “fertile” e di “fare uso di tutte le sue facoltà”.
Uno stato di grazia tale è gioia pura, occhio chiaro e sorridente nel “fare i conti con la realtà”, alieno da quel rancore di cui parla Virginia e dal quale poche opere femminili sono esenti.
E forse il nodo doloroso che le donne devono ancora sciogliere è questo: fare i conti con la realtà senza rancore, e senza cadere nella trappola della competizione, di una gara da vincere per conquistare un premio.
È necessario evitare le “seduzioni” della carriera che esigono il tradimento dei sogni, altrimenti le indispensabili “cinquecento sterline” che le donne hanno conquistato non saranno sufficienti per edificare una “stanza tutta per sé”, che è in definitiva uno spazio libero tutto interiore dal quale si può attingere l'energia per l'attenzione alla realtà e per il superamento dei suoi limiti angusti. Se si vuole proiettarsi verso questa liberazione autentica, bisogna giungere a contemplare “ciò che rimane una volta gettata aldilà della siepe la buccia vuota del giorno”. (Una stanza tutta per sé, p. 225).
Ritorno nella stanza di suor Elisa. La suora, fatalmente, porta il medesimo nome della appassionata fanciulla che circa un millennio fa, dal convento dove era rinchiusa, scrisse lettere brucianti all'amato Abelardo. Dov'è ora la suora, cuore sapiente? Dove sono tutte le compagne di quelle ore fertili di attenzione nel ricamare trine e tralci fioriti? Quell'esercizio di paziente precisione le preparò a fare i conti con la realtà e a far rinascere in loro la sconosciuta poetessa sorella di Shakespeare? Credo di sì. E ora mi sembra di averle accanto.
Sono le donne che incontro ogni giorno alle quali, concludendo il suo libro, Virginia si rivolge dicendo:
“Ora è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno mettendo a letto i bambini... Prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l'avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà. Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell'oscurità, vale certamente la pena”. (Una stanza tutta per sé, p. 231 e 233).
Come cascate spumeggianti da giovani grembi si riversavano sulla lucida porpora marmorea bianchi lini, sui quali dita trepidanti di pensieri celati diradavano la trama in impalpabili trine o disegnavano tralci fioriti, sotto lo sguardo vigile ed esperto delle suore pazienti, ma inesorabili, nel correggere anche il più impercettibile errore dell'ago che la giovane mano, distratta da un'emozione del cuore, aveva guidato con cura negligente.
Brune, bionde, o castane, le teste chine sui lini si sollevavano ogni tanto con un improvviso guizzo birichino. Vividi occhi ridenti di complicità s'incrociavano furtivamente.
Dalle ampie ed alte finestre insieme alla brezza fiorita entrava il vociare pacato dei passanti.
Suor Elisa, le mani celate nelle pieghe della tonaca, aleggiava ironica e saggia nella sala.
Ora so che lei, cuore sapiente, leggeva i pensieri irrequieti che si agitavano oltre le chiome composte delle giovani ricamatrici.
Ora so che anche lei era una donna!
Una volta mi prestò un romanzo tirato giù da uno scaffale della biblioteca per signorine che si trovava nel suo studio. Il titolo non me lo ricordo. Ma nitido è tuttora davanti a me nella sua copertina di tela avorio decorata da una cornice dorata. Le pagine cucite, scorrendo, trattenevano la storia d' un casto amore!
Era la tacita empatia di suor Elisa!
I turbamenti di una adolescente sognante, che lei di certo percepiva, potevano a suo avviso placarsi di attese convenzionali ed attraenti, come si conveniva a secolari generazioni di educande.
Oggi in quella grande stanza in intima penombra io entro con la “potenza” della mente che, mirabilmente, anche ora diffonde tutt'intorno promettenti profumi di primavera!
È questa facoltà della mente a rinnovare eternamente la stagione dell'incandescenza della materia! La stagione in cui l'energia che siamo esige più che mai di liberarsi, di appagarsi, di trovare la felicità! Il tempo in cui non si sono fatti i conti con la realtà e la vita si offre “indelibata, intera”!
Suor Elisa li aveva fatti questi conti, e, forse, lei, come Virginia Woolf, sapeva che una donna per liberare la poesia del suo essere necessita di “cinquecento sterline di rendita” e di “una stanza tutta per sé”. E, tutto sommato, suor Elisa quella stanza se l'era a modo suo procurata e la metteva a disposizione delle giovani donne che varcavano per qualche tempo la soglia della suo convento, un po' collegio e un po' scuola di ricamo.
Da poco ho finito “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.
Dalle pagine del libro la mente ha evocato, fin quasi a materializzarla, la stanza di suor Elisa. Se questo è accaduto vuol dire che quella è stata l'unica “stanza tutta per me” della mia vita, sebbene non la abitassi da sola, e non per scrivere racconti, ma per educarmi al ricamo. In fondo, tuttavia, l'esperienza non mi pare molto diversa da quella delle scrittrici inglesi ricordate da Virginia nel suo libro. Anche loro non avevano “una stanza tutta per sé”. Scrivevano furtivamente “nella stanza di soggiorno comune”. (Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. a cura di Maria Antonietta Saracino, Einaudi, Torino 1995, p. 137).
Non è strana la coincidenza tra ricamo e scrittura nella vita delle donne.
Nel “soggiorno comune”, molto probabilmente, Jane Austen mentre ricamava osservava con attenzione la realtà circostante e ne coglieva quell'essenza ulteriore che, posato il lavoro ad ago, ricamava in pagine immortali con la sua scrittura nitida e sorridente.
Ripenso ora con ammirazione anche a Jo, la protagonista di “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Jo, forse come era possibile per Louisa stessa, ha per sé una soffitta in cui, accoccolata davanti allo scrigno dei ricordi e delle speranze, può sfogare “ la mente incandescente”. Jo è davvero fortunata! Le è addirittura permesso di mettere in scena nel salotto di casa i drammi da lei composti, e le riesce persino di guadagnare denaro con i suoi racconti.
Il romanzo della Alcott dimostra che già nell'ottocento in America la donna godeva di un angolino tutto per sé dove poteva liberare “la mente incandescente”, sebbene la sua famiglia non navigasse nell'oro.
Nell'Italia degli anni sessanta per la maggior parte delle donne la soffitta di Jo era un sogno impossibile. Anche se avevano il privilegio di andare a scuola, non era certo lì che potevano permettersi di sfogare la mente. Erano tempi in cui si imponevano trattazioni noiosissime a tema senza nessuna cura per la riflessione sulla scrittura come esperienza “ideativa” di un testo personale, di ricerca della forma del sé nell'interpretazione del mondo interno ed esterno, rinvenibile, magari, anche in quello inventato, ma non per questo meno vero, della poesia. E forse, per lo più, è così che vanno ancora le cose a scuola.
“Una stanza tutta per sé” è un metaracconto in cui Virginia con “mente incandescente” esplora la scrittura femminile. Il suo sguardo indagatore scorre le righe dei libri tirati giù dalla sua biblioteca alla ricerca di una parola luminosa che illumini il rapporto tra donne e romanzo nella scrittura di autrici a lei care, ed anche a me. In controluce ella riporta i giudizi severi dell'altro sesso, ma non se ne lascia toccare. E neppure indulge ad una partigiana e sciocca esaltazione della donna. Né si rifugia nella giustificazione della parola negata. Inventa, invece, una sorella di Shakespeare “altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui”. (Una stanza tutta per sé, p. 97).
E di questa poetessa, sorella di Shakespeare, Virginia immagina una tragica fine. Scappata di casa per sfuggire alla nozze desiderate per lei dai genitori con il figlio di un ricco mercante di lane, sedotta da un attore impresario, “- chi mai potrà misurare il fervore e la violenza di un cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? - si uccise, in una notte d'inverno, ed è sepolta nei pressi di un incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino ad Elephant and Castle. (Una stanza tutta per sé, p. 99).
Ora mi chiedo se il battito del cuore è sessuato, se lo è l'accendersi della mente nell'attimo in cui coglie il balenio di una qualche verità.
Anche Virginia si chiese “se nella mente esistano due sessi che corrispondono ai due sessi del corpo, e se anche questi devono unirsi per giungere alla completa soddisfazione e felicità”. (Una stanza tutta per sé, p.201). Ed è ancora lei che tenta per me una risposta commentando un pensiero di Coleridge: “Forse Coleridge intendeva proprio questo quando diceva che la mente grande è androgina. Ed è quando ha luogo questa fusione che la mente è del tutto fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che sia interamente maschile non è in grado di creare, proprio come una mente che sia interamente femminile, pensavo... Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa incandescente e indivisa”. (Una stanza tutta per sé, p.201).
Incandescenza e completezza! La creatività è propria di una mente indivisa!
Quasi di certo da questa idea fu ispirato il romanzo della Woolf “Orlando”, emblematica epopea di una metafisica creatura androgina che trasvola i secoli.
È dell'essere assoluto tale completezza. Agli uomini e alle donne reali tocca lo stato incompleto e l'inseguimento della felicità, raggiunta solo, forse, nello stato di grazia di una mente incandescente, in cui, pur nella sua specificità maschile o femminile, avviene quella “fusione” che le concede di diventare “fertile” e di “fare uso di tutte le sue facoltà”.
Uno stato di grazia tale è gioia pura, occhio chiaro e sorridente nel “fare i conti con la realtà”, alieno da quel rancore di cui parla Virginia e dal quale poche opere femminili sono esenti.
E forse il nodo doloroso che le donne devono ancora sciogliere è questo: fare i conti con la realtà senza rancore, e senza cadere nella trappola della competizione, di una gara da vincere per conquistare un premio.
È necessario evitare le “seduzioni” della carriera che esigono il tradimento dei sogni, altrimenti le indispensabili “cinquecento sterline” che le donne hanno conquistato non saranno sufficienti per edificare una “stanza tutta per sé”, che è in definitiva uno spazio libero tutto interiore dal quale si può attingere l'energia per l'attenzione alla realtà e per il superamento dei suoi limiti angusti. Se si vuole proiettarsi verso questa liberazione autentica, bisogna giungere a contemplare “ciò che rimane una volta gettata aldilà della siepe la buccia vuota del giorno”. (Una stanza tutta per sé, p. 225).
Ritorno nella stanza di suor Elisa. La suora, fatalmente, porta il medesimo nome della appassionata fanciulla che circa un millennio fa, dal convento dove era rinchiusa, scrisse lettere brucianti all'amato Abelardo. Dov'è ora la suora, cuore sapiente? Dove sono tutte le compagne di quelle ore fertili di attenzione nel ricamare trine e tralci fioriti? Quell'esercizio di paziente precisione le preparò a fare i conti con la realtà e a far rinascere in loro la sconosciuta poetessa sorella di Shakespeare? Credo di sì. E ora mi sembra di averle accanto.
Sono le donne che incontro ogni giorno alle quali, concludendo il suo libro, Virginia si rivolge dicendo:
“Ora è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno mettendo a letto i bambini... Prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l'avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà. Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell'oscurità, vale certamente la pena”. (Una stanza tutta per sé, p. 231 e 233).
giovedì 15 luglio 2010
Shehrazade e l' Esame di Stato
Shehrazade è la principessa persiana che salva tutte le donne del suo paese dall'odio spietato del re Shahriyar. Costui, infatti, ferito dal tradimento della prima sposa, è diventato preda di un insaziabile desiderio di vendetta. Accecato dall'odio verso le donne, ogni giorno si sceglie una moglie che uccide spietatamente il mattino seguente alla prima notte di nozze. Perciò la gentile e saggia Shehrazade decide di offrirsi al re, confidando nella possibilità di sciogliere dall'odio il suo cuore e di salvare così dalla morte tutte le fanciulle di Persia. Divenuta sposa di Shahriyar, sul far della notte, la principessa avvince il re coi fili di una sapiente narrazione. All'alba la storia non è terminata. Allora lo sposo regale decide di rinviare la morte di Shehrazade per conoscere l'epilogo di quell'intreccio che l'ha catturato. Accade così che l'incantevole narratrice inanella di notte in notte una sequela infinita di racconti, grazie ai quali la sua morte viene rinviata per “mille e una notte”, finché il re, guarito da quelle labbra salvifiche, cede per sempre all'amore per Shehrazde e per la vita.
La vicenda che ho in sintesi narrato è la cornice dell'opera fiabesca più famosa al mondo, Le Mille e Una Notte. Dalla sua struttura e dal suo significato (l'incanto salvifico del racconto) sono stati ispirati molti narratori, finanche, probabilmente, il nostro Giovanni Boccaccio nella composizione del suo Decamerone.
Mi sembra che il senso universale dell'emblematico labirinto di storie delle Mille e Una Notte stia nella rappresentazione della vita umana protesa alla conoscenza attraverso l'ascolto della parola di un'amante narratrice. L'etimologia del termine “narrare”, del resto, ci illumina sulla funzione conoscitiva dell'arte del racconto. Il vocabolo deriva, infatti dal latino “gnarus” = “conoscitore, esperto”, aggettivo a sua volta generato dal verbo “gnosco / nosco” = conoscere. Analogamente se consideriamo il termine “storia”, ne rinveniamo il senso nell'etimo greco ἱστορία (historìa) da ἵστωρ (histōr) = “che conosce”, ricollegabile a οἶδα (oida) = “io so per averlo visto”.
Shehrazade è quindi dotata di una parola sapiente che “istoria” la vita con l'incanto della narrazione”. È colei che commuove trasportando il re nel bel mezzo della vita, inducendolo a conoscersi negli intrecci di innumerevoli racconti. Colui che ascolta compie un'esperienza del mondo e apprende a conoscere se stesso. La parola sapiente di Shehrazade nomina gli “oggetti” della vita e li anima con l'incanto di un'evocazione dalla notte della coscienza confusa e inconsapevole di un “inesperto bambino” che si dibatte negli istinti e nelle passioni cieche e ferine della bestia primordiale.
L'arte della narrazione è pertanto la prima “scuola” di conoscenza. Shehrazade è una simbolica maestra di conoscenza.
Povera Shehrazade se capitasse d'improvviso nel bel mezzo di un Esame di Stato! Le toccherebbe ascoltare l'inanellarsi di vuote parole in cui annasperebbe invano alla ricerca di un senso! Si chiederebbe chi abbia mai ridotto i suoi vivi racconti negli insulsi frammenti delle cosiddette “mappe concettuali”! Ascolterebbe inorridita ed incredula elucubrate proposte di tabellate “griglie di valutazione”, partorite da dotti e magniloquenti sostenitori di novelle “magnifiche sorti e progressive”! Non potrebbe in alcun modo lasciarsi prendere dall'ascolto di qualche bella “istoria” dipinta nei volti giovanili innanzi a lei, ma sarebbe costretta ai calcoli dei numeri incasellati in una tabella sulla quale diverse paia di occhi appuntati controllano al di sopra e al di sotto di quale totale siano o non siano attribuibili i punti del “bonus”! Sembrerebbe alla povera Shehrazade di trovarsi in un bazar a contrattare per cianfrusaglie scompagnate e logore raccattate ed ammucchiate alla rinfusa da un mercante rozzo ed incurante ed ignorante della varietà e del pregio della materia.
Delle storie degli uomini stupiti dall'universo e delle loro domande che inseguono la verità non importa più a nessuno in quel rito inutile che è l'Esame di Stato, ovvio epilogo di una scuola immiserita e svilita non solo dalle “riforme” informi di legislatori ignoranti ed asserviti al potere di un'iniqua economia gestita da venditori di fumo, da imbonitori di masse pronte a lasciarsi abbindolare come scimmie ammaestrate in un circo di infimo ordine!
Tutta la scuola è salita sul carrozzone di questo circo triste! E lo spettacolo si svolge sotto un tendone rappezzato malamente e diretto il più delle volte da maldestri domatori, da giocolieri e prestigiatori di illusoria apparenza! Gli artisti del circo sono ridotti a “risorse umane” pronte a svendere la libertà della loro sapiente creatività ai calcoli dei budget, delle griglie, delle rendicontazioni per i monitoraggi, degli standard da far apparire per appiccicarsi qualche “bollino di qualità” riconosciuta sulla base di una incomprensibile statistica di astratti dati numerici!
E allora, riprendendo la domanda conclusiva dell'amico Pino nel suo ultimo post, “ Auto in corsa senza conducenti!”, leggibile su in-crocivie.com, mi chiedo: “come mai” nella scuola “ci tocca essere “guidati” da un personale così inadeguato di fronte alle sfide e anche alle promesse possibili del nostro tempo?”
So formulare soltanto un auspicio. Che si diffonda di nuovo, quanto prima, la sapiente parola di Shehrazade ispirata dal sacrificio e dall'etica “leggera” dell'amore!
La vicenda che ho in sintesi narrato è la cornice dell'opera fiabesca più famosa al mondo, Le Mille e Una Notte. Dalla sua struttura e dal suo significato (l'incanto salvifico del racconto) sono stati ispirati molti narratori, finanche, probabilmente, il nostro Giovanni Boccaccio nella composizione del suo Decamerone.
Mi sembra che il senso universale dell'emblematico labirinto di storie delle Mille e Una Notte stia nella rappresentazione della vita umana protesa alla conoscenza attraverso l'ascolto della parola di un'amante narratrice. L'etimologia del termine “narrare”, del resto, ci illumina sulla funzione conoscitiva dell'arte del racconto. Il vocabolo deriva, infatti dal latino “gnarus” = “conoscitore, esperto”, aggettivo a sua volta generato dal verbo “gnosco / nosco” = conoscere. Analogamente se consideriamo il termine “storia”, ne rinveniamo il senso nell'etimo greco ἱστορία (historìa) da ἵστωρ (histōr) = “che conosce”, ricollegabile a οἶδα (oida) = “io so per averlo visto”.
Shehrazade è quindi dotata di una parola sapiente che “istoria” la vita con l'incanto della narrazione”. È colei che commuove trasportando il re nel bel mezzo della vita, inducendolo a conoscersi negli intrecci di innumerevoli racconti. Colui che ascolta compie un'esperienza del mondo e apprende a conoscere se stesso. La parola sapiente di Shehrazade nomina gli “oggetti” della vita e li anima con l'incanto di un'evocazione dalla notte della coscienza confusa e inconsapevole di un “inesperto bambino” che si dibatte negli istinti e nelle passioni cieche e ferine della bestia primordiale.
L'arte della narrazione è pertanto la prima “scuola” di conoscenza. Shehrazade è una simbolica maestra di conoscenza.
Povera Shehrazade se capitasse d'improvviso nel bel mezzo di un Esame di Stato! Le toccherebbe ascoltare l'inanellarsi di vuote parole in cui annasperebbe invano alla ricerca di un senso! Si chiederebbe chi abbia mai ridotto i suoi vivi racconti negli insulsi frammenti delle cosiddette “mappe concettuali”! Ascolterebbe inorridita ed incredula elucubrate proposte di tabellate “griglie di valutazione”, partorite da dotti e magniloquenti sostenitori di novelle “magnifiche sorti e progressive”! Non potrebbe in alcun modo lasciarsi prendere dall'ascolto di qualche bella “istoria” dipinta nei volti giovanili innanzi a lei, ma sarebbe costretta ai calcoli dei numeri incasellati in una tabella sulla quale diverse paia di occhi appuntati controllano al di sopra e al di sotto di quale totale siano o non siano attribuibili i punti del “bonus”! Sembrerebbe alla povera Shehrazade di trovarsi in un bazar a contrattare per cianfrusaglie scompagnate e logore raccattate ed ammucchiate alla rinfusa da un mercante rozzo ed incurante ed ignorante della varietà e del pregio della materia.
Delle storie degli uomini stupiti dall'universo e delle loro domande che inseguono la verità non importa più a nessuno in quel rito inutile che è l'Esame di Stato, ovvio epilogo di una scuola immiserita e svilita non solo dalle “riforme” informi di legislatori ignoranti ed asserviti al potere di un'iniqua economia gestita da venditori di fumo, da imbonitori di masse pronte a lasciarsi abbindolare come scimmie ammaestrate in un circo di infimo ordine!
Tutta la scuola è salita sul carrozzone di questo circo triste! E lo spettacolo si svolge sotto un tendone rappezzato malamente e diretto il più delle volte da maldestri domatori, da giocolieri e prestigiatori di illusoria apparenza! Gli artisti del circo sono ridotti a “risorse umane” pronte a svendere la libertà della loro sapiente creatività ai calcoli dei budget, delle griglie, delle rendicontazioni per i monitoraggi, degli standard da far apparire per appiccicarsi qualche “bollino di qualità” riconosciuta sulla base di una incomprensibile statistica di astratti dati numerici!
E allora, riprendendo la domanda conclusiva dell'amico Pino nel suo ultimo post, “ Auto in corsa senza conducenti!”, leggibile su in-crocivie.com, mi chiedo: “come mai” nella scuola “ci tocca essere “guidati” da un personale così inadeguato di fronte alle sfide e anche alle promesse possibili del nostro tempo?”
So formulare soltanto un auspicio. Che si diffonda di nuovo, quanto prima, la sapiente parola di Shehrazade ispirata dal sacrificio e dall'etica “leggera” dell'amore!
martedì 6 luglio 2010
Scappa Cenerentola! Sfuggi alla madrina!
La semplicità della fiaba fa sorridere. Può sembrare banale e allo stesso tempo impossibile. Roba da bambini che facilmente sono ingannati dalle storie fantastiche.
Nella fiaba il bene e il male, il brutto e il bello hanno forme semplici grazie all'esagerazione. I personaggi sono funzionali allo schema dei valori. L'eroe compie un viaggio di formazione con esito positivo.
Tante fiabe famose raccontano le vicende di un'eroina. Tra le più note c'è quella di Cenerentola. Nel disegno dell'intreccio e nei ruoli dei personaggi di questa fiaba emergono i buoni e i cattivi sentimenti, le qualità belle e quelle brutte.
Cenerentola è umile, obbediente, paziente, solerte, generosa, amica dei semplici e, soprattutto, fiduciosa.
Le sorellastre sono superbe, arroganti, insofferenti, sfaccendate, invidiose, determinate e sicure del successo.
Certo, nella fiaba manca il cosiddetto tuttotondo, la verosimiglianza psicologica. Ma se ricomponiamo in noi le funzioni semplici di protagonisti e antagonisti il tuttotondo si forma. Senza contare il fatto che nelle funzioni ci sono esperienze universali generate dal gioco della vita e dai ruoli che in questo gioco ci tocca giocare.
Quello di Cenerentola è senz'altro uno dei ruoli più ricorrenti nell'universo spaziotemporale al femminile. Per scelta o per destino.
Non sempre però la storia di Cenerentola è a lieto fine. O almeno così pare. Senza dire poi del disprezzo che patisce Cenerentola! L'espressione “è una cenerentola!” equivale alla mortificazione di tutte quelle “virtù” che il personaggio / funzione vorrebbe, invece, trasmettere. Forse la funzione di Cenerentola è la più mortificante tra tutte quelle dei personaggi fiabeschi.
Non so se gli studiosi della fiaba hanno mai pensato che a Cenerentola viene del tutto negata una metamorfosi autentica, specialmente nella versione narrata da C. Perrault.
Quando le sorellastre vanno al ballo dato dal principe lasciano a casa Cenerentola triste e sola. Alla festa lei non potrà partecipare!
Mi piacerebbe proprio che la fiaba finisse qui!
E invece no. Cenerentola ha una madrina che trasforma una zucca in carrozza, i topi in cavalli e cocchiere, le lucertole in lacchè. E, per finire, la madrina fatata con un tocco della sua magica bacchetta muta i cenci di Cenerentola in uno splendido abito da ballo e le sue logore ciabatte in luccicanti scarpine di vetro. Cenerentola, allora, con l'aiuto della madrina sembra cambiarsi in una leggiadra e seducente fanciulla. Sulla carrozza vola al castello in festa. Compare nella sala da ballo facendo tutti trasecolare. Il principe danza solo con lei. La rincorre allo scoccare della mezzanotte per tre notti di seguito. Nella terza fatidica notte egli riesce a tenersi un pegno materiale di quella magica quanto fuggevole bellezza: una delle scarpine di vetro persa da Cenerentola in fuga.
Quella scarpina simboleggia la fragilità dell'incantesimo. È l'inconsistenza stessa di una metamorfosi indotta. L'epilogo della fiaba è universalmente noto. Il principe sposa Cenerentola.
Ora che ci penso, questa è proprio una brutta storia!
Preferirei che Cenerentola si liberasse della madrina e scappasse di casa. In caso contrario sarebbe meglio che continuasse ad essere per tutta la vita la cenciosa Cenerentola.
Solo se Cenerentola, invece della magia della madrina, trovasse la magia del sé, il compimento della fiaba sarebbe felice. Quel tocco magico della bacchetta fatata avverrebbe nell'attraversamento della vita, nel vivere sul proprio corpo tutte le prove del viaggio, nel sorridere delle prove e dello stesso ruolo di Cenerentola!
Nella fiaba il bene e il male, il brutto e il bello hanno forme semplici grazie all'esagerazione. I personaggi sono funzionali allo schema dei valori. L'eroe compie un viaggio di formazione con esito positivo.
Tante fiabe famose raccontano le vicende di un'eroina. Tra le più note c'è quella di Cenerentola. Nel disegno dell'intreccio e nei ruoli dei personaggi di questa fiaba emergono i buoni e i cattivi sentimenti, le qualità belle e quelle brutte.
Cenerentola è umile, obbediente, paziente, solerte, generosa, amica dei semplici e, soprattutto, fiduciosa.
Le sorellastre sono superbe, arroganti, insofferenti, sfaccendate, invidiose, determinate e sicure del successo.
Certo, nella fiaba manca il cosiddetto tuttotondo, la verosimiglianza psicologica. Ma se ricomponiamo in noi le funzioni semplici di protagonisti e antagonisti il tuttotondo si forma. Senza contare il fatto che nelle funzioni ci sono esperienze universali generate dal gioco della vita e dai ruoli che in questo gioco ci tocca giocare.
Quello di Cenerentola è senz'altro uno dei ruoli più ricorrenti nell'universo spaziotemporale al femminile. Per scelta o per destino.
Non sempre però la storia di Cenerentola è a lieto fine. O almeno così pare. Senza dire poi del disprezzo che patisce Cenerentola! L'espressione “è una cenerentola!” equivale alla mortificazione di tutte quelle “virtù” che il personaggio / funzione vorrebbe, invece, trasmettere. Forse la funzione di Cenerentola è la più mortificante tra tutte quelle dei personaggi fiabeschi.
Non so se gli studiosi della fiaba hanno mai pensato che a Cenerentola viene del tutto negata una metamorfosi autentica, specialmente nella versione narrata da C. Perrault.
Quando le sorellastre vanno al ballo dato dal principe lasciano a casa Cenerentola triste e sola. Alla festa lei non potrà partecipare!
Mi piacerebbe proprio che la fiaba finisse qui!
E invece no. Cenerentola ha una madrina che trasforma una zucca in carrozza, i topi in cavalli e cocchiere, le lucertole in lacchè. E, per finire, la madrina fatata con un tocco della sua magica bacchetta muta i cenci di Cenerentola in uno splendido abito da ballo e le sue logore ciabatte in luccicanti scarpine di vetro. Cenerentola, allora, con l'aiuto della madrina sembra cambiarsi in una leggiadra e seducente fanciulla. Sulla carrozza vola al castello in festa. Compare nella sala da ballo facendo tutti trasecolare. Il principe danza solo con lei. La rincorre allo scoccare della mezzanotte per tre notti di seguito. Nella terza fatidica notte egli riesce a tenersi un pegno materiale di quella magica quanto fuggevole bellezza: una delle scarpine di vetro persa da Cenerentola in fuga.
Quella scarpina simboleggia la fragilità dell'incantesimo. È l'inconsistenza stessa di una metamorfosi indotta. L'epilogo della fiaba è universalmente noto. Il principe sposa Cenerentola.
Ora che ci penso, questa è proprio una brutta storia!
Preferirei che Cenerentola si liberasse della madrina e scappasse di casa. In caso contrario sarebbe meglio che continuasse ad essere per tutta la vita la cenciosa Cenerentola.
Solo se Cenerentola, invece della magia della madrina, trovasse la magia del sé, il compimento della fiaba sarebbe felice. Quel tocco magico della bacchetta fatata avverrebbe nell'attraversamento della vita, nel vivere sul proprio corpo tutte le prove del viaggio, nel sorridere delle prove e dello stesso ruolo di Cenerentola!
sabato 12 giugno 2010
L'amicizia è una relazione poetica
Non so se tra le tante pagine scritte sull'amicizia sia stato mai considerato il suo valore poetico. O almeno non me ne ricordo. Di certo l'amicizia è “una delle più grandi consolazioni” della nostra vita. Chi vive autenticamente l'essere amico è beato. L'amicizia, infatti, è amore del tutto disinteressato. Il piacere che ne deriva consiste essenzialmente nella conoscenza dell'amico e nella corrispondenza affettiva che trascorre in un dono scambievole di pura libertà. Comunemente si parla della “condivisione” vissuta dagli amici. Si sottolinea, per lo più, che l'amicizia è il conforto nel dolore e si narrano, esemplarmente, episodi di mutuo soccorso tra amici caduti nel bisogno.
A me, invece, piace descrivere lo stato di beatitudine che si raggiunge nella condivisione di esperienze intellettuali, nei percorsi di conoscenza compiuti nella relazione con l'amico. E questo mio desiderio nasce dall'esperienza dell'amicizia. Quanto di buono e di bello fa parte di me si è compiuto nelle relazioni di straordinarie amicizie! L'amicizia autentica ricolma di bene! Per questo, essa genera uno stato di benessere fecondo di bene contagioso. I veri amici sono “beati”! Sono “pieni di ogni bene”. L'origine della parola beatitudine è nel latino “beatus” che corrisponde nel significato all'aggettivo greco μάκαρ (màkar), qualità propria degli dei, stato di felicità generato dal sentirsi “ricolmi di ogni bene”. Ma questi “beni”, più che posseduti, sono assimilati da chi li ha ricevuti, diventano costitutivi dell'“essere” stesso. I doni dell'amicizia sono un'energia amorosa altamente poetica dell'essere umano. Non è nelle parole di conforto o di lode e neppure nelle comuni attestazioni di affetto l'amicizia di cui parlo! È in tutto il manifestarsi di una presenza che sollecita alla conoscenza. Un amico così c'è e non c'è nello stesso tempo. C'è , ma oltre il suo sé. Non so come accada, ma un amico tale si colloca in un oltre luminoso che attrae in un vero e proprio percorso di conoscenza. Perciò, credo che non esista amicizia autentica che non generi avanzamento verso una conoscenza più alta, innanzitutto di se stessi! E che dire di quelle amicizie che non si basano sulle parole, ma su una comunione intellettuale profonda, sul piacere che deriva dalla bellezza vissuta che si desidera, per amore, comunicare all'amico! È quest'amicizia una relazione poetica della nostra grande e bella umanità! Essa ci inonda di doni inestimabili che producono la gioia delle scoperte più intime ed universali ad un tempo.
È dono recente di una poetica amicizia anche la conoscenza della poesia di Giovanni Pascoli che trascrivo in dono.
Nel pórci in ascolto del testo, ci sembra di fare una passeggiata simbolica, in bicicletta. Il tempo di questa passeggiata è reale e metaforico insieme. Trascorre dal mattino alla sera, dall'autunno all'estate. Attraversando una natura carica di analogie, il ciclista pedala sulla strada della memoria. I ricordi si accendono come il soffio della “ piccola lampada” che “brilla” nell'oscurità. Dall'attimo della partenza (la “sveglia del querulo implume”), fino al traguardo, ovvero il punto dell'estrema partenza (“più lenta la piccola squilla dà un palpito, e va...”), le immagini trascorrono in quadri della natura, “correlativi oggettivi” di esperienze sofferte o vagheggiate. Il mistero della vita ci seduce. La passeggiata esistenziale si fonde e si confonde nella vita della natura grazie alla melodia poetica semplice e sapiente a un tempo nel contenere il senso nel puro suono che sprigiona i colori della vita (“lo strepere cupo del fiume”, “un mare dorato di tremule messi”, “un battito...vidi un filare di neri cipressi”). La passeggiata, calata la notte, si chiude in cerchio col verbo “ io ritorno” che allude dolcemente alla vita come un “tornare”, fino all'istante supremo della morte, quando l'io rifluisce nel mistero dal quale si era svegliato alla vita. Scandisce la melodia delle immagini l'argentino “dlin dlin” , teneramente fonosimbolico, del campanello della bicicletta.
La Bicicletta
Mi parve d’udir nella siepe
la sveglia d’un querulo implume.
Un attimo... Intesi lo strepere
cupo del fiume.
Mi parve di scorgere un mare
dorato di tremule mèssi.
Un battito... Vidi un filare
di neri cipressi.
Mi parve di fendere il pianto
d’un lungo corteo di dolore.
Un palpito... M’erano accanto
le nozze e l’amore.
dlin... dlin...
II
Ancora echeggiavano i gridi
dell’innominabile folla;
che udivo stridire gli acrìdi
su l’umida zolla.
Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.
Io dissi un’alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola
parlava con sé.
dlin... dlin...
III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Ch’io venga o tu vada,
non è che un addio!
Ma bello è quest’impeto d’ala,
ma grata è l’ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo... Già cala
la notte: io ritorno.
La piccola lampada brilla
per mezzo all’oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va...
dlin... dlin...
dai Canti di Castelvecchio di G. Pascoli
A me, invece, piace descrivere lo stato di beatitudine che si raggiunge nella condivisione di esperienze intellettuali, nei percorsi di conoscenza compiuti nella relazione con l'amico. E questo mio desiderio nasce dall'esperienza dell'amicizia. Quanto di buono e di bello fa parte di me si è compiuto nelle relazioni di straordinarie amicizie! L'amicizia autentica ricolma di bene! Per questo, essa genera uno stato di benessere fecondo di bene contagioso. I veri amici sono “beati”! Sono “pieni di ogni bene”. L'origine della parola beatitudine è nel latino “beatus” che corrisponde nel significato all'aggettivo greco μάκαρ (màkar), qualità propria degli dei, stato di felicità generato dal sentirsi “ricolmi di ogni bene”. Ma questi “beni”, più che posseduti, sono assimilati da chi li ha ricevuti, diventano costitutivi dell'“essere” stesso. I doni dell'amicizia sono un'energia amorosa altamente poetica dell'essere umano. Non è nelle parole di conforto o di lode e neppure nelle comuni attestazioni di affetto l'amicizia di cui parlo! È in tutto il manifestarsi di una presenza che sollecita alla conoscenza. Un amico così c'è e non c'è nello stesso tempo. C'è , ma oltre il suo sé. Non so come accada, ma un amico tale si colloca in un oltre luminoso che attrae in un vero e proprio percorso di conoscenza. Perciò, credo che non esista amicizia autentica che non generi avanzamento verso una conoscenza più alta, innanzitutto di se stessi! E che dire di quelle amicizie che non si basano sulle parole, ma su una comunione intellettuale profonda, sul piacere che deriva dalla bellezza vissuta che si desidera, per amore, comunicare all'amico! È quest'amicizia una relazione poetica della nostra grande e bella umanità! Essa ci inonda di doni inestimabili che producono la gioia delle scoperte più intime ed universali ad un tempo.
È dono recente di una poetica amicizia anche la conoscenza della poesia di Giovanni Pascoli che trascrivo in dono.
Nel pórci in ascolto del testo, ci sembra di fare una passeggiata simbolica, in bicicletta. Il tempo di questa passeggiata è reale e metaforico insieme. Trascorre dal mattino alla sera, dall'autunno all'estate. Attraversando una natura carica di analogie, il ciclista pedala sulla strada della memoria. I ricordi si accendono come il soffio della “ piccola lampada” che “brilla” nell'oscurità. Dall'attimo della partenza (la “sveglia del querulo implume”), fino al traguardo, ovvero il punto dell'estrema partenza (“più lenta la piccola squilla dà un palpito, e va...”), le immagini trascorrono in quadri della natura, “correlativi oggettivi” di esperienze sofferte o vagheggiate. Il mistero della vita ci seduce. La passeggiata esistenziale si fonde e si confonde nella vita della natura grazie alla melodia poetica semplice e sapiente a un tempo nel contenere il senso nel puro suono che sprigiona i colori della vita (“lo strepere cupo del fiume”, “un mare dorato di tremule messi”, “un battito...vidi un filare di neri cipressi”). La passeggiata, calata la notte, si chiude in cerchio col verbo “ io ritorno” che allude dolcemente alla vita come un “tornare”, fino all'istante supremo della morte, quando l'io rifluisce nel mistero dal quale si era svegliato alla vita. Scandisce la melodia delle immagini l'argentino “dlin dlin” , teneramente fonosimbolico, del campanello della bicicletta.
La Bicicletta
Mi parve d’udir nella siepe
la sveglia d’un querulo implume.
Un attimo... Intesi lo strepere
cupo del fiume.
Mi parve di scorgere un mare
dorato di tremule mèssi.
Un battito... Vidi un filare
di neri cipressi.
Mi parve di fendere il pianto
d’un lungo corteo di dolore.
Un palpito... M’erano accanto
le nozze e l’amore.
dlin... dlin...
II
Ancora echeggiavano i gridi
dell’innominabile folla;
che udivo stridire gli acrìdi
su l’umida zolla.
Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.
Io dissi un’alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola
parlava con sé.
dlin... dlin...
III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Ch’io venga o tu vada,
non è che un addio!
Ma bello è quest’impeto d’ala,
ma grata è l’ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo... Già cala
la notte: io ritorno.
La piccola lampada brilla
per mezzo all’oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va...
dlin... dlin...
dai Canti di Castelvecchio di G. Pascoli
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