sabato 16 maggio 2015

Risposta alla lettera inviata agli insegnanti dal Presidente Matteo Renzi

Caro Presidente Matteo Renzi,
innanzitutto La ringrazio per La Sua volontà di comunicazione e per la tenacia che mette nel Suo “fare”. In questa Italia bloccata da coloro che desiderano mantenere i privilegi a tutti i costi c'è bisogno di azione politica, pur incorrendo in errori.
-“Solo chi non fa non sbaglia”, professoressa!”- mi diceva un Preside, ora in pensione, che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia carriera, quando andavo a raccontargli di quello che sperimentavo per insegnare la lingua e la letteratura latina. Gli errori in effetti sono propri degli uomini erranti sulla terra, alla ricerca di un barlume di verità. E per questo non si può e non si deve mai smettere di cercare il confronto, di guardarsi con gli occhi dell'altro, senza paura e senza mortificazioni, perché l'errore è nel cammino stesso della conoscenza, come ci dicono i Grandi della nostra tradizione letteraria, primo fra tutti il Sommo Dante. La ricchezza della nostra ricerca consiste nel viaggio più che in “Itaca”, ci ha suggerito più recentemente Konstantinos Kavàfis.

Perciò, Presidente, io non ho paura della valutazione. Né della riduzione dei giorni di vacanza e, in fondo, non mi interessa la meritocrazia per un aumento di stipendio. il sacrificio come amore per la vita è segnato nel mio cammino. Del resto, ahimè, alla mia età non c'è da temere nient'altro che gli acciacchi della vecchiaia. Eppure, nonostante gli anni, amo questo mio lavoro sempre di più, perché amo i giovani che mi vengono ogni anno affidati e che mi permettono di continuare a scoprire le meraviglie della creatura umana e di capire un po' meglio me stessa attraverso il dialogo con loro, un dialogo mediato dalle materie che insegno e che ugualmente amo, perché anch'esse sono testi umani, fonte di scoperta e di conoscenza dell'universo interiore e di quello finito e infinito che ci circonda.

A questo punto interviene la difficoltà di raccontarle, succintamente, quanto danno hanno arrecato alla scuola le ultime cosiddette Riforme, innanzitutto quella di Luigi Berlinguer, sostenuta da quei Sindacati che oggi, non capisco perché, ostacolano la Sua, che, stando alla presenza dello stesso Berlinguer all'evento di presentazione della Buonascuola e alle dichiarazioni più volte espresse dagli esponenti del Miur, è la naturale prosecuzione di quella riforma.
Di quella Riforma, come della Sua, disapprovo l'introduzione e la conferma dell'Autonomia. Delle altre, soprattutto di quella del Ministro Gelmini, preferisco non parlare, potrei scivolare nel turpiloquio.

Dacché esistono l'Autonomia scolastica e il P.O.F. nella scuola è intervenuto il disastro. L'organizzazione delle attività è stata tutta spostata sul profitto, ovvero su come gestire il cosiddetto budget d'istituto, invertendo il processo naturale della programmazione educativo-didattica. Non solo. Di anno in anno, una molteplicità di interessi di vario genere ha inficiato l'attività didattica. Una marea di progetti ha distolto gli studenti dallo studio delle materie, e quindi da una buona formazione delle competenze logico-linguistiche, proprio quelle stesse competenze che si pretende di verificare con i test INVALSI. Se lei prendesse visione del diario di quest'anno scolastico, ormai prossimo alla fine, si renderebbe conto di quante ore di lezione mi sono state rubate da svariate attività extracurricolari.
Ora io le voglio chiedere:
  1. Un progetto che voglia indurre a riflettere sulla legalità è insito, tanto per fare qualche esempio, nella lettura dell'opera di Cesare Beccaria o di suo nipote Alessandro Manzoni?
  2. L'ecologia e, per esempio, la questione della “terra dei fuochi”, sulla quale tanto si ciancia anche per andare in “vetrina”, non è presente anche in alcune odi di Parini e nei contenuti del programma di scienze?
  3. Le tragiche vicende dei naufraghi, dei richiedenti asilo, dei vinti non sono vive e strazianti nei grandi testi della letteratura mondiale, da Omero fino a Khaled Hosseini?
  4. Il dibattito sulla conoscenza continua, sull'unità del sapere, sulla civiltà e il progresso non è scritto a lettere di fuoco nel De rerum natura di Lucrezio?
  5. E i drammi del cuore umano non sono rappresentati nell'immortale Teatro Greco e cantati nella lirica classica?
  6. E l'esempio di un' eloquenza bella e schietta (O tosco che per la città del foco vivo t'en vai così parlando onesto...) non è diffuso nella grande oratoria classica, nella poesia, e nella saggistica della letteratura?
  7. E la questione della verità in fuga e baluginante nel panorama interculturale del mondo globalizzato non la si coglie studiando le scoperte della fisica moderna?
Potrei continuare per pagine e pagine per dimostrarle che nello studio delle materie c'è la possibilità di fare esperienza della vita e del mondo.

Tutta questa ricchezza l'Autonomia l'ha dissipata. Ancora, per fare un esempio concreto, per andare a vedere il film di Martone gli alunni della quinta classe hanno perso un'intera mattinata di lezione, nonostante ci fosse la possibilità di assistere allo spettacolo, di pomeriggio, in tutti i cinema del circondario. Ma la figura strumentale addetta al P.O.F. così aveva decretato. Malignamente penso a chi ci ha guadagnato. Si trattano dei diciottenni come degli incapaci di scelte culturali e poi si proclama la centralità dello studente! E, in sordina, si ritengono gli insegnanti ignoranti e inadeguati, fermi al “pessimismo” del poeta di Recanati e insensibili al quel pensiero lucido e progressivo raccontato nelle Operette Morali e dolorosamente dipinto nelle ultime poesie, Il tramonto della luna e La ginestra. “Ahimè, gli uomini hanno amato le tenebre piuttosto che la luce!” E il rafforzamento dei poteri del Preside e delle figure del suo staff renderà ancor più tenebrosa l'Autonomia.

Non prenda, Presidente, queste mie parole come il lamento di una prof frustrata. Le legga piuttosto come l'elegia civile di una donna che spera che il meglio deve ( e può) ancora venire.
Per questo, La prego di rivedere il punto dell'Autonomia. È quello che mi preoccupa di più. Di fatto il progetto formativo è diluito e disperso in rivoli aridi, che si seccano e non arriveranno al mare, a quell'orizzonte che schiude le possibilità infinite del pensiero.

Inoltre, se vogliamo menzionare anche la questione della valutazione, credo che essa debba puntare sulla esperienza cognitiva e metacognitiva dei docenti, a partire dalla competenza disciplinare e dalla capacità di darle un senso nella relazione educativa. È difficile, lo so. Ma in qualche modo lungo il cammino accadrà la luce. In questo senso credo che vadano formulate le regole per i concorsi che in futuro regaleranno fresche forze alla scuola. C'è molta strada da fare, ma non abbia troppa fretta, Presidente! Soprattutto La esorto a non sottomettere la scuola alla crisi occupazionale, se Lei autenticamente ritiene che una buona scuola inventerà l'Italia buona e bella che c'è ma è celata, sopraffatta dal chiasso dei “gufi” ;).

Approvo, naturalmente, l'incentivazione da spendere in beni culturali e sostengo fortemente l'iniziativa per l'autoformazione permanente. Al riguardo posso dirle che negli anni passati, grazie alla freschezza culturale e all'intelligenza di un collega, abbiamo inventato un'attività di questo tipo, non remunerata da nient'altro che dalla nostra soddisfazione. Eravamo una decina di insegnanti sì e no. Avevamo dato ai nostri incontri il titolo di “caffè pedagogico”. E si partecipava solo per il piacere di studiare e discutere. Niente vetrina, niente soldi. Ora non si fa più. La maggior parte dei partecipanti è andata in pensione. I giovani non hanno tempo. Sono proni alle scelte del P.O.F.
Che ne pensa, Presidente? Spero di ricevere una sua considerazione, anche se volesse rottamarmi ;). 

In attesa, La saluto cordialmente,
Giuseppina Imperato








domenica 15 febbraio 2015

Alcesti: il dono e l'ospitalità


Misterioso è l'affiorare di un ricordo, come il formarsi dei sogni. Un turbamento all'origine di entrambi, conscio o inconscio, smuove l'opacità del quotidiano, la fruga, e fuga nebbie stratificate. Meraviglia e dolore scuotono la normalità.
Così è affiorata Alcesti, eroina dimenticata, tenera e coraggiosa in attesa della morte, Tànato, che vanta con Apollo il tocco funesto della sua spada e gode della gloria di rapire una giovane vita.

Qualcuno, forse, si chiederà chi sia Alcesti. Alcesti è la moglie di Admeto, il re di Fere, in Tessaglia. La sua storia fu messa in tragedia da Euripide.
Quando il destino di morte fu decretato per Admeto, Apollo ottenne che qualcuno potesse offrirsi al suo posto. Ma nessuno accettò questo sacrificio, nemmeno i genitori dello sfortunato re. Solo la sposa Alcesti donò la sua vita per la salvezza di Admeto.

La tragedia mette in scena il culmine della sventura abbattutasi sulla casa di Admeto. Dopo il suo ingresso nell'orchestra, il coro commenta il dolore e piange la regina sposa e madre. Ci attraversa il cuore una frase - Quando sui buoni piomba la sciagura, triste divien chi buono è per natura – perché ci fa pensare a come il dolore si espanda dall'individuo alla comunità, quando ancora il sentimento della morte non sia stato rimosso e fugato da un voler ignorare a tutti costi il destino dell'uomo.
Lo stesso Admeto, del resto, accetta il sacrificio della sposa. E giustamente il re Ferete, incolpato dal figlio come responsabile del sacrificio di Alcesti, perché, nonostante la tarda età, ha avuto paura di morire al suo posto, gli rinfaccia che lui stesso ha avuto orrore della morte.
Nel dialogo tra padre e figlio si manifesta il pensiero del buon senso comune, e cioè che la vita è cara più d'ogni altro bene e che nessuno vuole perderla neppure chi è vecchio e cosciente del tempo esiguo che gli rimane. Il logico buon senso fa dire a Ferete - La luce t'è cara. Pensi che al tuo padre cara non sia? Della mia vita, certo, poco mi resta; e il poco è pur dolce: ben lunghi giorni sotterra passerò: ma tu, tu combattesti svergognatamente, per non morire; e vivi; e sei sfuggito al tuo destino, e uccisa hai la tua sposa.-

La sposa Alcesti mentre sente che lo spirito vitale l'abbandona è soprattutto la madre che, smarrita, saluta le sue creature scongiurando gli dei di allontanare da loro un triste destino. La fragile e generosa Alcesti non è per niente plateale, è un'eroina dimessa e casalinga, osa appena appena implorare Admeto di non dare ai suoi figli una matrigna. Lei che muore anzi tempo per amore sa bene che il tempo guarisce le perdite e che Admeto si consolerà prima o poi della vedovanza. 
La storia si svolge nella casa di un re, ma la grandezza di Euripide è in quel suo rappresentare la tragedia della normalità smorzando i toni e sfatando i miti.

Ma cosa c'è di più eroico di un dono così grande offerto nel silenzio domestico? Questa eccezionale dimensione la comprende bene Eracle che viene ospitato da Admeto proprio nel momento in cui si compiono i funerali di Alcesti. L'eroe non sa quale lutto abbia colpito il re di Fère, ma, conosciuta la verità, scende nell'ade e combatte con Tànato fino a che non gli strappa Alcesti e la riconduce alla vita. 
La tragedia termina con l'incredulo Admeto che si vede consegnare dal figlio di Zeus una sconosciuta da ospitare. Quella sconosciuta che tace misteriosa innanzi a lui è la sua sposa. Ad Alcesti, dice Ercole, non è concesso udire le voci di chi l'ama “se pria non venga purificata dagli influssi inferni, e giunga il terzo giorno”. 
Il dramma si chiude con l'espressione di giubilo di Admeto che esclama la sua felicità, mentre noi ci sorprendiamo a meditare sulla bellezza e la verità del senso di questa storia: il dono della vita e il dono dell'ospitalità sono più forti della morte.



lunedì 1 dicembre 2014

Ritratti in memoria



Solo un mese e anche il duemilaquattordici sarà passato. Negli archivi si accumulano i documenti a disposizione di chi scriverà la Storia. Trascorrono in attimi i secoli e si addensano, frantumati, negli eventi che sembrano i più importanti. Le immagini fermate non sempre le riconosciamo come nostre. Per noi che ancora ci siamo, è presente e vivo il passato che custodiamo attuale alla memoria. 
Nel silenzio di quest'autunno indolente, mentre pare che le foglie non vogliano cedere e abbandonare il ramo, si incidono, presenti e vivi, i volti di coloro che sono fuggiti via, oltre, e fuori dalla corsa affannata dell'anno, e  hanno tagliato il traguardo, vincendo sul tempo.

Tonino

Moro, irridente e sensuale, come un pescatore amalfitano modellato dalle onde, volgevi alle cose della terra lo sguardo ammiccante, come il guizzo di luce che tante volte avevi contemplato sul mare splendido e beffardo, palpitante e malinconico. Lasciasti la torre angioina, quasi generata dalle stesse rocce a guardia del mare, per approdare sulla rena lavica di un'altra città marinara, un'altra Torre, dalla quale spiavi un altro orizzonte. Proprio come Ntoni Malavoglia, avevi salutato un pugno di case biancheggianti nel riverbero azzurro di cielo e mare, perché volevi un'altra vita. E l'avesti. Ma sapesti mantenere l'antica saggezza nella nuova avventura. Hai seminato semi buoni. Ora sei tornato alla salda torre angioina, in quell'incredibile azzurro, sorridente pulviscolo disperso nell'etere, diffuso nel mare.

Luigi

Mi telefonavi all'improvviso e rallegravi i miei difficili vent'anni coi tuoi inviti generosi che hanno scavato nella mia vita il meglio di quella che sono.
-Stasera io e mia moglie ti portiamo al cinema, svelta, preparati. Si va al No, una sala d'essai. Poi ci faremo una pizza in Piazza Bellini -.
E così, si stellava, imprevedibilmente, una sera caliginosa della mia verde età.
L'emozione mi vela le pupille nel dirti la mia gratitudine, Amico mio. M'hai amata come la figlia che desideravi, o come una sorellina che non avevi. Mi insegnasti il bello, tracciando linee sul tavolo da disegno dello studio. Mi conforta tuttora il ricordo dei libri multicolori posati tra gli scaffali bianchi di quella libreria che m'innamorò e che reinventasti per me, quando andai sposa.
Quante volte, nella risata che ti scuoteva nervosamente le gambe accavallate sulla poltrona catalana accanto al fuoco, ho sentito la tua paura della vecchiaia e della morte!
Quarant'anni fa, appena ieri... adesso!
La mia semplicità ti dava gioia. A questo pensiero si addolcisce il rimpianto, mentre mi sembra di riascoltare, insieme a te, lo scorrere maestoso della Moldava o l'incrociarsi frenetico delle Danze Ungheresi, come eravamo soliti fare in quel tempo che per me non sarà mai passato.
Ti so, comunque, placato. Ti vegliano ora le argentee chiome degli amati olivi, ondeggianti su quelle colline che ancora riecheggiano la storia di Carlo Pisacane, la stessa vicenda che – te ne ricordi, Luigi? - mi portasti a vedere al cinema No, quella sera di tanti anni fa.

Natale

Una mezzaluna crescente illumina l'ultima notte di questo novembre. Aspettiamo il Natale.
Che strano il ritorno del tempo andato, mentre l'anno declina!
Altri autunni si accendono nella memoria. Quelli vissuti nei collettivi di partito negli anni Settanta. Le sezioni con le pareti tappezzate di manifesti: le bandiere rosse con la falce e il martello, il Quarto Stato, i ritratti di Gramsci e del Che. La luce giallognola era calda come i progetti e le speranze.

E tu, compagno Natale, nel sorriso buono parlavi di quelle speranze. 
Mi comprendesti nella mia ingenua partecipazione, e mi volesti subito bene. Io lo sentii e tu capisti che mi fidavo del compagno alto e dinoccolato, dai gesti pacati, intento ad osservare un'ardente compagna sconosciuta. Quando mi incontravi per strada ti fermavi a parlarmi, schivo e dolce, ma non sapevi celare il piacere di vedermi. 
Di questo tuo affetto discreto ti sono grata, anche oggi, compagno Natale!   


martedì 21 ottobre 2014

Un mezzodì d'ottobre...un uccellino...

Ci sono giornate segnate dagli astri avversi. O meglio, ci sono giornate in cui lo squallore della realtà si fa palpabile come una nebbia plumbea.
Poi, improvvisamente, c'è da commuoversi a dirlo, oltre la finestra spalancata, un uccellino, forse un usignolo, gorgheggia beato una melodia vivace che ti stupisce. Sembra che si sia messo a trillare solo per te. Interrompi il tuo lavoro e, ridendo, inviti anche gli altri lì presenti a gioire di quel fresco zampillo sonoro. IL canto insiste sempre più forte.
Ma è un miracolo! Sì sì, è venuto accanto alla finestra proprio per me. Ne sono sicura.
È un avvertimento alato. E le ali vorrei, per raggiungerlo, in questo afoso mezzodì d'ottobre.
Ma che mi vuol dire coi suoi acuti prolungati in giravolte di note scintillanti?
Mi sgrida, mi invita, o mi canzona? Mi canzona, mi canzona, sì sì. Ogni trillo è uno sberleffo
- ehilà, dico a te, grulla imbronciata, in gattabuia chi ti ci ha messo l'uomo nero? Scioccherella, ma non vedi? Non è nero. È grigio e bleso. È l'uomo arreso, da se stesso tutto preso. I gorgheggi non li sente, non li sa -.
Resto al di qua della finestra, con gli occhi al libro, scorro un passo alato:

Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.

Si dirada la nebbia. Prestami la tua voce, usignolo, e volerò via con te. Su, su, oltre le dense nuvole.



venerdì 17 ottobre 2014

Io e Il giovane favoloso

Forse perché l'ho amato fin da bambina il poeta della primavera, quando fui colpita dal notturno della sua sera del dì di festa e da quel "canto che s'udia per li sentieri lontanando morire a poco a poco”; forse perché ho serbato la malinconia dell'adolescenza e le illusioni che la illuminarono; forse perché gli somiglio nella fragilità ossea che mi torturò fin dall'adolescenza, e mi piegò; forse perché sono dominata dalla luna come lui (entrambi siamo nati sotto il segno zodiacale del cancro), e come lui sento la parola scandire la natura dal profondo dell'anima; forse perché il mio giovane favoloso inventa toni chiari anche quando è il dolore ad ispirarlo; forse perché le sue illusioni non amano le tenebre, ma la luce; per tutto questo, forse, e per tanto altro taciuto, non sono stata coinvolta dal film di Mario Martone sulla vita e sulla poetica di Giacomo Leopardi.

Ho atteso l'uscita del film fin da quando, nell'autunno dell'anno scorso, ne fu annunciato l'inizio delle riprese e, magari, attratta dall'argomento, ho caricato di troppe aspettative quest'opera. In alcune recensioni si parla di uno stile cinematografico visionario, rispondente all'immaginazione leopardiana. 
Io, invece, l'ho trovato cupo, quasi barocco, e, pertanto, estraneo al mio poeta che, stigmatizzando le tortuosità e il patetismo dei romantici italiani, nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, difese la classica semplicità, ovvero la celeste naturalezza degli antichi. Lo studio del cuore umano gravato da psicologismo irritava Leopardi, come lo irritava quella esaltazione della spontaneità della forma che finiva con l'assurgere ad una artificiale oscurità. Eppure il sentimento della natura, che si effuse in idilli dell'anima (e si ricordi che l'idillio fu una forma poetica del raffinato Ellenismo) è un tratto importante del Romanticismo leopardiano. Ma si tratta di un romanticismo metastorico, insito nello spirito dell'uomo. 
Questa semplicità profonda, quasi un miracolo della sintesi intuitiva di un genio indiscutibile, che Calvino additò come uno dei geni della leggerezza, si rinviene a stento nel film. Le scene indugiano negli interni. Ma anche negli esterni girati a Recanati incombono, perlopiù, i muri che recingono il giardino del palazzo del conte Monaldo, dalle cui finestre appare, schiacciata, quasi compressa al suolo dalle riprese, la semplice e serena intimità della piazzetta oggi denominata “del sabato del villaggio”.
 Qualche volta la macchina da presa punta sulla luna, ma non sa cogliere lo scintillio del firmamento, il cui aspetto tante “fole” suscitò al poeta (e perciò, forse, Anna Maria Ortese inventò l'espressione Il giovane favoloso), quando la notte sostava sui “veroni del paterno ostello" e ascoltava “il canto della rana rimota alla campagna”, mentre si levava “il vento recando il suon dell'ora, dalla torre del borgo”. Infondo, mi è sembrato che la lettura, senz'altro corretta, della vita e del pensiero di Leopardi da parte di Martone non sia riuscita a penetrare nell'anima del poeta né a coglierne l'ispirazione, ma sia stata esterna e troppo analitica. 
Anche lo studiatissimo realismo, con cui il protagonista imita i difetti corporei e l'andatura del giovane sfortunato più che favoloso, è privo di naturalezza, e scivola, talvolta, in una affettazione grottesca. Grottesca, e priva del fiabesco e della forza ironica che la caratterizzano, è anche la rappresentazione della Natura in dialogo con l'Islandese.
Quindi, per la mia sensibilità, sebbene accurato e colto, il film manca di una sintassi poetica, di un respiro unificante. È comunque da ammirare la tensione eroica sia del regista che del protagonista. Credo, infatti, che sia un' impresa quasi impossibile tradurre il linguaggio del “pensiero poetante” in quello cinematografico”. Meglio gli si adatterebbe una sinfonia. La musica, solo la musica, col suo fluire molteplice e inarrestabile, riuscirebbe a contenere, senza infrangerla, la semplice grandezza del messaggio leopardiano.

giovedì 2 ottobre 2014

Entusiasmo d'Autunno

Incede l'Autunno. Le prime ottobrate turbinano di foglie. Sotto un cielo incerto.
Indifferente alla Storia, la Natura danza il ciclo della vita. Rallenta il passo nel tratto dell'Autunno, e si distende nel brivido d'attesa del gelido abbraccio, dal quale, pure, si scioglierà, per garrire nuovamente sotto la grondaia, nel vento di marzo.
L'Autunno non è triste. S'accende di caldi colori: il giallo e il rosso tripudiano e si sposano in una policromia infinita.
La Natura ignora le passioni. È entusiasta la Natura. È ispirata da un soffio divino e lo contiene. È questo, infatti, il significato del vocabolo greco enthousiastikòs: ispirato da un dio, fino alla frenesia.

Anche un cuore entusiasta si dimentica di se stesso, danza la melodia della vita nei cicli della Storia.
È forse quest'oblio di sé quella divina indifferenza che i poeti ci additano come sommo bene?
Chissà!
Eppure, in questo nostro tempo, che incalza i mortali coi fantasmi della vanità, ci manca proprio il respiro entusiasta, per scuotere il cuore dal greve giogo delle passioni tristi.


sabato 13 settembre 2014

“Non vi è vita privata che non sia stata determinata da una più ampia vita pubblica”

"Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?"

Questi versi struggenti, lenti e maestosi, che ci fanno quasi voltare in cerca di un'immagine, persa come un sogno ma sempre desiderata, si possono porre come epigrafe commossa ad un romanzo straordinariamente bello che ho appena finito di leggere: Gli Innamorati di Sylvia di Elizabeth Gaskell, edito dalla Jo March.
Nel titolo il nome della protagonista è un segnale della sua indole aperta alla natura, sospesa tra terra e mare, come la costa britannica settentrionale dello Yorkshire, nei pressi della cittadina di Whitby rinominata Monkshaven dalla scrittrice, probabilmente suggestionata dalla presenza di un'antica Abbazia, la medesima che ispirò Stoker quando scrisse Dracula.

Sylvia è la reginetta di Haytersbank, la fattoria abbarbicata tra le rocce e la brughiera di Monkshaven, battuta dal vento, profumata di latte appena munto, di rosa canina e di erbe aromatiche olezzanti nell'aria salmastra. Haytersbank è quasi un rifugio di confine tra la terra e il mare, quel mare che ora mormora, ora ruggisce nella gola sottostante, ansioso di segnare il destino degli uomini di quella regione.

Nonostante il titolo, Gli innamorati di Sylvia non è un racconto sentimentale, ma un romanzo storico, la cui ispirazione Elizabeth Gaskell maturò in seguito a un soggiorno a Whitby, dove oggi si può essere ospiti in un cottage albergo che porta il nome di Monkshaven.
Del resto, prima di stendere l'intreccio che andava immaginando, la scrittrice studiò sia le fonti storiografiche sulla guerra anglo francese che avvenne nell'ultimo decennio del Settecento, quando era in ascesa il generale Napoleone Bonaparte, denominato Boney dagli Inglesi, sia i documenti sulla caccia alle balene, molti dei quali sono gli stessi a cui attinse Melville per Moby Dick. La pubblicazione della Jo March è corredata da una bella e documentata introduzione, alla quale rimando per tutti i dettagli sulla genesi e le fasi di scrittura di quest'opera.

A me interessa la metamorfosi dolorosa di Sylvia, emblema della femminilità e dell'umanità, sulla cui storia privata incide tragicamente la Storia pubblica. Per questo mi è sembrata pregnante la sentenza di un'altra narratrice inglese dell'Età Vittoriana, Mary Anne Evans, nota ai lettori con lo pseudonimo di George Eliot. - “Non vi è vita privata che non sia stata determinata da una più ampia vita pubblica” - recita questa sentenza, riportata nell'introduzione di Francesco Marroni a Gli Innamorati di Silvia.
Del resto, il nostro Alessandro Manzoni, quando pensava al “vero per soggetto”, si riferiva proprio a questo intreccio ineludibile tra Storia e storie e, nonostante la volontà di confidare nella Provvidenza, non poté fare a meno di rappresentare la sua tragica visione del destino degli uomini, vinti dagli eventi della Storia, e salvati, ma solo in un improbabile altrove, dal dolore elargito loro dalla Provvida Sventura.
Tuttavia, ancor più tragica mi sembra quell'idea che vorrebbe la vita umana già inscritta nel genoma, in quei fattori ereditari che condizionerebbero deterministicamente ogni storia di vita.
In ogni caso, agli uomini e alle donne inermi è riservato il dolore sulla terra. E mai come oggi questa regola storica si manifesta con crudeltà su tutto il pianeta.

Allo sguardo penetrante di un narratore di storie dolorose tocca la compassione e l'arbitrio di inventare un lieto fine, qualche volta.
Ma lo scioglimento felice delle vicende di Sylvia non accade. La Gaskell ha voluto ispirare ai lettori la compassione, il sentimento più umano, la condivisione del nostro essere canne al vento. E così ho patito con Sylvia, per la sua giovinezza spensierata precocemente trasformata dalla violenza delle bande di coscrizione, quelle truppe mandate dalla Corona britannica ad arruolare forzatamente i giovani del popolo, strappandoli ai figli e alle spose.

Le vite degli umili sono sconvolte dalle ragioni della guerra. La bellezza e l'innocenza di Sylvia non la salvano dal dolore: Daniel Robson, il padre, contadino ed entusiasta narratore delle sue passate imprese come cacciatore di balene, viene impiccato per essersi ribellato alla ingiustizia e alla crudeltà della coscrizione forzata, dopo essere stato giudicato come il responsabile principale della rivolta popolare di Monkshaven contro le truppe del re; il ramponiere Charley Kinraid, l'amante riamato di Sylvia, viene catturato dalle bande mentre si reca a Newcastle per imbarcarsi su una baleniera verso i mari della Groenlandia. E infine, la caccia impietosa delle bande del re costituisce l'occasione della corruzione etica e della rovina di Philip Hepburn, commesso colto e di belle speranze, allorquando egli, dopo aver assistito alla cattura di Kinraid e aver ricevuto da lui un messaggio per Sylvia, asseconda il diffondersi della falsa notizia della sua morte. Per di più Philip non riferisce alla ragazza il messaggio consegnatogli da Charlie nel momento della cattura, il suo giuramento di fedeltà e l'accorata preghiera di confidare nel suo ritorno. Mettendo a tacere i sensi di colpa grazie alle dicerie sulla leggerezza sentimentale di Kinraid, Philip approfitta della fragilità di Sylvia impietrita dall'impiccagione del padre, prostrata dal dolore per la follia della madre, e realizza il suo più ardente desiderio sposandola. Ma, né l' assoluta devozione di Philip, né, tanto meno, gli agi acquistati col matrimonio, e neppure la condizione serena donata alla madre dal suo sacrificio acquietano la passione di Sylvia, memore della sorte del padre e della scomparsa del marinaio forte e intrepido a cui s'era promessa.
L'adolescente lieta diventa la giovane donna pensosa e schiva, che degli anni ignari del dolore conserva soltanto l'indole appassionata e implacabile.

Un'altra figura femminile è disegnata nella trama da Elizabeth Gaskell, Esther Rose. Esther è l'opposto di Sylvia. Docile e devota, segretamente innamorata di Philip, mi ha fatto venire in mente Ismene e le sue quiete ragioni di pace in contrasto con quelle implacabili di Antigone.

Ma, al di là di ogni tentativo ermeneutico di questo avvincente intreccio, mi ritrovo, ora, a contemplare Sylvia, sola, con la sua creatura tra le braccia. All'immagine fresca e civettuola della ragazzina che nelle prime pagine del racconto sceglie ostinatamente una stoffa rossa per la sua mantella si sovrappone l'icona ammantata di nero, pallida e triste, dell'ultima pagina. 
Spentasi nel fiore degli anni, Sylvia non vedrà adulta sua figlia. Come suo padre, come sua madre, come lo stesso Philip, Sylvia è una vinta della Storia, mentre Charlie, bello e forte e fortunato, fa parte della schiera di coloro che sanno adattarsi a vivere anche nei tempi più tenebrosi e che, spregiudicatamente, riescono sempre a vincere su questa terra.