mercoledì 14 maggio 2014

In principio sono gli occhi


-Sono un libro aperto- è un modo di dire di cui abbiamo perso il senso intenso e vero. - Sono un libro aperto - lo diciamo a qualcuno davanti a noi al quale chiediamo di leggerci. A volte siamo “un libro chiuso” e, allora, aspettiamo che un altro ci apra, e raccolga con gli occhi le lettere sparse della nostra storia. Aspettiamo un lettore che ci comprenda e ci racconti. Le lettere sparse, confuse, celate vanno raccolte. È necessario uno sguardo complesso, un amplesso di luce. La luce discreta di occhi che discernono e raccolgono, compongono, e raccontano con dolcezza.
“Amore” è un desio che vien dal core per abbondanza di gran piacimento” intonò l'inventore della forma sonetto Jacopo da Lentini, il notaio poeta della prima Scuola poetica italiana, che, in Sicilia, fu patrocinata dal grande Federico II di Svevia. Il cuore inventa quello che passa per gli occhi. Il cuore inventa nel senso originario latino di invenire, ovvero trovare. Trova ciò che raccoglie con gli occhi il cuore.

Mi sono sorpresa a meditare sulla radice del verbo leggere, leg- del latino legere. Sul momento mi è sembrato strano che la stessa radice nel greco legein significhi dire. E allora mi sono data da fare per cercare l'elemento comune. In entrambe le lingue il primo significato è quello di raccogliere, mettere insieme. La sorpresa del meditare trapassa nello stupore della scoperta: leggere e dire nella stessa etimologia! Raccogliere negli occhi il mondo, leggerlo, e dirlo. È come affermare che quando si legge si dice, e, viceversa, che quando si dice si legge. È una reciprocità meravigliosa, che ci riaccosta a quella lingua materna (di cui spesso dice un mio amico) nella quale si addensano i significati semplici, quelli della vita autentica. Spesso, invece, ci avvolgiamo in elucubrazioni affannate, ignorando la semplicità, la freschezza della lingua materna, la sua ingenua verità così aderente alle cose. Per questo, è importante educare a legere oculis ovvero a raccogliere con gli occhi (Cortellazzo e Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana) i segni sparsi nella materia vivente dentro e fuori di noi.

Raccogliere e comporre con gli occhi può essere un atto d'amore o una dolorosa scoperta. E amore e dolore risuonano nel dire allo stesso modo di quando in un libro, dopo aver raccolto con gli occhi le sparse lettere in parole amorevoli o crudeli, felici o strazianti, mentre le leggiamo le diciamo, ci diciamo. Se il cuore non è pietrificato.





sabato 29 marzo 2014

Pollicina va in paese


Mi piace che i luoghi mi diventino familiari. Ma non è solo l'andarci abitualmente che li rende tali. Sono i loro abitanti a farmeli amici. Nella libreria dove vado abitualmente sono a casa. Lì, i miei ospiti multicolori, adagiati sugli scaffali, mi accolgono in attesa di essere presi tra le mani, aperti, incontrati, ascoltati. Ma sono tanti tanti, moltissimi di loro ancora sconosciuti, sicché, appena entrata, sotto i loro sguardi indagatori, mi sento sempre un po' frastornata. Allora, d'istinto, mi volto verso il banco della cassa, in cerca dei visi noti dei giovani librai, che mi sono familiari, e che mi salutano amichevolmente, non appena mi vedono. Senz'altro ci accomuna l'interesse per i padroni di casa: i libri. Una ragazza, in particolare, mi accoglie sempre sorridente e, mentre cerca attraverso il computer il libro richiesto, se non c'è nessuno in fila, si intrattiene con me amabilmente. Qualche giorno fa sono entrata in questa libreria, sperando che fosse arrivato il mio ottocentesco Shirley. Sì, lo ammetto, sono una vecchia signora fuori moda. Ma dei miei gusti antiquati Emanuela non si scandalizza, anzi condivide con me tanti vecchi amori. L'altra sera mi ha mostrato il libro che avrebbe letto, “Via dalla Pazza folla” di T. Hardy, prima di comunicarmi che, ahimè, quello ordinato per me non era ancora arrivato.
Dopo averla salutata, non ho resistito al solito giro tra gli scaffali. Ho sbirciato le forme colorate, i nomi e i titoli. Desideravo l'attrazione fatale.

Azzurro, smilzo, agile, un volumetto mi si è offerto. L'ho preso. Non conoscevo l'autore, Michel Serres, se non per averne letto qualche citazione negli scritti di un amico. Il titolo è abilmente accattivante, Non è un mondo per vecchi. Mi sono sentita chiamata in causa direttamente, specialmente dopo aver letto la quarta di copertina: “il sistema scolastico, ma anche gli istituti della politica e della società spettacolo si ostinano a brillare come stelle morte da tempo, ignare della propria fine. Il mondo non sarà un posto per vecchi. L'ultraottantenne Michel Serres, epistemologo tra i più originali, registra sorridente quell'ineluttabile obsolescenza”.
Alla cassa, mentre pagavo, ho ammiccato ad Emanuela. Poi me ne sono andata allegramente. In poche ore il libro è stato letto.

Caro Michel, per restare a galla in questo mondo, si fa davvero di tutto. Fino a fingere l'ottimismo esasperato del buon Pangloss, sciorinando, tuttavia, quell'antica, vituperata, sapienza obsoleta, evidente fin dal titolo originale del tuo libro, Petite Poucette, letteralmente, Pollicina.
Il nomignolo eroico dell'antica fiaba viene così in aiuto dell'erudito storico della scienza, che se ne serve per designare i nativi digitali, dotati della rivoluzionaria competenza dei pollici, veri maghi del Nuovo Sapere. Lo scibile universale infinito, interconnesso, virtualmente innocente, accessibile tutto intero, senza fatica, e, soprattutto, oggettivo, è disponibile, hic et nunc, con un clic del pollice di quei “corpi decapitati” intenti al computer. Quando le Pollicine o i Pollicini accendono il computer hanno, infatti, le loro teste “ben piene”, recise, “tra le mani”, come San Dionigi, il vescovo dei primi cristiani di Parigi, il quale, dopo la decollazione, stando al racconto di Jacopo da Varagine, si rialzò e, presa la testa in mano, salì sul colle di Montmartre.

La divisione degli uomini in pessimisti e ottimisti è antica, ma non affidabile, come ogni drastica opposizione, del resto. I grandi sapienti e i poeti non sono mai riusciti a schierarsi ciecamente. Quante volte è stato detto da molti che l'avvento dell'età dell'oro era alle porte e che il passato coi suoi errori e dolori era morto per sempre! Tutte queste volte è accaduto qualcosa che ha fatto ricredere l'umanità. Tuttavia si sono dovuti ricredere anche coloro che si erano eretti a strenui difensori del passato, inteso come una conquista cristallizzabile. Il nodo è tutto qui: nel rischio che la fede cieca nel nuovo che avanza cristallizzi la realtà e la semplifichi come fanno coloro che, al contrario, arroccati nella fortezza del passato, difendono le certezze acquisite, le quali, per lo più, coincidono coi loro interessi. Questo rischio è sotto gli occhi di tutti gli uomini dalla mente libera e sgombra da ingannevoli certezze nel corso della attuale crisi mondiale, che non è soltanto economica.
Stando al racconto di Serres, l'avvento del sapere digitale porterà al crollo del sapere come potere centrale, statale e statico, fondato sulla forza delle competenze schiaccianti di pochi esperti sui molti inesperti e incompetenti.
Questa gerarchia, secondo il pensiero dell'accademico francese, è antica quanto la storia dell'umanità. A dimostrazione visiva della sua tesi, egli ci propone due costruzioni lontane tra loro nel tempo ma identiche nell'ergersi a emblemi della verticalità del potere, dell'oppressione di un vertice su una base, la cui ampiezza è la garanzia della stabilità del potere. Questi due edifici, costati entrambi lacrime e sangue, sono la piramide di Cheope e la Torre Eiffel.
Ebbene, l'epistemologo francese, concludendo la sua disamina, preconizza la fine del potere granitico e centralizzato e descrive il suo progetto virtuale. Pianterà proprio davanti alla Torre Eiffel un albero che catturerà, attraverso una "luce laser", le identità individuali codificate in un computer. Quest'albero luminescente, multicolore e mutevole oscurerà il rigido emblema di Parigi. Sicché, “di fronte alla Torre immobile, ferrosa, che porta orgogliosamente il nome dell'autore […] danzerà nuova, variabile, mobile, fluttuante, variopinta, tigrata, cangiante, intarsiata, musiva, musicale, caleidoscopica, una torre volubile fatta di scintille di luce clorata, che rappresenta il collettivo connesso [...]”.1

Credo che, talvolta, i vecchi pur di tenere la scena, blandiscano i giovani, spudoratamente, rinnegando se stessi. Anche io ripeto spesso che mi piacerebbe essere giovane per vedere tutte le cose belle che accadranno, ma non per questo annullo quelle della storia, personale e collettiva, che mi hanno fatta diventare quella che sono. Soprattutto non rinnego la materia e la carne. Credo che il mondo come sempre si trasformerà e verranno tempi migliori, fino alla fine del tempo. Anche questi pensieri confluiranno nei rivoli della rete e si fonderanno nell'oceano di parole, di suoni, di immagini. Ma, sono convinta che non si potrà fare a meno della comunicazione tra corpi in carne ed ossa. Piacerebbe anche a me trasformare lo spazio delle aule, allestirlo diversamente. Mi piacerebbe in primavera far lezione seduta in cerchio coi ragazzi, all'ombra di alberi, non virtuali. Ma non mi pare che la voce degli insegnanti sia necessariamente repressiva e autocratica. Tuttavia, neanche questo conterebbe. Conta invece la testimonianza di un sapere che costituisce la persona viva. È un sapere esiguo, limitato, ma portatore di umanità. Non mi piace l'immagine di colli mozzi, né di schiene perennemente inarcate al volante del computer. Solo un vecchio erudito e atterrito all'idea di scomparire può scrivere con tanta prolissa superficialità.

Quando penso al futuro, quello prossimo, perché ormai gli anni da venire per me sono una manciata esigua, immagino che siano ripopolati i paesi antichi sparsi sui colli, e nelle valli del nostro Bel Paese. Sogno la rinascita dell'agricoltura, dell'artigianato di ogni tipo e delle arti belle, auspico la rivoluzione di un'economia umana e cooperativa. Vedo una fucina di idee e progetti diventare ricostruzione, abbellimento di ogni angolo del pianeta.

 L'uomo è un viandante, è vero, ma ha la necessità di sostare, di intravedere l'oasi, il ristoro. Un viaggio senza fermate è un precipitare confuso, frenetico, misero. É bello l'andare, ma anche il tornare, e il ripartire. Si sa che in tanti antichi borghi sono rimasti solo i vecchi, custodi inamovibili di storie scritte sui muri cadenti. In questi luoghi mi piacerebbe che andasse Pollicina col suo sapere rivoluzionario. Quel sapere le cui virtù più splendide sono la vittoria sull'isolamento e la possibilità infinita di scambiarsi idee e progetti, in una rielaborazione perennemente feconda. Ecco la mia Pollicina, umile e saggia, in andirivieni tra siti in costruzione sulla terra. Una terra rinnovata dal pensiero etereo.





1Michel Serres, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri

sabato 22 marzo 2014

La luce della neve nel cuore antico di Lucy Snowe

Per leggere Villette di Charlotte Brontë il cuore deve farsi landa candida di neve, il cui gelido bagliore di emozioni trattenute possa comprendere il cuore antico di Lucy Snowe (il nome è un ossimoro rivelatore, evocando ed accostando gli opposti campi semantici di “luce” e di neve”), narratrice interna ed eroina nivea del racconto. Se si è in grado di vivere questo contrasto, seduti in solitaria ombra, si scoprirà il mondo con la medesima perspicacia di Lucy, i cui occhi bevono luce dal cuore, un cuore educato a dominare il dolore precocemente vissuto. Sul cuore vigila, infatti, la mente, come sentinella ostinata delle passioni. Ma, in questo sforzo di compressione dei sentimenti e di volontaria rinuncia alla felicità, nell'illusione che il venir meno del desiderio preservi dalla delusione e, quindi, dall'infelicità, capita, talvolta, che la mente, assediata da una sorta di febbre, ceda. Allora, finalmente, Lucy sprigiona dal cuore sepolto nella neve quell'energia appassionata della sua anima anticonformista.

Nel passato di Lucy sono celati eventi dolorosi, che non vengono narrati, come se il pudore, custode della sacra intimità, trattenesse la voce e la penna.
Pudore e forza d'animo sono, del resto, le due virtù coltivate da Lucy. E queste virtù le permettono di scoprire la sua vocazione per l'insegnamento.
Nell'incipit del romanzo si è costretti a cercare un cantuccio in ombra e ad assumere, come fa Lucy, il ruolo di osservatori. Lucy, infatti, ancora adolescente, osserva il teatro della vita e ne intuisce le trame, che sono già compiute nella sua visionaria immaginazione. Lo sguardo analitico è sorretto dalla calda ispirazione che la natura ha elargito generosamente a Lucy, quasi per ricompensarla di quella mancanza di avvenenza tanto rimpianta in qualche pagina cruciale della narrazione. Ed è il rimpianto per la bellezza negatale dalla sorte a rendere umana e oltremodo femminile Lucy Snowe. In questi momenti, il ghiacciato pensiero, vinto dalle emozioni, si incrina, si scioglie la neve e denuda le passioni del cuore.
Un cuore siffatto mira alla contemplazione della bellezza e alla ricerca della verità. Ed è il cuore di una donna che, per vocazione riconosciuta e narrata, accompagna al compimento del loro destino coloro che si imbattono in lei.

Sicché, la sorte vuole che Lucy lasci l'Inghilterra e che, al di là della Manica, in una cittadina della Labassecour, l'immaginaria Villette, verosimilmente Bruxelles, sia assunta come insegnante di Inglese presso un educandato femminile diretto sapientemente da una donna astuta e calcolatrice, madame Beck.
A convincere madame dell'affidabilità di Lucy è monsieur Paul Emanuel, parente della direttrice e carismatico insegnante nella medesima scuola. Questo “ometto bruno e smilzo, con gli occhiali” è “l'arbitro del destino” di Lucy e il suo pigmalione. Monsieur Paul sa che la compostezza schiva di quella dimessa miss inglese cela e comprime il desiderio di un cuore ardente.
Ma Lucy non è una statua. È una donna libera e determinata. Lei che con mani tremanti e cuore in tumulto apre e legge le lettere amichevoli del dottor Jhon, nella consapevolezza, malinconica ma non invidiosa, che quell'uomo bello nell'aspetto e nobile nel cuore è destinato alla altrettanto nobile e bella Paulina, non trema davanti a monsieur Paul Emanuel. La relazione con lo stimato professore segna la crescita di entrambi e la reciproca profonda conoscenza. Questa relazione trascende la soddisfazione affettiva egoistica, e libera l'intelletto e il cuore dell'una e dell'altro. Entrambi, infatti, maturano la consapevolezza del loro sé autentico attraverso l'incontro e il conflitto, in un dialogo che è interessante anche sul piano interculturale. In questo senso il punto di vista dell'autrice mette in risalto il rigore etico e la libertà della fede del Protestantesimo a discapito del bigottismo oppressivo della Chiesa di Roma.
Questo punto di vista etico, tuttavia, non impedisce doni scambievoli che culminano nel dialogo conviviale fra Lucy e Paul Emanuel,  in una sera primaverile, allusiva di una rinascita, sul balcone fiorito di una graziosa casa di un faubourg di Villette. In questa casa monsieur Paul ha allestito una scuola per giovani educande, e ora, in procinto di partire per la Guadalupe, ne affida la direzione a miss Snowe.
Nello scambio di doni avviene il riconoscimento reciproco. E il riconoscimento trattiene in se stesso la riconoscenza. È questo il momento dell'inesprimibile: “la parola, fragile, non malleabile e fredda come ghiaccio si dissolveva o si spezzava nello sforzo” ( Charlotte Brontë, Villette, Fazi editore, p. 624).

Qualcuno ha scritto che i lettori di Villette restano delusi dall'assenza di lieto fine.
Non è così.
Charlotte Brontë sa essere visionaria. Celandosi in Lucy, guida il lettore in una traversata senza sponde sicure, e senza l'approdo. Perciò, il capitolo “Finis”, l'ultimo del romanzo, è affidato all'immaginazione del lettore che viene invitato ad inventare gli esiti di una tempesta sull'oceano, tempesta evocata da una scrittura più onirica che narrativa. La penna sembra infatti inseguire le immagini di un sogno, come per comunicare che ogni sostanza della vita, bene e male, dolore e gioia non sono che un sogno che cela qualcos'altro nell'immaginario non finito dello scrittore, o, forse, soprattutto del lettore. Il lettore, infatti, nel corso del racconto, viene ripetutamente apostrofato, come se fosse un testimone coinvolto negli eventi e prendesse parte alla stessa narrazione. In questa volontà di coinvolgere il lettore è distillata la sapienza sacra di Lucy / Charlotte, quella sapienza che trattiene l'emozione e la trasforma in attesa ispirata
“Fermati, fermati subito. È stato detto abbastanza. Non turbare nessun cuore tranquillo e buono; lascia che l'immaginazione speri ancora. Sia concesso di sognare la delizia della gioia che rinasce dal grande terrore, il rapimento della salvezza dal pericolo, il meraviglioso sollievo dell'angoscia, il godimento del ritorno. Possiamo immaginare anche il ritorno e la vita felice che seguirà”.


lunedì 20 gennaio 2014

Le fatate cenerentole del sesto piano

Come Cenerentola arrivo tardi alla festa e per giunta senza scarpette di cristallo. Ma in ciabatte e grembiule. Di soppiatto, mi sottraggo ai fornelli, e mi rannicchio sulla sedia a dondolo lì accanto, davanti allo schermo del televisore
Faccio partire la registrazione di un film uscito un paio d'anni fa. L'ho cercato ardentemente. Stesso regista e stesso attore protagonista del recente “Molière in bicicletta”. Quando m'innamoro di un'opera umana, brucio e cedo volentieri alla passione. E allora devo narrarla. Non per recensire l'opera. Del resto, i critici esperti, se non sono un po' poeti, non mi sono mai andati molto a genio. Racconto sommessamente e alla buona, tanto per … raccontarmi … in fondo.

Ecco, partono le prime immagini col titolo sovrimpresso: “Le donne del 6° piano” di Philippe Le Guay.

Arretro di cinquant'anni, stavolta, per finire al sesto piano di un palazzo parigino, dove si trova anche l'appartamento abitato da un “signorotto-mago della finanza” abitudinario e triste.
Il sesto piano è una sorta di "altrove", interno all'edificio stesso, riservato alla servitù, tutta femminile. Sono serve spagnole, che, a quanto pare, "andavano di moda" in Francia, soppiantando quelle bretoni, negli anni sessanta del secolo scorso (proprio come accade oggi, da noi, col susseguirsi di Filippine, Polacche, Ucraine o Rumene), emigrate per lavorare, ma anche per fuggire dal regime franchista, come testimonia una di loro, la rude Carmen, “pasionaria” comunista, impegnata a volantinare contro le dittature, nei momenti di libertà.
Sono donne autentiche, ingenue e forti, devote e appassionate, generose e accorte. Mandano avanti la casa di signore inconcludenti dell'alta borghesia francese. Volteggiano lievi tra gli acquai e i fornelli, fatate cenerentole dal tocco magico. Laddove si aggirano, tutto risplende e va al suo posto: brillano a specchio i mobili; l'argenteria riluce; si svuotano ceste di biancheria sporca; pile di indumenti accuratamente stirati finiscono in bell'ordine negli armadi.
Un bel giorno arriva in mezzo a loro anche Maria, dolcemente determinata, umile regina dei suoi sentimenti, irresistibile bellezza, adorna di crestina e camice impeccabili. Grazie a lei Jean-Louis, il signorotto, del palazzo - che meraviglia! - può finalmente gustarsi l'uovo à la coque cotto a puntino.
Da questa modesta gioia del palato inizia la metamorfosi del banchiere
Ma la metamorfosi, come è noto, passa per una “discesa” all'inferno attraverso un passaggio segreto. Il varco fatale per Jean-Louis è la porta sulle scale che, inerpicandosi lungo le pareti umide e sbrecciate, salgono, dal suo appartamento confortevole, fino al ballatoio del sesto piano. Qui si aprono le camere delle serve spagnole, che condividono l'unica stanza da bagno, col gabinetto alla turca intasato e maleodorante proprio come l'inferno. Qui dimora anche Maria. 
Va da sé che il mago della finanza si tramuti in benefattore per amore, conquistandosi la stima e l'affetto di quello sconosciuto universo di autentica femminilità.

Ma che importano la storia raccontata e la sua trama! Importa, invece, la compagnia della gioia alata di presenze lievi, nonostante i pesi della vita. Importano i colori inventati da una macchina da presa superbamente sensibile, che m'ha scaldato il cuore, pur rappresentando la crudezza del reale. Quel reale che, agli occhi incapaci di attraversarlo nella sua profondità, sembra l'inferno, e che, invece, può celare speranza di vita inaspettata, come scopre Jean-Louis quando osa esplorare l'ignoto, proprio lì vicino a lui, dentro di lui,  al sesto piano interno della sua casa.


giovedì 9 gennaio 2014

La perfetta solitudine di un misantropo contemplativo

La duna sabbiosa avvalla sulla riva deserta e incolore lambita dal vasto e sensuale scialbore del mare. In questo salmastro eremitaggio Serge, uno dei protagonisti del film Alceste à bicyclette (uscito in Italia col titolo Molière in bicicletta), si rifugia, ripetendo per l'ennesima volta una battuta della commedia Il Misantropo di Molière - ormai detestate l'umana natura… Sì per me è una spaventosa sciagura -.
In questa scena conclusiva, tuttavia, gli occhi ridenti e sereni di Serge, in contrasto con le parole desolate, dicono altro, dicono quello che suggerisce l'oceano dall'insondabile abisso, quell'oceano che nella sua interminata superficie ha accolto e confuso ogni definito colore. 

Questo mare ha, infatti, l'indefinibile colore del nulla e dell'eternità, il colore della perfetta solitudine

Il doppio linguaggio, delle labbra e dello sguardo, suggella, ma nello stesso tempo lo lascia aperto, il senso della storia sottintesa nei dialoghi del Misantropo, che Serge, ritiratosi ormai dalle scene, prova e riprova a recitare col suo amico Gauthier, attore ancora sotto le luci della ribalta, che gli ha proposto di portare in scena insieme a lui la celebre commedia di Molière.

Gauthier, infatti, annoiato dai cliché dell'ambiente dello spettacolo, aspira a un'aria nuova e fresca. Per questo va a stanare, nella piatta Île de Ré, vicino a La Rochelle, il vecchio amico e collega Serge. Serge vive in una vecchia casa selvaggia negli interni e negli esterni, un ambiente adatto ad accogliere una natura umana selvatica, che ha eletto la rude franchezza a sua unica regola di vita. 

Eppure, Serge è solleticato dalla proposta di Gauthier. Giocare il ruolo del misantropo Alceste  di certo gli offrirà l' opportunità di passare al vaglio la sua vita, o, per dire meglio, la vita.
Per Gauthier la rappresentazione della pièce è, invece, l' occasione di rinnovare la sua istrionica bravura. Perciò i due si contendono la parte del protagonista, giocandosela continuamente a testa o croce.

Il tema del doppio intrica lo svolgimento della storia. Serge e Gauthier sono contemporaneamente nella vita e sulla scena. Scena aperta e scena chiusa. La vita e il teatro.
La solitudine isolana aperta allo sconfinato oceano. La solitudine scenica chiusa dalla platea delle attese convenzionali.

Ma, mentre il teatro intrappola Gauthier nel ruolo di un Misantropo dubbioso, l'isola e l'oceano, simbolo ossimorico, liberano Serge alla solitudine spalancata sulla contemplazione. 


sabato 28 dicembre 2013

Arte e Vita rinnovate a passo di danza

Il film L'Artista, con la raffinata eloquenza scenografica e la straordinaria mimica dei protagonisti scandita da una musica avvolgente, gioca con le ombre e le luci della crisi del 1929. Sulla doppia scena del cinema e della vita, recita e vive, (ma le due arti si confondono nelle sequenze della trama) un grande attore del cinema muto, George Valentin. George è assurto allo stato divino dell'artista in grado di tradurre nel volto e nella gestualità le storie contemplate nella vita. Gli occhi splendenti e il sorriso radioso catturano e seducono gli spettatori.

Ma l'avvento del sonoro incrina la fama di George Valentin che, turbato dal rumore delle parole, si ostina a proporre la rappresentazione della vita con l'eloquenza muta della mimica,  perché è convinto che l'arte dell'attore sia affidata esclusivamente all'intensità delle “smorfie” del volto e alla drammatica flessibilità corporea in grado di assecondare la sensibilità immaginativa.

Poi la Fortuna, mutevole dea che muta le sorti degli uomini e ne intrica le storie, annoda il declino di George all'ascesa trionfante di una giovane donna, Peppy Miller, già ammiratrice estasiata dall'arte di lui. Peppy ama George integralmente. Ne ha colto l'ingenua umana dedizione all'arte come amata compagna della vita.

Ma l'arte riconosciuta dalla fama è soggetta al tradimento. Non è così se essa è compresa dall'amore autentico. Gli amanti sono coloro che colgono l'essenza dell'amato e di quella nutrono il desiderio infinito dell'altro. E George Valentin è amato da tre creature, angeli che lo restituiscono a quel sé autentico che lui non riconosce più. Due di queste creature, il suo cane e il suo maggiordomo, gli restano accanto anche quando, spentesi le luci della ribalta, George rimane povero in canna. 
Ma è Peppy l'angelo salvifico. E non perché, dopo essere diventata famosa e ricca, sottrae alla perdita tutte le cose più care di George, acquistandole all'asta, ma perché gli dona la speranza, confidando in lui. La fede di Peppy persuade Valentin a vivere e a non temere le metamorfosi dell'esistente, attraendolo nella magia della danza, gioco corporeo, arte senza parole, quelle parole che George è convinto di non saper modulare. E così la storia si chiude con un gioioso tip tap. A passo di danza George varca sorridente la soglia del nuovo mondo, al quale può ancora regalare le gioie della sua arte.

L'Artista è un film lieve e appassionato, un film per gli amanti della vita bella. La vita bella non è la bella vita nel senso di dolce vita. È l'arte di dimenticare affinché sia concessa alla memoria la possibilità di fecondare i semi nel grembo dell'oblio, i quali, come quelli nascosti nel grembo della terra, germoglieranno verdi e fioriti all'eterno ritorno di Primavera. 

La struttura metanarrativa dona al film profondità filosofica, moltiplicando le prospettive della finzione, ma la scelta del regista di creare un'opera muta, per denunciare la crisi epocale che investì e rinnovò anche il cinema, è un poetico tributo d'amore al muto. La poesia del film L'artista racconta l'arte rimpianta da George Valentin e ne celebra quel valore ingenuo e grandioso che è proprio dell'arte poetica ai suoi albori, allorquando gli uomini artisti “avvertono con animo perturbato e commosso”, per dirla con le parole più note di Giambattista Vico. E del resto nella parola attore c'è tutto il senso di quest'arte. Infatti, l'attore agisce la vita sulla scena, incarnandola nel patimento del suo corpo, senza il rumore delle parole, ovvero senza il gelido lògos. In questa ri-creazione consiste la poesia del film L'Artista, che sono contenta di aver visto in ritardo, quando il rumore delle critiche, che sempre accompagnano la fama, si è spento, e, nel silenzio, si può riconoscere il segno eterno dell'arte che brilla oltre il passare del tempo, soprattutto di questo nostro tempo troppo rumoroso.

sabato 14 dicembre 2013

È ancora il tempo di “Cuore di tenebra”

L'aula magna del liceo “Enrico Medi” è gremita di studenti invitati ad ascoltare Sara, un'operatrice del Centro Astalli, e Beatrice, rifugiata politica in Italia. Sara illustra alla giovane platea chi sono i “rifugiati politici” e in cosa consiste la “richiesta di asilo”. Il Centro Astalli si occupa infatti di accogliere i rifugiati, di prestare loro il primo soccorso e, successivamente, di accompagnarli nella procedura della richiesta di asilo.

Dopo aver fatto luce nella confusione di parole con cui designiamo gli stranieri che arrivano nel nostro paese, Sara, limpida nel volto e nelle parole, presenta ai ragazzi la giovane rifugiata che è venuta a raccontare la storia del suo esilio.

Sorride appena Beatrice, esule dalla Repubblica Democratica del Congo. Ha chiesto e ottenuto l'asilo politico e ora è una rifugiata in Italia. I begli occhi luminosi e miti sono rivolti ai giovani. La voce, calma e ferma, racconta le vicende sofferte in un bell'italiano, gradevolmente modulato dall'intonazione del francese. Le parole sono in armonia con i gesti pacati di chi si è educato alla compostezza interiore, che si traduce in una forza dolce come l'acconciatura dei capelli trattenuti da mille treccine pazienti. Quando Beatrice termina il racconto della persecuzione, della fuga, dell'arrivo al CentroAstalli, e delle difficili condizioni della sua attuale vita in Italia, uno studente le chiede se tutti i suoi connazionali sono perseguitati come lei. - No, chi non esprime dissenso verso il regime, vive (ma sarebbe meglio dire sopravvive) tranquillamente, sebbene in miseria - .

- Mostruosamente in miseria -, penso, considerato il fatto che la Repubblica Democratica del Congo è un paese ricchissimo di materie preziose. Infatti, oltre ai diamanti e all'oro il Congo possiede riserve di coltan, un minerale ricercatissimo dalle industrie mondiali di prodotti elettronici. Perciò, a chi si è chiesto o si chieda perché il regime totalitario della Repubblica Democratica (l'ossimoro dà i brividi) del Congo possa mantenersi stabile nonostante la povertà della moltitudine appare chiaro che, ancora una volta, la sofferenza dei popoli è causata dagli interessi di pochi, un'oligarchia plutocratica dal volto sfuggente, quasi un' ombra diabolica come quel Kurtz, cereo predatore dell'avorio, protagonista inquietante di “Cuore di tenebra” di J. Conrad.

In verità, ignoravo l'esistenza del coltan prima dell'incontro con Beatrice. Non so se siano pochi o molti quelli che, come me fino a qualche giorno fa, non sanno che gli strumenti elettronici con i quali conviviamo, computer e cellulari, contengono quest'elemento pregiato che si trova in abbondanza in un paese il cui popolo vive in povertà. E inoltre, mi chiedo quanti, tra coloro che sono al corrente dell'importanza del coltan nell'economia attuale, si diano pena per la sorte di chi, come Beatrice, è perseguitato da un governo repressivo senz'altro sostenuto dai poteri occulti delle multinazionali dell'elettronica..

Perciò, in ascolto davanti a Beatrice, non mi sono commossa, ma ho sentito che percorriamo lo stesso difficile cammino su questo pianeta interconnesso. Ho pensato che i popoli europei più deboli sono oppressi dagli stessi poteri occulti e che, ormai, anche in Italia, chi si fa portavoce di un pensiero divergente rispetto alla cultura dominante vive in una sorta di esilio.


Fortunatamente non viviamo, almeno per ora, la persecuzione politica né siamo costretti a fuggire. Tuttavia, coloro che sono soliti testimoniare concretamente il dissenso, forse, sperimentano l'isolamento, e, se non sono dotati di forza d'animo e di fiducia, rischiano di essere sopraffatti da un mobbing strisciante. E mentre si agitano movimenti di “arrabbiati” pericolosamente strumentalizzati dai violenti e dai fautori dei poteri forti, più lacerante diventa la divisione tra i cittadini e le Istituzioni, più confusa e fuorviante l'informazione dei media. Ma, in questo rumore, più di tutto è temibile la perdita della memoria della concatenazione delle vicende, recenti e remote, che hanno determinato e determinano l'attuale sofferenza dei popoli - ahimè! - su tutto il pianeta.