martedì 12 febbraio 2013

“Quello sguardo sottile” che ci manca



Riscontro ancora una volta l'assenza di pietà sulla scena del mondo, ma non è una novità, sebbene il palcoscenico mediatico amplifichi rumorosamente la voglia umana di lasciarsi andare al giudizio della coscienza altrui. Questo comportamento ci dice quanto sia più facile giudicare che testimoniare, anche nel dialogo conflittuale, innanzitutto con la propria coscienza, la sostanza della fede. Davanti a un fatto di risonanza mondiale è normale che tutti ne cerchino una interpretazione. Ma nel frastuono generale prevale l'onda emotiva. E l'emozione può essere cattiva consigliera. L'emozione è infatti la reazione istantanea che, se non è sorretta da intuito empatico, non avendo il tempo di essere temperata dalla ragione, può indurre alla sconsideratezza. Quante tristi rappresentazioni hanno offerto le emozioni collettive! Non sono lontane le scene di moltitudini di uomini che si accaniscono sul cadavere del tiranno o che osannano la sofferenza umana, esibita come sfida alla fragilità e al silenzio del declino. L'emozione, priva di sentimento profondo, si compiace della ritualità, sospinge la folla in cerca di presunti eventi prodigiosi e può radunarla sotto la finestra di un vecchio papa sofferente che, fino alla fine, si aggrappa al plauso delle masse per fuggire la paura della solitudine e della morte.
Mi sembra che oggi prevalga a tal punto il desiderio di dominare la scena e di esibirsi, che abbiamo quasi perso del tutto capacità e volontà di considerare che solo il mistero intimo dell'uomo è sacro. L'acribia analitica distorce la comprensione, perché dissolve nella fredda disamina della logica l'essere inafferrabile della persona. Fermarsi a comprendere quali orizzonti sconfinati schiuda la percezione della propria impotenza sarebbe un esercizio ascetico e di misericordia. Penso specialmente a chi è avanti nel cammino della vita e non sempre tiene il passo con la velocità intricata del nostro tempo. “L’aspetto d’una città cambia più in fretta, ahimè! d’un cuore mortale”, leggiamo nella poesia “Il Cigno” di Charles Baudelaire, che nella sua Parigi in mutamento si sentì esule come un cigno in cattività. 
Accade la solitudine, accade la stanchezza, accade la pietà per la propria fragilità. Si tratta della pietà caritatevole, del momento in cui la resa è coraggio e la rinuncia è testimonianza di amore e speranza. “Ingravescente aetate”, è una dolcissima espressione, un sospiro sereno, che ci sfugge. Sfugge ad un mondo in cui la vecchiezza è considerata turpe, presagio odiato della fine. Eppure viverla è un atto di grande vitalità, una vitalità che non ha niente a che vedere con la cosmesi del corpo. Viene il momento per ogni creatura di sentire il richiamo di un ritiro nell'intimo dove voci silenziose cantano melodie cercate per tutta la vita. Melodie segrete e seducenti. Non ci si ritira dal mondo, ascoltandole. Vi si è diversamente presenti. Quella presenza della storia vivente nell'uomo che non vuole più affannarsi e che contempla con distaccata comprensione gli eventi che pure dovranno fare il loro corso. A volte, però, la memoria si ribella, scossa dalla sedimentazione di tante battaglie perse, dalla illusione indimenticabile dei sogni giovanili e dalle prove insuperate della vita. Stamattina dal vociare entusiasmato della radio mi è arrivato anche l'auspicio che il prossimo potrebbe essere un papa nigeriano, vicino alle idee della Teologia della liberazione. Ho pensato, nella mia ignara semplicità, che la liberazione è affidata esclusivamente alla nostra pietà. E mi sono sentita, in semplicità, vicina al papa del rigore fragile. Mi sembra che tanto chiasso teorico sulla liberazione non trovi riscontro nei comportamenti di fatto. Ho pensato a chi, per esempio, si trovi ad avere un familiare diverso e vive il dramma in prima persona. Ho pensato a un padre vecchio come il papa, e all'amoroso rifiuto, e ho sorriso all'immagine di tanti progressisti della chiesa e della politica , i quali, sventolando la bandiera della tolleranza e dei diritti, a volte solo per tenere o conquistare la scena, non hanno alcuna empatia coi drammi delle vite umane. Mi sono, poi, parse penosamente inadeguate le esternazioni che hanno voluto mettere in risalto il pesante retaggio toccato al papa tedesco, successore di quello polacco. Il papa delle folle osannanti o piangenti era un'icona molto più ieratica del potere di questo papa schivo e a disagio, che fugge gli assembramenti plaudenti, ma che è forse più attento all'ascolto del prossimo sofferente. E chissà che non sia stata la disponibilità ad un'attenzione più individuale a spingere Joseph Ratzinger ad affacciarsi sul mondo dei social network! Molto più delle domande politiche e culturali e di tutte le interpretazioni suscitate dalla scelta del Papa, sarebbe importante riflettere sulle possibilità offerte da questo evento. La più straordinaria sarebbe quella di scegliere la strada della fratellanza nello spirito, tacendo per sempre sulle scelte civili dei singoli Stati. Così dovrebbe essere anche per ogni credente. La fede non ha niente a che vedere con le leggi dello Stato. Ma certamente un seguace di Cristo, qualsiasi posto occupi nella Chiesa, saprà essere un cittadino al quale stanno a cuore i diritti dei consimili, e, come tale, in piena libertà farà le sue scelte politiche nella comunità statale di appartenenza.

giovedì 7 febbraio 2013

Didone deve morire


Seduta alla tastiera del p. c., sento le Furie ispiratrici. Soffiano contro il Fato della Storia ingiusta, ruspa spietata dell'umiltà, scavatrice di fosse per i vinti, ai quali consacra poi giornate di imbalsamata memoria.
Questa giornata di pianto celeste voglio consacrarla a Didone, regina dei vinti dal fato della Ragion di Stato. La stessa Furia della regina Didone muove le mie dita contro il vincitore Enea. Un'altra interpretazione vi propongo dell'eroe troiano. Non è lui il simbolo dell'esule. Il pio Enea è il modello del Potere empio, di quei Romani “rapitori del mondo” che, “laddove hanno fatto il deserto, dicono di aver portato la pace”. Virgilio ne era consapevole, ma i tempi della Pax Augustea esigevano il conformismo degli artisti. Si è salvato, tuttavia, dalla cortigianeria ruffiana l'illustre mantovano, grazie alla narrazione tragica dell'espugnazione di Troia del secondo libro dell'Eneide e a quella lirica del dramma di Didone del quarto.
Nella mitografia antica Didone è la regina della città fenicia di Tiro, costretta a fuggire dalla patria col suo popolo per sottrarsi alla tracotanza del fratello Pigmalione che, dopo averle ucciso il marito Sicheo, vuole spodestarla. Approdata sulle coste dell'attuale Libia, Didone ottiene, dai re autoctoni, il permesso di fondare una città estesa quanto la pelle di un bue. Non si scoraggia l'esule regina. Taglia la pelle in sottilissime strisce e ne ricava una superficie grande abbastanza per edificare una città che diventi la patria del suo popolo. È fondata in questo modo Cartagine. Qui viene accolto Enea e da qui prende avvio il racconto virgiliano. L'eroe, figlio di Venere, è esule da Troia, e anche lui è in cerca di una nuova patria. Gli dei gli sono avversi, soprattutto Giunone, presaga che la stirpe di Enea un giorno distruggerà Cartagine, a lei più cara di ogni altra città che le è stata consacrata. Ma ad Enea non è avverso il Fato, “ciò che è stato detto” immutabilmente per il corso della storia. Enea è obbediente al Fato dei vincitori. Bello, forte e seducente narratore delle sue disgrazie, innamora di sé Didone, che per lui sente rinascere nel cuore l'ardore dell'“antica fiamma” dell'amore. Didone è combattuta tra la passione e la sua dignità regale. Anna, la sorella, la conforta e la incita a cedere all'amore per l'ospite straniero - una donna sola non può regnare, il suo popolo sarà più sicuro sotto l'egida di uno sposo re -. Cede Didone, al convincente discorso di Anna apparentemente, al sentimento “che vince ogni creatura” in verità. Credo che tutti sappiano come finisca il racconto virgiliano. Dopo che Mercurio, messaggero degli dei, è giunto da Enea a ricordargli di obbedire al Fato che lo vuole progenitore dei Romani, l'eroe saluta la regina e si allontana per sempre da Cartagine. Didone, allora, salita sulla pira, ingannevolmente eretta per festeggiare la partenza dell'ingrato amante, si trafigge con la spada donatale dallo stesso Enea.

Didone deve morire, come ha decretato il Fato, non per suggerire lacrimevoli melodrammi simili alla “Didone abbandonata” del cortigiano Pietro Metastasio. Didone deve morire perché è una donna, simbolo sacro di fragilità.
Ho letto poco nella mia vita, conosco poche cose. Ma quel poco che ho letto è inciso nell'esperienza vissuta della fragilità di donna che ha, perciò, appreso a leggere testi viventi. Tra i testi inscritti nella mia memoria c'è l'interpretazione del quarto libro dell'Eneide proposta dal latinista Antonio La Penna. Il mio ricordo di questo testo non è letterale, ma vivissimo. Del resto, chi dei miei due o tre lettori lo vorrà, potrà recuperare lo scritto esatto nel web, l'immenso labirinto di dati attraverso il quale, tuttavia, solo la memoria umana può rintracciare connessioni che abbiano un senso. L'insigne studioso sostiene che Didone si uccide non per l'abbandono di Enea, ma per la tragica consapevolezza della perduta dignità di donna e di regina. Didone, vinta ed esposta al ludibrio della storia, non può sopravvivere. Sentimento contro Ragione, in questo consiste il conflitto tra Enea e Didone. Il dono assoluto della femminilità è ridicolizzato dal potere maschile vittorioso nella Storia come unico modello possibile di una Pax Augustea violenta e sprezzante delle vittime da mietere. Didone deve morire, come Creusa prima di lei, come Antigone ancor prima e come tante altre creature che ostacolano il Fato. I ribelli al Fato, come scrisse Antonio La Penna, si macchiano dell'irrazionalità di un sentimento che non conosce i limiti di ciò che è “ragionevolmente” imposto. Nel quarto libro dell'Eneide, dedicato alla sfortunata Didone, è leggibile la poetica autentica di Virgilio, la sua visione della storia dominata da una ingiusta inesorabile ragione. Il cantore della grandezza dell'Impero Romano è in realtà il poeta dei vinti, che alle “genti svela di che lagrime grondi e di che sangue” l'iniqua Ragion di Stato.



martedì 5 febbraio 2013

Meditazioni da un'assemblea sindacale



Stamattina, a scuola, ho partecipato ad un'assemblea sindacale della CGIL. Quando sono entrata nell'aula magna, pur essendo in ritardo di una decina di minuti, ho visto pochissimi lavoratori. Siccome avevano tirato le tende sui finestroni, la stanza semibuia, oltre che semivuota, mi ha accolta malinconica. Alla parete dietro il tavolo delle conferenze era già pronto lo schermo per il proiettore di slide. Due sindacalisti dallo sguardo spento attendevano, invano, che la stanza si affollasse. Mi sono seduta in prima fila, tra due pazienti colleghi. Ero impaziente, io, invece. Il fatto è che, nonostante l'età avanzata e i disinganni, non riesco proprio a capacitarmi dello sconforto supino dei lavoratori della scuola. Continuo a sperare in un risveglio civile che ridia linfa all'intellighenzia inaridita della cultura italiana. Penso infatti che i lavoratori della scuola celino una vitalità quotidianamente rinnovata dal dialogo con i giovani, e siano, perciò, molto più sensibili e lungimiranti di tanti intellettuali in primo piano sulla scena politico – culturale del nostro paese.

Finalmente viene acceso il proiettore. Sullo schermo bianco passano le slide con elenchi di cifre in blu. Uno dei due sindacalisti con voce monotona le legge e le commenta, prolissamente patetico, mettendo in rilievo la disapprovazione della CGIL riguardo ai tagli del fondo d'istituto per pagare gli scatti di anzianità. Un lamento autoreferenziale di circa due ore! Tento invano di intervenire. Ma lui, teatralmente, asseconda con cenni e con parole le lamentele accorate che qualcuno osa esprimere, e mi ignora. Dice di essere un insegnante che “fa” Italiano e Latino e che ora i soldi sono pochi anche per comprare “un pantalone”. Rivedo, allora, il volto ironico della mia maestra Ada mentre mi sottolinea con la penna rossa “pantalone” chiedendomi cosa c'entri mai la maschera di Pantalone con i calzoni. - Purista pedante! – (ecco, m'immagino pure l'accusa). Aspetto il momento del dibattito. Inutilmente. Il sindacalista che fa da spalla, tetro, distribuisce le schede per votare Sİ o No alla linea dura della CGIL. Il voto è segreto, ma io esibisco il mio NO, in piedi, decisa. Il sindacalista mi ignora ancora. Spero nel dibattito. Nossignori. La spalla raccoglie le schede nell'urna e ci congeda. Mi avvicino e dico loro, indignata, che il sindacato è finito. Mi guardano con arrogante indifferenza, grigi e senza battere ciglio, quando accenno loro che protesterò sul sito web del sindacato. Esco dall'aula e mi avvio verso le scale per recarmi in classe. Lungo i corridoi continuo il mio monologo rivolgendomi ai tolleranti colleghi che assentono sapientemente ridenti. Qualcuno esclama - che salute! -.
Entro in classe. Siamo alle prese con Sallustio. Ecco il ritratto parallelo di Cesare e Catone! Toh! Lggiamo della clemenza di Cesare e dell'ntegrità di Catone. “Caesar dando, sublevando, ignoscendo, Cato nihil largiundo gloriam adeptus est” - Cesare ottenne la gloria con le donazioni, la generosità e la clemenza, Catone, invece, senza fare nessun favore a nessuno -. “Esse quam videri bonus malebat”- Catone all'apparire buono preferiva l'esserlo -. E Catone non si fece sedurre dalla magnificenza di Cesare, voleva la libertà. E per la libertà “non gli fu amara in Utica la morte”.
Ritorno col pensiero allo squallore dell'assemblea. Penso che i lavoratori devono rifondare il sindacato senza delegare a rappresentanti, squallidi carrieristi autoreferenziali, la difesa dei loro diritti. Rimugino sulla speranza che gli italiani non si lascino abbindolare da imbonitori piazzisti. Ma non riesco a scuotermi del tutto da una insistente malinconia. Vago allora tra i suoni belli della poesia per riprendermi in compagnia dei grandi che sempre ci sostengono in fiducia.

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Ohimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale?
(G. Leopardi, All'Italia, vv. 1-12)

venerdì 25 gennaio 2013

Mephisto ovvero il tradimento dell'Arte e della Libertà


Capita talvolta che la memoria lasci affiorare le cose in tutta la loro significanza ad illuminare il presente delle situazioni esistenziali. Questo processo ci svela che le immagini immateriali sono in grado di riattivare la sensibilità corporea addensata nel mistero del ricordo. Deriva da questo processo un'acutezza sinestetica che arriva al cuore delle cose. Il ricordo, pertanto, si rivela consistente di materia, perché esso si è incarnato nelle nostre cellule neuronali in virtù della nostra sensibilità. È accaduto per questo che stamani, a chi, sintonizzando linguaggio verbale, intonazione e gestualità, pensava di recitare bene, mentre si affannava mellifluamente a darmi un'informazione nuova su un fatto di comune interesse - “attrice!”- stavo per replicare. Mentre mi trattenevo da questa esclamazione si è configurata ai miei occhi la scena finale di un film del 1981, Mephisto.
È questo un film doloroso, spietato, che mette a nudo l'impossibilità, per un artista, di conciliare la libertà espressiva con il potere. Il film, ispirato al regista ungherese Istvàn Szabó da un romanzo di Klaus Mann, narra la vicenda di un attore di teatro che, spregiudicatamente, pensando di essere al di là del bene e del male per la sua bravura, stringe un patto diabolico con un potente nazista. Della doppiezza schizofrenica del male è emblema lo stesso titolo del film. Mephisto infatti rimanda al protagonista, interpretato magistralmente da Klaus Maria Brandauer, che crede di poter giocare il ruolo di Mefistofele per sfidare vittoriosamente il nazismo. Ma l'ambizione è tra i fantasmi più ingannevoli e crudeli della nostra mente. L'ambizione soggioga ed acceca. Infine incatena.
La libertà, solo la libertà, alimenta l'arte umana. Nella scena finale del film, sotto i riflettori della storia il grande attore Hendrick Höfgen si protegge dal giudizio dei posteri lamentando che lui è solo un attore. La giustificazione gli è suggerita dallo stesso scherno del generale nazista, sotto la cui protezione si era messo, che poco prima gli aveva gridato beffardamente -“attore!”-. Ma Hendrick Höfgen è un grande attore, emblema della schiavitù per la sottomissione a un grande potere. Nel quotidiano si incontrano, invece, attori pessimi ed attricette che stringono il loro patto con piccoli gerarchi, registi di baracconi, ed ingannano i loro compagni di strada per superficialità e per assecondare mediocri ambizioni. Sfoggiano molto male, però, costoro il loro talento, una falsa moneta in realtà, che suona fasulla al primo tintinno. Ma la Storia farà il suo corso, finché sotto i suoi riflettori accusatori ci finiranno non solo i potenti, grandi o meschini che siano, ma anche i servi, ruffiani ingannatori. Quanta sofferenza, ahimè, lungo la strada! E quante vittime!



mercoledì 28 novembre 2012

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri


Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,
le scrivo per esprimerle lo sconforto che ho provato ascoltando i suoi giudizi sconsiderati e presuntuosi pronunciati sugli insegnanti nel corso della trasmissione di Fabio Fazio. Mi sono rammaricata di non aver scioperato il ventiquattro di novembre, io che l'ho sempre fatto contro le politiche scolastiche dei precedenti Governi. Mi fidavo. Volevo assolutamente credere che finalmente si sarebbe potuto ridare dignità all'Italia e, per questo, mi ero disposta a sperare e a guardare oltre i sacrifici. Per me l'onestà è un "tic", come disse Italo Calvino in un suo famoso apologo. Una vita intera ho dedicato a seminare e a coltivare onestà e giustizia, sia dialogando con gli studenti attraverso le materie che insegno, sia educando le mie tre figlie, la prima delle quali, per niente “schizzinosa”, fa la cameriera laureata a Londra. Quando leggo ai giovani "I promessi sposi" sento che la forza della verità passa nelle parole del commento che quel capolavoro mi ispira. Ma quanta fatica, Presidente! E non per la quantità delle ore! Per la delicatezza e la sensibilità che consumano gli insegnanti nello stabilire una relazione autentica con un'ottantina di adolescenti. Mi rammarico di non aver potuto replicare alle sue parole. Che orrenda sensazione, Presidente! Io conservatrice e corporativa! Aizzerei i giovani strumentalizzandoli proprio io che invece li esorto a non perdere tempo prezioso disertando le lezioni, io che li sprono a non essere conformisti, al contrario di quanto ha fatto lei che li ha blanditi mentre maltrattava i loro maestri. Un Primo Ministro, per giunta professore, dovrebbe essere dotato di misura e sensibilità. Lei ha usato un mezzo pubblico non solo per fare pubblicità al suo libro ( o sacra auri fames!) ma anche per offendere con freddezza, dall'alto della sua attuale potenza, lavoratori onesti, ricercatori sul campo, che con la loro sapienza e sensibilità svolgono una funzione nobilissima per la comunità civile.
Distinti saluti
Giuseppina Imperato

martedì 30 ottobre 2012

Fra Galdino... le noci...e il ministro Profumo



Negli articoli dei giornali, nelle riviste specializzate, nelle lettere di protesta, insomma in tutti i documenti che leggo contro la proposta del Ministro dell'Istruzione di aumentare da diciotto a ventiquattro le ore di insegnamento nella secondaria di primo e secondo grado, non trovo altro che monotoni elenchi che documentano le tante ore di lavoro che impegnano i docenti ben oltre le diciotto di lezione. Ancora una volta si ragiona soltanto di numeri e si sbandierano statistiche e confronti tra la scuola italiana e quelle degli altri paesi dell'Europa. Non ho trovato, almeno finora, un racconto significativo dell'indefinibilità del tempo e della fatica del meraviglioso impegnativo lavoro dell'insegnante.

Stamattina, dopo aver parcheggiato la mia sgangherata ultra ventennale Ford Fiesta a ridosso del muro di cinta del piazzale del liceo in cui insegno, sono smontata tutta allegra dell'aria frizzante che mi ha avvolta. Il cielo intensamente celeste sfilacciato di bianco mi augurava buon lavoro. Mentre mi voltavo a chiudere lo sportello, sparse ai miei piedi, ho visto tante noci cascate dall'albero che, dal campo confinante, sopravanza il recinto e coi rami sporge nel parcheggio della scuola. Le noci di fra Galdino! Sorridendo ho pensato ai ragazzi di seconda. Poi mi sono chinata a raccoglierne. Ne ho cercata qualcuna con il mallo, parola che gli alunni ignorano. Ma il mallo, ormai infradiciato mi si è spappolato fra le mani. - Mallo - guscio - gheriglio. Il noce, la noce. In latino “Nux" -.
Tutto questo era accaduto perché qualcuno non ricordava la stagione in cui inizia la storia di Renzo e Lucia e ignorava il tempo in cui si bacchiano le noci. Eppure dalle finestre dell'aula gli occhi si perdono su una distesa di noci e noccioli! 
Dove siamo coi nostri corpi, che fine hanno fatto i nostri sensi? 
Allora mi è risuonato in testa il burocratese della scuola: 
- Si rileva la povertà lessicale! Bisogna potenziare il vocabolario dei discenti, facendo acquisire loro il lessico specifico per arricchire le possibilità espressive. Blablabla -. Porcheria! 

Mi si è parata poi dinnanzi la faccia composta, bonariamente accattivante, di Profumo che dallo schermo televisivo, nel corso della rubrica Leonardo di qualche giorno fa, mi prediceva la sua scuola del futuro. Una “scuola dei pari”, mi sembra che l'abbia definita. Mi verrebbe da sghignazzare -“una scuola dei paria!”-. Era tutto felice il ministro in quel suo rincuorarci, invitandoci ad immaginare una scuola senza i banchi ricoperti di formica verde.
- A pensarci bene, potrei anticiparlo. Quasi quasi porto i ragazzi sotto il noce, e chissà che non ci capiti di ascoltare anche il canto di qualche usignolo autunnale. Ne verrebbe fuori una bella lezione sulla natura e sulle figurazioni della lingua...le metafore insomma.-

Il bello è, signori cari, che il mio lavoro non lo so proprio conteggiare. Me lo porto appresso, sempre. Sì, terminata la lezione in aula, quei tanti volti con le loro ansie e le loro difficoltà sono spesso davanti a me, anche nei momenti in cui non insegno e non svolgo nessuna delle attività aggiuntive, o di quelle cosiddette in nero. Magari, nel bel mezzo di un'attività domestica, ecco uno sguardo che mi fissa con una richiesta muta. Rimugino. Analizzo. Immagino e mi dico - domani gli posso parlare così...glielo spiegherò con questo esempio - .
Talvolta, in classe, vedendo qualcuno perso in rêverie, mi capita anche di canticchiare una vecchia canzone - “con il corpo sono qui, ma la mente mia non c'è, corre dietro a dei ricordi e chi la ferma più”.
Ecco, è questo il nodo: - esserci tutti interi con sensibilità e sentimento e mente. Oh, quant'è delicato, quant'è difficile e quant'è faticoso il mio lavoro!
Accidenti! E tutti continuano a contare le ore!
- Buongiorno , ragazzi! Ecco qua le noci di fra Galdino! Guscio e gheriglio. Il mallo? Era fradicio, mi è caduto per terra tra le foglie di quest'autunno fruttifero - .

domenica 28 ottobre 2012

"Relativo"? No, grazie! Preferisco "assoluto".




Indubbiamente il verbo latino “refero” nelle parole derivate dal supino “relatum” è oggi molto di moda: “relazione”, “relazionare”, “relazionarsi”, “relativo”, “relativismo”.
Guai a chi non le tenga sempre presenti! Sarà subito accusato di avere un'unica prospettiva, di essere incapace di convivenza, integralista e assolutista. - Tu non sai relazionarti! - ecco la temuta accusa! Ma, per sapersi relazionare al “relativo relativismo”, bisogna fasciarsi gli occhi e incerottarsi la bocca e annuire sorridenti che tutto è bene in nome di una libertina verità.
Un finto pacifismo impastocchia le coscienze. Sorridi, dai, sorridi! Vivi e lascia vivere! Tranquillo suvvia, va' d'accordo con tutti, ben accetto, bene accolto, in un'allegra brigata di individualisti sfegatati, unanimi nel badare ai fatti propri in bella compagnia!
Sissignori il conflitto è da evitare, sennò sei irrispettoso e pure guerrafondaio.
Senti spararle grosse? Taci! Non c'è niente da correggere, il tuo è solo uno dei tanti punti di vista. Sì, d'accordo, il bianco è bianco e non può essere nero. Ma devi imparare che nella relazione potrebbe essere grigio.
Oh! Ma è così bello il litigio, lo scontro, quell'azzuffarsi animato che non distrugge l'amicizia, e tanto meno l'amore! Caparbi, sì caparbi con sentimento, nel sostenere il proprio punto di vista! E non potrebbe forse succedere che in quelle baruffe tu, o l'altro, proceda oltre, fino ad intravedere che qualcosa di “assoluto” c'è e che, pur nel conflitto, è lì che tendete entrambi?
Oh! a te aspiro "assoluto"! “Absolutum”, “del tutto sciolto”, irraggiungibile eppure presente nelle coscienze “assolute”, ovvero “absolutae”, sciolte e leggere e senza paura. È in questo “assoluto” che risiede l'amore per i figli.  No, non i figli di famiglia, ma, alla greca ed evangelicamente, “tà tèkna”, ossia tutti “quelli che sono stati generati”, ben oltre la ristretta famiglia e i meschini interessi borghesi dell'orticello proprio.
Romanticismo? e perché no? 
In quest'epoca di “illuministi” che inneggiano alla “ratio e alla relatio”, che tutto confondono ed ammettono all'insegna del “relativo”, riammettere tra le parole d'uso l' “assoluto”, ed anche il “saper essere soli”, equivale ad invitare a spingere lo sguardo al di là della siepe, oltre il limite dell'orizzonte, fino ad immaginare, oltre il contingente e il relativo, “verità e giustizia assoluta” per tutti i figli della terra.