venerdì 9 maggio 2025

Un Climax per la pace

 “Una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Così ha esordito Leone XIV rivolgendosi per la prima volta ai fedeli in attesa in Piazza San Pietro. Quattro aggettivi uniti in due coppie. La prima parla della necessità del disarmo. I due aggettivi, infatti, sono i participi, rispettivamente passato e presente, del verbo disarmare. La seconda coppia esprime le virtù della pace: l’umiltà e la perseveranza. Seguendo la forza pregnante della retorica i quattro aggettivi formano un climax. Sono cioè disposti in crescendo: la deposizione delle armi che genera il disarmo promana da una disposizione umile della mente e del cuore che traspare negli atti del corpo, pacati e composti. Questa è la pace disarmante,  generatrice della pace perseverante.

Ecco un soffio di grande retorica di cui è fornito l'uomo probo che incarna le sue parole. Non sono necessari toni roboanti o svolazzi seducenti all’uomo probo. Ogni parola di un tale uomo inchioda colui che ascolta alle proprie responsabilità.

Infine, una notazione è necessaria. Bisogna far risaltare un aggettivo in particolare: “disarmante”. Infatti noi diciamo che è disarmante una persona che con la sola sua presenza ci confonde, ci stupisce, e spegne in noi ogni moto violento. Il participio “disarmante”esprime la potenza attiva di colui che depone le armi senza viltà e senza protervia. E qui ci illumina la grande letteratura, che è anche espressione della retorica più convincente.

Ci ricordiamo de I promessi sposi e in particolare  di Lucia. Lucia è disarmante così tanto che fa compassione persino al bravo più crudele, il Nibbio. Disarmata e disarmante, umile e perseverante nella fede, Lucia sconvolge e disarma un uomo violento, L’ Innominato, e ne trasforma il cuore indurito dall’odio e inveterato nel delitto. Nella storia narrata Lucia è una creatura fragile, ma forte della pace del suo cuore. 

Pertanto, il  climax creato da Leone XIV ci invita alla riflessione  su noi stessi e alla possibile trasformazione del nostro essere presenti nella Storia attuale. 



domenica 3 gennaio 2021

Amore e Conoscenza

 O voi che siete in piccioletta barca,

desiderosi d’ascoltar, seguiti

dietro al mio legno che cantando varca,

    tornate a riveder li vostri liti:

non vi mettete in pelago, ché forse,

perdendo me, rimarreste smarriti.

    L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;

Minerva spira, e conducemi Appollo,

e nove Muse mi dimostran l’Orse.


I versi sopra trascritti compongono l’incipit del secondo canto del Paradiso. Qui Dante ci invita a dotarci di strumenti sicuri per accedere a una conoscenza superiore a quella resa possibile dalla “curiositas” della “ratio” che indusse Ulisse al “folle volo”. La barca dell’eroe greco fu travolta dalla sua  ύβρις (tracotanza).

Quella del Sommo Poeta è condotta, invece, non solo dalla sapienza di Minerva e dall’arte delle Muse, ma dallo stesso Apollo, ovvero dall’Amore Divino.

Più avanti, nel medesimo canto, con un’argomentazione sublime, Beatrice prima confuta le ipotesi umane sulle macchie lunari, poi costruisce la sua tesi metafisica culminante in un passo entusiasmante:


Questi organi del mondo così vanno,

come tu vedi omai, di grado in grado,

che di sù prendono e di sotto fanno.

    Riguarda bene omai sì com’io vado

per questo loco al vero che disiri,

sì che poi sappi sol tener lo guado.

    Lo moto e la virtù d’i santi giri,

come dal fabbro l’arte del martello,

da’ beati motor convien che spiri;

    e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,

de la mente profonda che lui volve

prende l’image e fassene suggello.


Per chi volesse ascoltare l’incipit cantato, riporto in fondo un link ad un brano, amatissimo da mia figlia Marta che me l’ha fatto scoprire, composto dal polacco Zbigniew Preisner per il film La doppia vita di Veronica. 

Auspico, infine, che le mie riflessioni inducano coloro che vi si imbattono a leggere il secondo canto del Paradiso. “Poca favilla gran fiamma seconda”. 

Buona navigazione 🌟


https://youtu.be/7bHC8XEfEYk

lunedì 6 gennaio 2020

Etty e le altre

In ritardo rispetto alla sua pubblicazione, ho finito da poco di leggere La masseria delle allodole di Antonia Arslan. Il libro narra il genocidio degli Armeni e la loro diaspora nel 1915, tessendo i fili del racconto, avanti e indietro sulla spola della memoria ereditata. Antonia, in fondo al prologo, scrive infatti che per lei le grandi cupole della basilica sono come navi possenti, e veleggiano maestose da Occidente a Oriente, fino a posarsi su una piccola città della Turchia, in quello stesso territorio dal quale Antenore, esule da Troia, veleggiando da Oriente a Occidente, giunse in Italia e (luce straordinaria del racconto mitologico) fondò Padova.
E proprio a Padova, tremila anni dopo, fuggendo dalla Turchia come Antenore, era arrivato Yerwant, il nonno dell'autrice, Antonia, che porta lo stesso nome del Santo portoghese col fiore di giglio in mano.
Sul pano estetico, di una lettura conservo le sensazioni diventate parte di me. E così è stato anche questa volta. A libro ormai chiuso, l'odore della morte si mescola ai profumi esotici: le mani che sanno di cannella e di noci di Azniv, seduta sulla panchina del bersò a sfogliare un romanzo francese un po' audace sotto la volta profumata da cui pendono le grandi rose rosso-sangue, che fioriscono una volta l'anno, proprio alla fine di aprile; i colori cruenti dell'eccidio dei maschi presso la masseria e quelli cupi della inutile fuga delle donne cacciate ad Aleppo si confondono nella policromia scintillante di oggetti femminili: gioielli e pietre preziose custoditi da Shushanig, la grande madre dolorosa, icona splendida di una composta determinazione; gli occhi brillanti e furtivi di Ismene, la prefica greca devota e generosa, e i suoi misteriosi fazzoletti colorati, che a volte annoda e snoda velocemente in un gioco di destrezza mirabile.
Sul piano intellettuale, di questa narrazione della tragedia armena mi rimane la meditazione sulla Storia, che si ripete, attraversata dalla hỳbris, e sulla memoria, governata dalla vendetta, che di volta in volta sposta le accuse da un popolo all'altro, quando i genocidi accadono.
Sul piano emotivo, sono indotta a ricordare altre storie di donne. Perciò, sollecitata dall'annuncio che nel paese in cui vivo ci sarà una mostra sulla vita di Etty Hillesum,  altri fiori si sono dischiusi nella memoria e hanno unito il loro profumo a quelli delle donne armene.

Allora da Oriente torno in Occidente, non a Padova però, ma ad Amsterdam, dove la giovane ebrea Etty Hillesum nel 1941, prima di essere confinata a Westerbork, il campo nazista olandese di transito per Auschwitz, distilla gocce di vita nel suo Diario.
Sole in questa veranda, e un vento lieve che fa fremere il gelsomino. […] Com'è esotico il gelsomino; in mezzo a quel grigio e a quello scuro color di melma è così radioso e così tenero. Non capisco niente del gelsomino. Del resto non c'è bisogno. Si può benissimo credere nei miracoli in questo ventesimo secolo. E io credo in Dio, anche se tra breve i pidocchi mi avranno divorata in Polonia.

Anche dal diario di Etty ho rubato fiori. Tante rose. I petali sparpagliati sulla scrivania tra Rilke e Dostoevskij. Mi sono riconosciuta nella sua imperfezione consapevole, nello stupore, nella femminilità: la sigaretta tra le dita, gli occhi sgranati sul mondo, l'acconciatura vezzosa, il piacere nel gustare i dolci seduta al caffè. Mi sono intenerita per la confessione spudorata della sua nevrosi, e per la relazione con lo psicochirologo Julius Spier, per la consapevolezza delle proprie disarmonie e per la franchezza con cui ne scrive. Mi sono specchiata nella tristezza di Etty, in quel riconoscersi, anche lei, responsabile del male nella Storia. Ho sentito la sua verità: spesso mi viene da dire: c'è un gran marciume in quel posto. Ma oggi, d'un tratto ho pensato: se dico sempre così quella parola, marciume, esso finisce per propagarsi nell'atmosfera e non la rende certo migliore.
Amare la disarmonia è infatti difficile. Ma è l'unico percorso possibile verso l'amore che non accusa e che, quindi, non ha niente da perdonare, né da farsi perdonare. Amore si svuota per diventare amore.
Ho amato Etty perché sono così scontenta e triste e irrequieta stamattina presto come non lo ero da tempo e non si tratta in questo caso del grande dolore, ma di piccole scontentezze personali e del mio disadattamento.
Ho amato Etty perché come lei mi sono chiesta (e continuo a chiedermi) se
fa gran differenza se in un secolo è l'Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro. […] Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. Quel che conta è il modo in cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita.

Ma Etty non è un modello di vita. Se la pensassimo così la trasformeremmo in una rappresentazione del bene, lei che invece era uno spirito fluido e visionario, capace di intuire nella realtà effettuale idee universali, emanazioni della vita avidamente amata, così com'è, senza nessun orientamento fanatico. E difatti Etty aspirava a quella vacanza per sempre di cui mi parlò, più di dieci anni fa, un'altra donna, Luisa Muraro, pensatrice ancora attiva, in un libro fatto di libri, Il Dio delle donne.
Tra le pagine di Luisa incontrai per la prima volta, indirettamente, Etty e tante altre come lei: Margherita Porete, la beghina bruciata viva a Parigi il primo di giugno del 1310, che scrisse Lo specchio delle anime semplici; Cristina Campo, imperdonabile autrice de Gli Imperdonabili. E tante altre ancora. Donne intente a fare e disfare il filo tessuto delle parole, non per costruire teorie che ingombrino la mente, ma per lasciare sempre aperti i discorsi, per creare passaggi e per aprire continuamente il varco alla relazione. Sono donne che usano una lingua che ammette la mancanza per riuscire a dire l'indicibile in una scrittura che diviene mediazione vivente. Perciò, col fare e disfare, la scrittura di Luisa, di Etty, di Antonia e di tutte le altre, priva dell'intromissione della volontà personale, si apre alla possibilità che accada anche il bene.

lunedì 22 ottobre 2018

...come un poeta


Quotidianamente sono raggiunta da innumerevoli informazioni, visto che, come quasi tutti ormai sul nostro pianeta, sono iperconnessa grazie ai tanti strumenti di comunicazione, lo smartphone, ma anche la vecchia amica radio, una Tivoli Audio model one di legno laccato di bianco, che accendo insieme al fornello mentre mi preparo il caffè del buongiorno. 

Stamattina alle sei e un quarto è ancora buio quando, appena sveglia, entro in cucina e, prima della caffettiera, afferro, decisa, una pila di compiti da correggere e dal marmo della credenza li sposto sul tavolo, con la ferma intenzione di leggerli e valutarli tutti. Dopo aver sbirciato il primo, ho messo su il caffè, a radio spenta. Mentre l'aroma profuma il silenzio accogliente, preparo anche il rito della penna rossa. Poltrona e occhiali sono pronti. Mi accomodo sulla prima, inforco i secondi, verso l'elisir del mattino in una tazza capiente e comincio a sorseggiarlo mentre scorro con gli occhi le riflessioni fatte dagli studenti sulla Lettera a M. Chauvet, quella in cui Alessandro Manzoni argomenta il suo pensiero sulle unità aristoteliche nella tragedia.
Allora mi sorprende l'idea che in fondo la correzione dei compiti non è tanto noiosa se (come dice Manzoni a proposito del lavoro del poeta nella lettera a Chauvet e come gli studenti hanno ben compreso e rilevato) ci si attiene al “vero” della storia e in questa si cerca, dipanandolo, il filo conduttore che racconta l'altro da noi, silente nel testo scritto, ma rintracciabile persino in un compito scolastico nel quale, anche la grafia è un indizio della storia.

Tra una correzione e l'altra accompagnate dal mio pensiero errante, si sono fatte le sette e un quarto. È ora di accendere la radio, già sintonizzata sul terzo canale. Mentre leggo i lavori dei ragazzi, ascolto Giannantonio Stella che, a sua volta, legge le notizie del giorno dai quotidiani nazionali. Nessuna di esse attrae la mia attenzione, forse perché sono concentratissima sulla questione “storia e poesia” affrontata da Manzoni e spiegata dagli studenti. 

Si fanno intanto le otto. Da quasi due ore, grazie ai compiti dei ragazzi, medito ripetutamente sul testo manzoniano che, perciò, mi diviene sempre più ricco di senso.
Nel frattempo inizia il dialogo del giornalista con gli ascoltatori che hanno telefonato per focalizzare l'attenzione sulle questioni che stanno loro più a cuore. Sospendo la lettura due volte perché si parla di scuola. E questo, si sa, mi sta a cuore. La prima telefonata non è altro che una noiosa lamentela di un controllore contabile sullo scarsa considerazione in cui è tenuto il suo lavoro. La seconda è quella di una professoressa che recrimina sulle novità introdotte riguardo alla prova d'italiano del prossimo Esame di Stato. Secondo il parere della signora il cambiamento improvviso è inopportuno perché sul mercato editoriale mancano pubblicazioni di esercitazioni didattiche utili ad affrontare il nuovo tipo di prova.
Allora riguardo con stupore, o, se vi pare meglio, con stupidità, il testo e la traccia che ho proposto agli studenti e mi chiedo il perché del lamentarsi di non contare nulla nei destini della scuola se poi ci si percepisce come incapaci di preparare una prova di scrittura che attesti la padronanza logico espressiva dei maturandi. Ma soprattutto mi sorprende il sentimento frustrante che coglie quanti non riescono ad oltrepassare l'orizzonte grigio disegnato dalle consegne burocratiche.

Con lo sguardo ritorno ai compiti a me presenti. In essi è adombrata la verità. Dentro quei testi, compresa la traccia, c'è un filo conduttore da trovare e di cui si può aver cura per tracciare tanti sentieri di conoscenza e di vita.
Un altro barlume mi si accende, dopo tanti anni di insegnamento: come dice lo stesso Manzoni nella lettera a M. Chauvet, riferendosi al compito del poeta, a noi non tocca “inventare dei fatti” perché “questo genere di invenzioni richiede ben poca immaginazione […] mentre tutti i grandi monumenti poetici hanno a base avvenimenti tratti dalla storia”.

Ecco, nel corso del mio peregrinare didattico, giungo oggi a questo: non ho niente da inventare. Mi limito a prestare la voce alla tradizione letteraria per dare vita ai testi umani e per accoglierli, qui ed ora, insieme alla comunità classe.
Volgendo il pensiero alla situazione attuale più in generale, ritengo che ci si possa impegnare essenzialmente in questo, a far emergere la nascosta potenza della poesia attraverso molteplici voci, in maniera soggettiva ma non arbitraria, facendola brillare oltre la cortina polverosa di quelle tecniche che rischiano di soffocare la potenza di sentimento e di immaginazione di ogni lettore.
Chissà! Forse lungo il sentiero dell'ascolto aperto all'immaginazione, potranno sciogliersi molti nodi nella scuola, che attualmente è vissuta da tanti come una gabbia insopportabile.

venerdì 22 giugno 2018

Leggere con il cuore Il giardino dei Finzi Contini


“Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?" chiede la piccola Giannina al padre mentre con un'allegra brigata percorrono la strada verso la necropoli etrusca di Cerveteri, nel prologo di Giorgio Bassani al suo romanzo memoriale Il giardino dei Finzi Contini. "Si capisce  - rispose -. I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti […] che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti. […] Però, adesso che dici così – proferì dolcemente, - mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri. La successiva visita alla necropoli si svolse nel segno della straordinaria tenerezza di questa frase”.
Commosso dalla tenerezza di questo dialogo, mentre l' auto che trasporta la comitiva silenziosa ripercorre l'Aurelia verso Roma, il pensiero del narratore corre con la memoria al cimitero ebraico di Ferrara e sosta davanti alla tomba monumentale della famiglia dei Finzi Contini.
Il dialogo tra Giannina e suo padre ispira a Bassani questo romanzo malinconico, lieve e struggente per la giovinezza perduta, di cui è simbolo Micol Finzi Contini, bionda e prorompente di vita, giocosa e aspra, svanita nell'orrore di un lager.
La memoria dell'antica civiltà conservata nei tumuli erbosi di Cerveteri desta il ricordo di un giardino segreto, misterioso come i bocci acerbi dell'adolescenza, custode dei turbamenti di quell'età e custodito nella memoria più intima e perenne.
Ho letto tanto tempo fa questo romanzo e, se è vero che dell'incontro autentico con una storia resta non tanto una dettagliata narrazione quanto un sospiro vivo del cuore mentre d'improvviso alla mente tornano immagini e visioni, ecco che ai miei occhi si ripresenta vivida la scena in cui il protagonista, dopo aver visto, evidenziato in rosso, il cinque in matematica nei quadri dei risultati di fine anno scolastico, scappa in bicicletta per le strade di Ferrara e si ritrova presso il muro alto e inaccessibile del giardino, nel quale viene introdotto spavaldamente dalla bionda e sorridente Micol Finzi Contini.
Le immagini del giardino si ricompongono nella memoria: i campi da tennis, attraversati dalle snelle figure giovanili vestite di bianco, risuonano delle eleganti battute delle racchette; la biblioteca e le sale della dimora signorile spalancano le loro porte per accogliere i giovani ebrei esclusi per le leggi razziali dai circoli culturali pubblici di Ferrara.
Non il frastuono della violenza ostile del mondo esterno, ma il bisbiglio delle confessioni intime, manifeste o sottintese io ascolto, insieme al silenzio eloquente di Alberto, pallido e fragile, l'unico, tuttavia, dei Finzi Contini destinato a spegnersi di morte naturale e a riposare nella monumentale tomba di famiglia del cimitero di Ferrara.
Un'oasi nell'orrore è Il giardino dei Finzi Contini più che una testimonianza dell'antisemitismo. Un'oasi rivisitata con tenerezza in seguito alla domanda della piccola Giannina.
La storia remota, conservata nell'oasi di Cerveteri, proietta il protagonista in una storia recente che gli appartiene, purificata di ogni ideologia, nonostante l'esperienza dolorosa.
Prevale nel racconto l'ansia di vita, seppure minacciata da una folle ideologia. E in realtà il giovane ingegnere comunista Malnate è l'antagonista sentimentale più che ideologico nella rievocazione lirica dell'io narrante. Malnate è il giovane impegnato politicamente, forte e franco nelle sue convinzioni, al quale Micol, divorata da un'ansia di vita hic et nunc, concede la sua attenzione materiale, consapevole dell'impossibilità del sogno nel contingente storico.
Del resto alla palpitante e fuggitiva Micol non importa niente del futuro, neanche di quello “democratico e sociale” vagheggiato dal forte e convinto Malnate. Al futuro Micol preferisce il presente, “ le vierge, le vivace, et le bel aujourd'hui, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato”.
Alla fine di queste annotazioni, scritte sull'onda della memoria di una lontana lettura, penso con malinconia al brano selezionato dagli esperti della Pubblica Istruzione per la traccia dell'Esame di Stato di quest'anno, e rabbrividisco al pensiero delle gelide domande rivolte ai giovani candidati, e mi chiedo se quei signori abbiano mai letto il libro di Bassani. Ma se pure l'avessero fatto, è certo che non l'hanno compreso, non con il cuore perlomeno. Non la poesia della memoria, che anima il racconto, ma le domande retoriche, a risposta pressoché univoca, e i ragionamenti astrusi sulle tecniche narrative, hanno ispirato la stesura della traccia d'esame.
E invece Bassani, concludendo il romanzo, suggella la storia proprio con il cuore, avendo scritto solo “quel poco che il cuore ha saputo rcordare”.


giovedì 8 marzo 2018

Il filo nascosto


Vorrei provare a raccontarvi la mia esperienza del film “Il filo nascosto” attualmente visibile nei cinema italiani. Riguardo alla regia, al cast etc... è tutto consultabile online. Di recensioni ne leggerete in abbondanza, se vorrete. Io non ne ho letta manco una.
Da dove comincio? Ecco sì, dall'attrazione esercitata su di me dalla visione casuale del trailer qualche mese fa. Una sartoria sfarzosa, un elegante sarto, e l'atmosfera rétro di un atelier con tante cucitrici industriose. E rutilanti stoffe pregiate d'altri tempi. E poi quel titolo misterioso, così carico di simboli! - lo vedrò – mi dissi. E così è stato.

Sono arrivata in sala mentre il film iniziava. Nel buio pesto, a tentoni, ho cercato il mio posto avanzando con cautela per non ruzzolare giù per le scale, indispettita, perché mi stavo perdendo la prima scena.
Eccomi finalmente seduta in un salottino inglese al tavolo imbandito per la colazione tra chicchere d'argento e di porcellana, davanti a un signore che rifiuta dolci succulenti, rivolgendosi con modi sgarbati alla bella giovane donna che glieli ha offerti, e che ora non si vergogna di mostrare i lucciconi nei suoi occhi imbambolati sotto lo sguardo vigile e imperturbabile di un'altra donna che assiste alla scena, la sorella dello schizzinoso protagonista.
Velocemente la telecamera si sposta sulla fuga verso la vecchia casa dell'infanzia e sulla sosta in un motel ristorante in cui accade l'incontro fatale con un'altra donna: una cameriera conturbante nel suo spartano abbigliamento nonché nella sua bellezza senza eccessi, a parte le labbra, che si schiudono o si stropicciano, mentre appunta diligentemente tutte le pietanze richieste dall'avventore, quasi come un invito a pregustarle, pietanze e labbra. Ed è subito relazione. Il tramite è il cibo. E il primo appuntamento, è fissato ad una cena nel corso della quale dita e labbra si intingono voluttuosamente, e si tingono, in una salsa scarlatta. E poi via in una soffitta a progettare un abito. Un canovaccio modello è indossato da Alma (questo è il suggestivo nome della protagonista), subito diventata modella ideale.

Ma dove mi trovo? Al cinema o a sfogliare le illustrazioni di un libro di fiabe infantili?
La stanza affollata nell'ombra  da vecchi bauli, i broccati e i velluti, tutto sa della scenografia per una fiaba seicentesca. E del resto, anche l'atelier, nella realtà situato negli anni cinquanta del novecento, ha sapore di fiaba. L'insieme delle abili cucitrici, linde e solerti, mi ha fatto pensare alle tante aiutanti sparse nei racconti di fate.

E per la verità l'ordito è proprio quello di una fiaba. Nell'ordito misterioso si intrecciano mille fili. Dove sarà quello nascosto? E chi può dirlo? A me le fiabe piacevano e piacciono proprio per questo. Non svelano niente eppure rivelano tutto, nell'ombra però. Infatti, appena tenti di spiegarle, l'incanto svanisce. Esci dalla fiaba e ti imbatti nei critici, o, peggio ancora, negli psicologi.
È divertente, invece irritarsi per il maniacale estetismo di Reynolds, che come tutti gli esteti è un annoiato bambino, o sentire l'ambiguità magica della protagonista, ora donna reale e determinata, ora strega sapiente che si inoltra nel bosco col paniere sotto braccio in cerca di piante per vivande fiabesche, velenose ma non troppo. E la cucina – antro e il tegame al fuoco in cui sfrigolano saporitamente nel burro gli aromi profumati del bosco immersi e miscelati sapientemente, come gli ingredienti nel paiolo di una strega. Come le mele di Biancaneve che nascondono la più bella e succosa, quella mela che avvelena, ma non è letale. E mi hanno incantata gli abiti, sontuosi fino all'inverosimile, sostenuti da tutorial segreti, che sollevino i fianchi o i seni delle clienti, tutte di alto lignaggio, tranne una, che viene indecorosamente spogliata, perché una viziosa riccona è indegna di un abito tanto bello.

Sono davvero infiniti i fili nascosti nelle fiabe. Ma è rilevante il fatto che in tutte le storie ricorrano la fame e il cibo, l'abito cencioso e la veste regale. Come in questa favola filmica, nella cui trama ogni spettatore saprà riconoscere il suo filo nascosto, e soprattutto ogni spettatrice potrà interrogarsi sull'ambiguità sempre viva degli stereotipi fata/strega, madre/matrigna. E potrà sorriderne.

domenica 31 dicembre 2017

La statuetta, il vassoio e la fiaba

L'ultimo giorno dell'anno è carico di bilanci e di aspettative. Si fa una cernita degli eventi e, perlopiù, si scartano tutti i momenti brutti e dolorosi e si conservano i successi e tutto ciò che ci è parso bello, nella speranza che il nuovo anno sia colmo solo di felicità. Ed è giusto che sia così.

Ma io nelle ultime ore di quest'anno ho negli occhi e nel cuore tre oggetti che porterò con me per l'avvenire: una statuetta di Maria con le mani aperte e teneramente protese; un vecchio vassoio ovale d'acciaio; e, infine una fiaba dei fratelli Grimm, “Fratellino e sorellina".

Questi tre oggetti sono un filo rosso nella mia vita.
Il primo e il secondo provengono dalla mia casa di ragazza, una casa di campagna alle falde del Vesuvio dalla quale lo sguardo può abbracciare l'intero golfo di Napoli e le sue isole, o perdersi oltre l'orizzonte, tra mare e cielo.
Il terzo è custodito nel cuore, nei ritmi dell'infanzia, il tempo in cui si ignora il confine tra il reale e il fiabesco.

Ma questi tre oggetti rappresentano soprattutto il legame con mio fratello, il quale teneramente ha salvato dalle rovine del tempo sia la statuetta che il vassoio, e me li ha lasciati in preziosa eredità.
In questa eredità, infatti, c'è il valore inestimabile della speranza nell'accoglienza e nell'ospitalità. La statua e il vassoio testimoniano che da una perdita indicibilmente dolorosa sono germogliati due segni di amore. 
Mi sembra, quindi, che questi due oggetti dicano che niente va scartato dalla nostra vita, né  dall'anno che sta per finire. Neanche il dolore.
Sicché, per il nuovo anno mi immagino braccia protese a sorreggere vassoi colmi di tenerezza per gli ospiti.

Infine, ritorno alla lettura della fiaba, nella quale, come in tutte le fiabe, c'è  qualcosa di vero, sebbene nella realtà non sempre le sorelle riescano a salvare il capriolo dalle insidie del bosco.
Lo svolgersi della vita nel tempo è difatti disegnato nei limiti della fragilità umana. Per questo, auguriamoci che, nell'anno che verrà, la prima amorevole accoglienza, il primo dono ospitale siano offerti alla nostra fragile umanità.



domenica 11 dicembre 2016

Elogio della “frivolezza”

Due giovani sorridenti l'altro giorno sono venuti ad installarmi un televisore nuovo che, malgrado me, ora trionfa sul ripiano marmoreo del mio mobile prediletto, dopo aver spodestato le gloriose ceramiche di Faenza e di San Lorenzello.
Mentre erano all'opera si chiacchierava di lavoro. “Ma lei ancora non è ancora in pensione?” mi ha chiesto, quasi stupito, uno dei due giovanotti. - Siamo alle solite - ho pensato, e mi sono limitata a rispondere di no. Ovviamente da lì il discorso è scivolato sul futuro delle pensioni e dei giovani, col prevedibile tono catastrofico. 
Per un po' sono stata zitta, anche perché la pensione come traguardo agognato della vita e del lavoro non m'ha mai attratta, come del resto non m'ha mai solleticata l'ansia di una meta da raggiungere. Godo di scivolare inconsapevole nel tempo. Anche da giovane non capivo quelli che cominciavano a lavorare calcolando gli anni che li separavano dalla pensione. Ma si sa che a questo mondo ci sono gli incoscienti, e io ne faccio parte. 
Tuttavia, l'altro giorno, non ho potuto fare a meno di correggere quelle predizioni apocalittiche sul futuro e, “via - sono intervenuta – non sbagliano anche i meteorologi nelle previsioni del tempo? E allora perché chiudere l'orizzonte al futuro? I due ragazzi sono scoppiati a ridere, e mi hanno guardato con evidente simpatia, mentre io sospiravo tra me - “avessi la vostra età! - Me ne fregherei di tutte le “Fornero” di questo mondo”. E, difatti, me ne frego. Frivola e incosciente, mi voglio divertire, a modo mio. 
La frivolezza, tanto vituperata, è lieve in se stessa. La frivolezza è leggera, frufrù, un frullo di volo. Dove? Nel “vano”, dentro e fuori di noi. Nel “vano” dentro la materia del mondo.
Il bello consiste proprio in questo: la materia è piena di leggerezza, come la vanità di un “fiocco di neve di Helge von Koch”. Il fiocco di neve è “l'isola” che ha “una figura geometrica finita con un perimetro infinito” (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
La materia è piena di infinito come dimostra l'introduzione di un concetto nuovo nella geometria, “la dimensione frattale” di Benoit Mandelbrot, al quale dobbiamo l'oggetto più complesso della matematica (e secondo molti anche il più bello!). Estremamente complesso (infinitamente complesso), ma anche semplice: generato da un meccanismo iterativo di disarmante semplicità” (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
Stando ai frattali di Mandelbrot, se noi segmentassimo il tratto di una costa, per esempio della Gran Bretagna, i segmenti conterrebbero una infinità di numeri, ovvero di segmenti. Tuttavia la loro somma ci restituirebbe il perimetro finito dell'isola (finalmente mi si spiega il famoso paradosso di Zenone e anche la sua aporia!).
Nel caos indistinto e infinito emerge la forma, come dal fondo caotico del nostro cervello si auto-organizzano pensieri, sensazioni, ricordi. L'ordine emerge dal caos, ma sul crinale di confine, “si trova un massimo di potenziale creativo” imprevedibile (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
Se è così, e mi piace che così sia, mi affido a questo “potenziale creativo” con un frullo d'ali...“e lasciatemi divertire”!


mercoledì 30 novembre 2016

Quo usque tandem?

Ieri sera Il conduttore di talk show Giovanni Floris è stato accolto a Palazzo Madama dal Presidente del Senato Pietro Grasso. L'incontro aveva lo scopo, almeno in apparenza, di simulare una visita guidata nell'aula dove attualmente si riunisce la Camera dei Senatori. 
A fare da guida era lo stesso Presidente Grasso il quale, con impeccabile cortesia, ha fatto strada al giornalista fino alla sala dove è conservato l'affresco di Cesare Maccari che ritrae Cicerone mentre pronuncia la prima orazione contro Catilina, accusandolo di preparare la rovina della Repubblica. Con affabilità il Presidente cicerone ha spiegato che in quel dipinto Cicerone si scaglia contro Catilina accusandolo di corruzione come governatore della Sicilia. 
 Non me ne vogliano “i miei venticinque lettori” accusandomi di proterva pedanteria, ma a me si è accapponata la pelle, e non solo per l'errore storico e letterario. Mi ha lasciata di stucco la negligente superficialità dell'illustre guida. Una confusione, una dimenticanza sono umane e scusabili. Diventano però imperdonabili se a commetterle è l'attuale custode della Presidenza del Senato della Repubblica Italiana, abituale frequentatore di quella sala, il quale, sua sponte, si era sobbarcato il compito di illustrare le sale di Palazzo Madama e i suoi tesori non solo al giornalista ma anche al pubblico italiano che si trovava ad assistere in quel momento al programma televisivo. 
Chiederemmo forse troppo a un erede del grande Tullio, sia nella funzione di magistrato che in quella politica, se lo pregassimo di ripassare la storia dei documenti che intende spiegare? Ammesso che, per chi ricopre la carica di Presidente del Senato, sia plausibile ignorare una vicenda così drammatica della storia della Res Publica romana, e di stravolgere il contenuto della prima delle Catilinarie.
Ma si sa che oggi, nella cosiddetta “società della conoscenza”, la conoscenza è un trascurabile dettaglio. Quel che conta è la faccia tosta e un bel sorriso spiaccicato sulle labbra. E si raccomandano braccia protese a stringere mani e pacche sulle spalle a simulare amicizia. E che l'orazione sia concitata, più che dotata di “concinnitas”.
 Che male c'è, suvvia, se poi si confonde l'eversore Catilina con il corrotto Verre, tanto più di questi tempi in cui tutto va buttato in corruzione? 
 Del resto, ce lo disse pure Sallustio che Catlina era stato il frutto dei “corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia vexabant (costumi corrotti della città alimentati da due mali terribili e tra loro opposti, la lussuria e l'avidità)”.

giovedì 26 maggio 2016

Critica, filologia, ermeneutica


Nel tempo della comunicazione complessa e dell’esplosione del mercato editoriale si impone la riflessione sulla tipologia degli strumenti di cui bisogna dotarsi per accostarsi  con libero pensiero ai testi scritti. La palestra della lettura interpretativa dovrebbe avere, a mio avviso, nella scuola la sua sede privilegiata. E del resto fin dagli anni settanta, quando si è diffuso lo Strutturalismo, la centralità del testo  si è imposta prepotentemente, anche se le tecniche di analisi hanno finito col soverchiarlo generando, talvolta, il suo annichilimento. Tuttavia, questa fase storica ha avuto il merito di aver mandato in secondo piano quell'approccio mediato eccessivamente dalla critica letteraria, altrettanto soverchiante perché orientava o, se si vuole, disorientava il lettore. Si ricordino, in proposito, le stroncature di Benedetto Croce alla Divina Commedia, in particolare al Paradiso. Secondo il filosofo, infatti, l’opera dantesca non sarebbe sempre poesia perché, a suo giudizio, la “intuizione lirica”sarebbe inficiata dal pensiero razionale. Di parere opposto fu Giovanni Getto che, parlando della Commedia, coniò l’espressione “poesia dell’intelligenza”.
Ci si chiede qui, dunque, quale sia il modo migliore per accostarsi ad un testo, nello specifico a quello letterario, soprattutto da parte dei giovani studenti. Va da sé che la lettura di prima mano è importantissima. E naturalmente ci si aspetta che qualcuno ribatta che una lettura complessa non possa essere gustata senza una mediazione che faccia da guida. In merito, sarebbe auspicabile che il maestro, almeno adeguatamente sapiente ed esperto, fungesse da guida, a partire da una lettura ad alta voce in grado di restituire vita alla parola silente, rendendo presente l’altro, l’autore, con il quale così si incomincia ad interloquire, ponendogli le domande che egli ci sollecita. Tale  "presunzione", nel senso positivo di “prendere prima”, dovrebbe poggiare su una scienza artistica da riportare in auge e da insegnare il più diffusamente possibile. Quest’arte è la filologia, cioè la scienza del testo.
 La filologia, infatti, è sorta proprio con l’intento di salvare il testo scritto dalle corruzioni di trascrizioni errate e di glosse o interpretazioni fuorvianti, laddove il copista o il glossatore pensavano di migliorare o, addirittura, di correggere l’autografo. È rilevante il fatto che nella tradizione manoscritta quanto più il copista era colto, tanto più il rischio per la corruzione del testo era alto. Il compito del filologo, quindi, è quello di lavorare ad edizioni critiche per quanto possibile vicinissime al testo originale. 
Dunque, i testi proposti alla lettura dovrebbero essere accompagnati da note scarne ed essenziali circa i livelli morfosintattici e lessicali, senza essere sovraccaricati da commenti verbosi o, peggio ancora, da pezzi di critica letteraria ideologizzati e ideologizzanti. Tutt'al più, in un secondo momento, l’attenzione oggettiva, cioè filologica, al testo potrebbe stimolare la conoscenza di letture moltiplicate secondo ottiche diverse del testo stesso. Pertanto, sembra auspicabile che nell'ambito dell’educazione linguistico - letteraria si riconsideri la validità formativa multidisciplinare di un approccio filologico al testo. Questa metodologia agevolerebbe la cultura dell’ascolto e dell’attenzione all'altro ed anche la presa di coscienza della complessità della comunicazione verbale, propria ed altrui.
In un secondo momento sarebbe importante iniziarsi all'arte dell’ermeneutica, cioè dell’interpretazione del testo, sondandolo nella profondità polisemica. Questo esercizio  sollecita ed educa l’emotività oltre all'intelletto, affinando la sensibilità e l’ empatia.
Filologia ed ermeneutica sono complementari ed essenziali per l’educazione all’humanitas. Le due arti sono, infatti, scevre da quella autoreferenzialità compiaciuta di tanta critica letteraria che sfocia nell'inciucio, benevolo o malevolo che sia.  E per di più capita che, talvolta, le critiche si affastellino l’una sull’altra, fino a sopprimere del tutto l’opera oggetto della critica. In proposito ricordo il racconto  di un critico, del quale ho dimenticato il nome, che, non avendo mai letto l’opera di Zola, stancatosi di rispondere genericamente alle domande dei presenti alle sue conferenze, si decise un bel giorno ad affrontare la lettura del ciclo dei Rougon Macquart. Dopo aver vissuto l’esperienza, quel critico conobbe veramente Zola e, finalmente, fu felice di raccontarlo agli altri.

giovedì 19 maggio 2016

Un signore insigne dalla parte degli sventurati

“Reagan, Reagan, vieni a pescare con noi ci manca il verme!”
 Irridente e multicolore il corteo della marcia per la pace scandiva allegro e convinto questo slogan “maleducato” tanti anni fa, quando ancora, essendo l’Unione Sovietica contrapposta agli USA, era accesa la Guerra Fredda e vigeva minacciosa la corsa agli armamenti.
Era il 1981, entro qualche mese  Michail Sergeevič Gorbačëv sarebbe salito sul palcoscenico della Storia, la quale, in meno d’un decennio, avrebbe scritto  la pagina della caduta del Muro di Berlino. Karol Woitila, ai primi anni del suo pontificato, aveva da poco subito il grave attentato proprio mentre nella sua Polonia Lech Wałęsa trionfava con Solidarność.

Allora, ero tornata da poco da un' odissea nel mare greco. E quel giorno calzavo sandali francescani impolverati della sacra terra dell’acropoli. Che tempi fervidi, indimenticabili! Mi beavo del vociare allegro e impavido di quella marea di gente gioiosa mentre si cominciava il cammino festoso. La strada da  Perugia fino alla rocca di Assisi sembrava un arcobaleno. Mi ricordo, come se fosse ora, di una bambina bionda in carrozzina, avrà avuto tre anni sì e no, che reggeva il suo bel cartello con la scritta “Anna vuole la pace”. Tutto ad a un tratto  mi accorsi di  un assieparsi  di gente nella folla del corteo, e vidi che nel bel mezzo di quella moltitudine torreggiava un signore alto dagli occhi celesti sfolgoranti, le spalle sfiorate da una chioma già candida. “Marco, Marco, Marco”, scandivano intorno.
 Ma sì, era proprio lui, Il Marco nazionale, sempre out, e pronto a farsi carico delle cause perdute dei perseguitati di ogni genere. Tirai fuori la mia Polaroid pronta a scattare. Ma, mentre puntavo l’obiettivo, Pannella mi vide e, da dispettoso quale era, si abbassò. Conservo ancora quell’istantanea. Lo si vede mentre si china tra i palloncini celesti con impressa la scritta: Partito Radicale.  Tuttavia, essendo troppo alto, pur chinatosi, sovrastava tutti  quelli che gli stavano intorno, sicché, suo malgrado,  lo immortalai in quella storica giornata pacifista.
Non sono mai stata del Partito radicale e, a dire il vero, certe manifestazioni istrioniche di quel gruppo e del suo leader mi infastidivano. Preferivo allora il “circolo” intellettuale del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, fiorito  sotto l’egida dei magnetici occhi di Lucio Magri, anche lui bianco chiomato.

Ora che sono trascorsi decenni, oggi che Giacinto Pannella, in arte Marco, è morto, mi rendo conto della vocazione intrepida di un uomo che sfidava la morale comune, e stava sempre coi peccatori innocenti.

In quel lontano settembre del 1981 ero una brunetta riccioluta in marcia colorata verso Assisi. Oggi sono una vecchia signora dai capelli argentei (mi si permetta l’aggettivo eufemistico), seduta a scrivere che uno dei ricordi più belli della sua  giovinezza è proprio questo: aver marciato in una lontana Perugia – Assisi con un uomo alto, distinto, insigne per essersi schierato sempre dalla parte degli sventurati.

martedì 3 maggio 2016

Quell'attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi

Ci sono momenti in cui le emozioni, vere  e proprie scosse elettriche che liberano energia, diventano un flusso di pensieri  caotici che cercano ardentemente una forma adeguata per manifestarsi. E talvolta le emozioni sono tanto forti che si accavallano e, come le onde del mare, si infrangono in rivoli infiniti e fragorosi e si ritraggono in risucchi inarrestabili. Sopravviene  allora quasi un’afasia. Il  groppo dei pensieri  vorrebbe la magia di un linguaggio nuovo, epifanico.

Ci soccorre in questi momenti l’esercizio della scrittura che, fungendo da dispositivo di osservazione e di controllo, abbassa la pressione della passione, incanalandola nelle parole da ordinare in tracciati sulla pagina bianca.

Un’ emozione forte è quella che precede la delusione, perché,  prima di cedere allo scacco, la mente e il cuore si accendono nella sofferenza di  una possibilità mancata proprio nello sforzo di interrompere la sequela di montature artificiali che vanificano ogni tentativo di autenticità.

A scuola, stamattina, c’è stato un incontro con un fisico, Bruno Galluccio, il quale, ad un certo punto della sua vita, si è votato alla poesia, traducendo in ”correlativi oggettivi” alla Eliot e alla Montale, come lui stesso ha affermato, la sua esperienza scientifica.

Alle nove e trenta sono andata in aula magna con gli studenti della quinta classe e con la collega di matematica e fisica, per incontrare il poeta scienziato.
In seguito alla scelta della collega di proporre agli studenti la lettura della raccolta di Galluccio, raccolta intitolata “La misura dello zero", mi ero infatti “accodata” e, quindi, arrischiata nell’ impresa di interpretazione. A dire il vero,  avuto il libro tra le mani,  mi ero sgomentata per la rarefazione astrusa con cui le eterne domande sul senso e sul destino dell’esistenza erano lì formulate. Ma ormai mi ci ero buttata in quel guazzabuglio e, quindi, dovevo nuotarci.
Era urgente tuttavia  fornire  un filo di Arianna ai malcapitati studenti, affinché si districassero in quel labirinto. E così io e la collega  ci siamo messe a studiare e, insieme ai ragazzi, abbiamo cavato alcuni ragni dal buco,  tentando  qualche trama ermeneutica. Ci sosteneva il sapere che Il bello,  non sussiste nella  meta ma  nelle peripezie del viaggio. E il nostro viaggio è stato, tutto sommato, “fertile di avventure”.
Giunti alla meta bisognava, comunque, apprendere ad  ingoiare  il  rospo. Itaca era povera, molto.

In un tal genere di  “ Incontri con l’ autore”, dicitura questa oggi abusata fino all'insensatezza, non c’è alcun interesse per l’umanità. Si ammucchia nell'aula magna il maggior numero possibile di spettatori,  lì convocati solo per giustificare e celebrare un evento pubblicitario per l’autore e per l’azienda scuola, proprio come si fa in tante trasmissioni televisive, passerelle di “divi” più o meno valenti.  

Si stava così, stamani, nell'aula magna gremita e vociante,  in  attesa che l’incontro iniziasse.Tuttavia, ci speravo ancora in un dialogo vero. Macché! L’autore era sparito per l’intervista, non so a quale giornale locale, il quale, naturalmente,  lustrerà ben bene l’evento con la solita retorica celebrativa,  magari inneggiante alle nuove sorti  progressive di scienza e poesia, finalmente riunite.
Intanto io cominciavo a scalpitare;  mi innervosiva che si inneggiasse alle singole eccellenze, all'alunno geniale in grado di comporre recensioni ridondanti ed astruse non meno delle poesie che ha recensito. Infastidita dalla ritualità che sempre cerco di evitare, guardavo  la collega e  gli alunni che erano stati indotti  in questa impresa  e che ora si dovevano sorbire verbose presentazioni, mentre il tempo, in barba ad ogni teoria scientifica, fuggiva via e, di conseguenza, inesorabilmente la nostra esperienza  non poteva  essere narrata , sebbene fosse stato detto più volte che eravamo  stati i primi e gli unici a lavorare veramente come gruppo classe.  Mi addolorava, letteralmente, di essere caduta nella trappola della vacuità. Sull'orlo di una crisi di nervi, appena si è presentata  l’opportunità, ho incitato uno studente ad intervenire con una domanda emersa dalla nostra lettura. Subito dopo l’ho seguito con gli altri, trascinando la collega malcapitata, che se ne stava in serafica attesa che l’evento seguisse il suo corso naturale verso l’esaurimento nel vuoto assordante.

Ecco, volevo interrompere la catena prevista e prevedibile di questo genere di incontri. Volevo trovare “ l’anello che non tiene” ”la maglia rotta nella rete”, quel “varco” che permettesse  di salvarsi dalla “ruspa” spietata della Storia. Volevo anche dire al Galluccio che la poesia se ne impipa  delle tecniche a freddo, compreso il suddetto “correlativo oggettivo”, perché la poesia non rinchiude, ma libera, inventando altri modi e altri mondi.

 Ho raccolto, quindi, tutte le mie forze nel canto leopardiano “Alla primavera o delle favole antiche”, dicendo come sia chiaro lì che il canto ingenuo della nostra unità con la natura è perso per sempre. Da tempo L’alloro non ha la vita di Dafne né il mandorlo quella di Filli. E a Filomela, ormai, non resta che cantare il dolore dell’arido “vero”.  Cerco di dare un’intonazione serena e colloquiale alla mia voce. Ma, alla fine, con disagio, mi accorgo che è stonata.

 Sono questi i tempi in cui l’usignolo deve fuggire al bosco, riparare nell'ombra di fruscianti silenzi. Nei consessi degli uomini ormai si ciancia solo di competizioni e di premi, letterari e non letterari.
Ma  ecco che adesso l’emozione appassionata rischia di tramutarsi in malinconia e in nostalgia, rasentando  l’elegia per il Paradiso perduto. È la ben nota altalena del cuore che palpita in ogni singola cellula della materia. Su e giù. Tra volo e abbattimento. In un impeto vitale che non sa rinunciare agli ameni inganni, alle speranze indimenticabili. E la speranza è affidata alla poesia ispirata dalla libertà, quella poesia  che non tollera recensioni erudite e proclamazioni paludate, ma chiede ascolto attento e disinteressato, e non può abitare le vetrine  allestite per platee rumorose  ed annoiate.
La Poesia non ha pretesti  né pretese,  tanto meno quelle di spiegarci qualcosa, meno che mai la matematica o la fisica. La poesia tenta abissi insondabili, dai quali è irrimediabilmente attratta, ma non si vanta di averli compresi.

 La poesia  è lo sguardo di un attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi.


                                                 

giovedì 7 gennaio 2016

Romola: come un ipertesto


Chi non ha provato lo spaesamento stupito mentre, col fiato sospeso, alza gli occhi dall'epilogo di una storia avvincente? Si sta in limine tra mondi confinanti, come se il corpo fosse alleggerito e alzato in volo dalla fantasia. E si rimane per un bel pezzo in compagnia di fantasmi tutt'a un tratto tornati vivi. 

Ferve la mente affollata di quei fantasmi insieme ai quali ha attraversato i ponti fiorentini di notte e in pieno giorno, all'alba e al tramonto. Corre dalla Signoria al Duomo, sosta davanti al "bel San Giovanni", si precipita in San Marco, dove ferve tra i domenicani l'accesa mente di Gerolamo Savonarola. Sbircia curiosa l'uscio delle botteghe. Eccola quella del barbiere Nello, dove si intrecciano pettegolezzi e giudizi politici. Guarda là, appoggiato allo stipite, quel pensoso osservatore! È nientemeno che Messer Niccolò Machiavelli! E, in via Gualfonda, quella porta, su cui risalta "il pesante martello avvolto in una fasciatura di lana" affinché non sbatacchi sgradevolmente, apre alla casa - bottega dello stravagante e scontroso Piero di Cosimo. Ma ora scappa, mente! Ecco, avanza fragorosamente Dolfo Spini a capo dei Compagnacci. Ripara a San Miniato, su, su, oltre Boboli, sotto al forte del Belvedere! Ma forse anche lì t'inquieti. Chi sarà mai quel vecchio  confuso dagli occhi scintillanti che meditano vendetta? Inoltrati allora in via dei Bardi, sosta davanti a quella austera dimora che custodisce una biblioteca di antichi testi sfiorati amorevolmente da un padre cieco e da lui letti grazie ai grandi occhi nocciola di sua figlia Romola! Scorgi quel bel giovane moro e ricciuto che attraversa la soglia? È uno straniero, greco, destinato a portare scompiglio in quelle sale silenziose, e a destreggiarsi astutamente tra le fazioni fiorentine, riaccesesi dopo che il Magnifico ha chiuso per sempre i suoi occhi. 

La mente fervida di una scrittrice, George Eliot, ha scritto questo romanzo straordinario che si intitola Romola, per dare risalto alla protagonista femminile, nelle vicende della quale sono sparsi sapientemente gli interrogativi sulla complessità della storia e della cultura umanistico-rinascimentale. 

L'opinione più comune annovererebbe quest'opera tra i romanzi storici. E del resto, essa risponde a quei famosi precetti manzoniani che sono "il vero per soggetto, l'interessante per mezzo e l'utile per iscopo". 
Ma potremmo non essere d'accordo. Sarebbe forse meglio collocare Romola tra gli ipertesti. Il romanzo infatti testimonia che la mente umana si accende in maniera reticolare, pur bruciando in una fiamma narrativa principale. Come una lingua di fuoco si sprigiona da uno scintillio, così la narrazione di Mary Anne Evans (vero nome della Eliot) origina da  una conoscenza emozionata della storia di Firenze negli anni che seguirono alla morte di Lorenzo de' Medici.

Naturalmente, l'esperienza cognitiva fornisce alla scrittrice quella banca dati che è alla base del racconto. Ma, come ha dimostrato Italo Calvino nel suo metanarrativo "Castello dei destini incrociati", la banca dati di una storia si struttura in un labirinto, in cui anche le figure storiche, come i tarocchi, sono funzionali ad un intreccio di destini. Questa funzione non intacca, comunque, la veridicità dei personaggi, ma contiene, in nuce, l'interpretazione di un narratore / lettore.

Quel che sembra interessante è la possibilità di navigare all'interno del testo, per scoprire poi che la funzione narrativa ha dato vita alle notizie storiche, inserendole poeticamente nel progetto fantastico. Si potrebbe azzardare che alla Eliot riescano, meglio che allo stesso Manzoni, gli obiettivi narrativi sopra menzionati, al punto che non si saprebbe dire se Gerolamo Savonarola sia un personaggio storico o fantasticato, così come Tito Melema sembra un protagonista reale degli intrighi fiorentini successivi alla cacciata di Piero dei Medici. 
Ma tornando alla questione del genere letterario, a sostegno di una costruzione narrativa emotiva ipertestuale si potrebbe giocare a riscrivere il testo in forma ipertestuale  multimediale, evidenziando i nodi che consentono di percorrere più di un sentiero, geo-storico, artistico, filosofico, letterario. 

Tuttavia in quest'opera indefinibile non manca un topos letterario universale, quello del Locus amoenus, presente quasi alla fine del racconto. Ma qui, questa rappresentazione, paradossalmente, genera una distopia, perché, sullo sfondo di un ameno paesaggio marino, si configurano scene di abbandono e di pestilenza. Eppure, in questo altrove anonimo si compie la trasformazione di Romola e, da qui, succedono la rinascita e il ritorno a Firenze.
All'appassionata ricerca storica dell'autrice, pare ricondurre anche il ritratto fisico della protagonista. I grandi occhi nocciola, le chiome dorate ricadenti in trecce e il volto dolce e grave a un tempo si possono, forse, contemplare in un dipinto di Piero di Cosimo, Santa Maria Maddalena che legge, conservato nella Galleria Nazionale di Palazzo Barberini (http://galleriabarberini.beniculturali.it/index.php?it/141/piero-di-cosimo-santa-maria-maddalena). Non è casuale, quindi, che Romola sia stata educata dal padre, fervente umanista, a leggere e ricopiare i testi classici.

In conclusione, quest'opera poco nota meriterebbe di essere conosciuta per  motivi molteplici. Tralasciando l'evidentissima, nonché scontata, valenza storica, essa si dispiega come un racconto ispirato da una ricerca vissuta e rielaborata da una mente fervida e critica.

Come un volo sull'eterno ritorno delle vicende umane si svolge il proemio, nel quale l'ombra del grande Lorenzo si aggira nella sua città, desiderando "scendere e ascoltare la parlata dei fiorentini". Ma l'autrice la dissuade:
 "i cambiamenti sono tanti e la parlata dei fiorentini ti sarebbe incomprensibile come un indovinello. ... Queste cose non sono cambiate. Il sole e l'ombra portano, come allora, le loro bellezze e fanno risuonare nei cuori le stesse corde al mattino, a mezzogiorno e alla sera; i bambini sono ancora il simbolo delle eterne nozze fra amore e dovere; e gli uomini non hanno smesso di desiderare il regno della pace e della giustizia, di pensare che la vita più nobile sia quella che si sacrifica spontaneamente - visto che il Pastore Angelico non è ancora arrivato".

domenica 22 novembre 2015

Molly e le altre. Incontri al femminile in “Mogli e figlie” di E. Gaskell

Ti assomigliano tutte. Cynthia inquieta. Molly pensosa. Ma anche la volubile e distratta Hyacinth. Non ti è estranea la ruvida delicatezza di Lady Harrieth e neppure la sua anfitrionica madre, Lady Cumnor. A momenti, seduta nel salottino ovattato a versare tè bollente nelle chicchere, sei entrambe le signorine Browning, la granitica Sally e la mansueta Phoebe. E persino la discreta presenza della defunta madre di Molly, o quella fragile e fuggevole di Mrs. Hamley ti attraversano. Tuttavia, ammettilo, vuoi essere Molly Gibson, perché Molly Gibson le comprende tutte, e riesce a dominarle nella sua vasta interiorità.

Eppure Cynthia è la seduzione. Dovunque appare, il mondo le gira intorno. È amabile oltre che splendente. E lei gode di essere ammirata e di piacere. Non insegue la felicità, ma il gradimento. Amabile, amata, ma non amante, Cynthia è un'infelice consapevole, lo sai bene. È prigioniera del suo voler piacere a tutti i costi. Morto il padre, si è modellata nella solitudine affettiva, tenuta a distanza dalla madre frivola ed ambiziosa, sospesa in un'esistenza dominata dalla menzogna, incapace di comprendere la vita.

Ma che senso ha la vita? Se non quello del pathos, tutto dello spirito, che ti relega nella solitudine e ti riempie del desiderio di diffondere amore, senza sentimentalismi e facili consensi, accogliendo il mondo buono e quello cattivo, fino a risentirne nella carne? La vita solitaria, anche nel salotto più affollato, è una sensibilità discreta che riesce a comprendere in silenzio tutte le passioni degli straordinari drammi ordinari.

Con questa discrezione lo sguardo innocente di Molly Gibson si posa sul mondo e si educa a celare il dolore, ad amare senza corrispondenza. Si espone noncurante al pettegolezzo delle comari di Hollingford per amore di Cynthia, come può fare solo l'autentica femminilità che ama con libera coscienza. Gli occhi di Molly si sono esercitati a guardare i fiori. Lo spettacolo della natura e dei giardini la ristora. È sua consuetudine contemplare il giardino dal bovindo, in un ritiro luminoso e profumato da cui lo spirito torna rinvigorito. Il bovindo è aperto su un mondo ben più vasto di quello affollato e frastornante nel quale Cynthia sperimenta il suo fascino e si appaga del gradimento che riscuote, nel desiderio vano di scaldare il cuore.

Eppure se non ci fosse Cynthia, Molly non sarebbe. L'una dà modo di essere all'altra. Si specchiano l'una nell'altra.
Ti sembra mirabilmente fatale che il romanzo non sia concluso e che si interrompa proprio quando Cynthia esce di scena per entrare definitivamente nella mondanità, mentre Molly, convalescente, resta a casa.

Nei tuoi occhi è impresso il bovindo a suggello della storia: quel bovindo da cui lo sguardo di Molly si protende, appagato dall'attesa felicità. 


sabato 16 maggio 2015

Risposta alla lettera inviata agli insegnanti dal Presidente Matteo Renzi

Caro Presidente Matteo Renzi,
innanzitutto La ringrazio per La Sua volontà di comunicazione e per la tenacia che mette nel Suo “fare”. In questa Italia bloccata da coloro che desiderano mantenere i privilegi a tutti i costi c'è bisogno di azione politica, pur incorrendo in errori.
-“Solo chi non fa non sbaglia”, professoressa!”- mi diceva un Preside, ora in pensione, che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia carriera, quando andavo a raccontargli di quello che sperimentavo per insegnare la lingua e la letteratura latina. Gli errori in effetti sono propri degli uomini erranti sulla terra, alla ricerca di un barlume di verità. E per questo non si può e non si deve mai smettere di cercare il confronto, di guardarsi con gli occhi dell'altro, senza paura e senza mortificazioni, perché l'errore è nel cammino stesso della conoscenza, come ci dicono i Grandi della nostra tradizione letteraria, primo fra tutti il Sommo Dante. La ricchezza della nostra ricerca consiste nel viaggio più che in “Itaca”, ci ha suggerito più recentemente Konstantinos Kavàfis.

Perciò, Presidente, io non ho paura della valutazione. Né della riduzione dei giorni di vacanza e, in fondo, non mi interessa la meritocrazia per un aumento di stipendio. il sacrificio come amore per la vita è segnato nel mio cammino. Del resto, ahimè, alla mia età non c'è da temere nient'altro che gli acciacchi della vecchiaia. Eppure, nonostante gli anni, amo questo mio lavoro sempre di più, perché amo i giovani che mi vengono ogni anno affidati e che mi permettono di continuare a scoprire le meraviglie della creatura umana e di capire un po' meglio me stessa attraverso il dialogo con loro, un dialogo mediato dalle materie che insegno e che ugualmente amo, perché anch'esse sono testi umani, fonte di scoperta e di conoscenza dell'universo interiore e di quello finito e infinito che ci circonda.

A questo punto interviene la difficoltà di raccontarle, succintamente, quanto danno hanno arrecato alla scuola le ultime cosiddette Riforme, innanzitutto quella di Luigi Berlinguer, sostenuta da quei Sindacati che oggi, non capisco perché, ostacolano la Sua, che, stando alla presenza dello stesso Berlinguer all'evento di presentazione della Buonascuola e alle dichiarazioni più volte espresse dagli esponenti del Miur, è la naturale prosecuzione di quella riforma.
Di quella Riforma, come della Sua, disapprovo l'introduzione e la conferma dell'Autonomia. Delle altre, soprattutto di quella del Ministro Gelmini, preferisco non parlare, potrei scivolare nel turpiloquio.

Dacché esistono l'Autonomia scolastica e il P.O.F. nella scuola è intervenuto il disastro. L'organizzazione delle attività è stata tutta spostata sul profitto, ovvero su come gestire il cosiddetto budget d'istituto, invertendo il processo naturale della programmazione educativo-didattica. Non solo. Di anno in anno, una molteplicità di interessi di vario genere ha inficiato l'attività didattica. Una marea di progetti ha distolto gli studenti dallo studio delle materie, e quindi da una buona formazione delle competenze logico-linguistiche, proprio quelle stesse competenze che si pretende di verificare con i test INVALSI. Se lei prendesse visione del diario di quest'anno scolastico, ormai prossimo alla fine, si renderebbe conto di quante ore di lezione mi sono state rubate da svariate attività extracurricolari.
Ora io le voglio chiedere:
  1. Un progetto che voglia indurre a riflettere sulla legalità è insito, tanto per fare qualche esempio, nella lettura dell'opera di Cesare Beccaria o di suo nipote Alessandro Manzoni?
  2. L'ecologia e, per esempio, la questione della “terra dei fuochi”, sulla quale tanto si ciancia anche per andare in “vetrina”, non è presente anche in alcune odi di Parini e nei contenuti del programma di scienze?
  3. Le tragiche vicende dei naufraghi, dei richiedenti asilo, dei vinti non sono vive e strazianti nei grandi testi della letteratura mondiale, da Omero fino a Khaled Hosseini?
  4. Il dibattito sulla conoscenza continua, sull'unità del sapere, sulla civiltà e il progresso non è scritto a lettere di fuoco nel De rerum natura di Lucrezio?
  5. E i drammi del cuore umano non sono rappresentati nell'immortale Teatro Greco e cantati nella lirica classica?
  6. E l'esempio di un' eloquenza bella e schietta (O tosco che per la città del foco vivo t'en vai così parlando onesto...) non è diffuso nella grande oratoria classica, nella poesia, e nella saggistica della letteratura?
  7. E la questione della verità in fuga e baluginante nel panorama interculturale del mondo globalizzato non la si coglie studiando le scoperte della fisica moderna?
Potrei continuare per pagine e pagine per dimostrarle che nello studio delle materie c'è la possibilità di fare esperienza della vita e del mondo.

Tutta questa ricchezza l'Autonomia l'ha dissipata. Ancora, per fare un esempio concreto, per andare a vedere il film di Martone gli alunni della quinta classe hanno perso un'intera mattinata di lezione, nonostante ci fosse la possibilità di assistere allo spettacolo, di pomeriggio, in tutti i cinema del circondario. Ma la figura strumentale addetta al P.O.F. così aveva decretato. Malignamente penso a chi ci ha guadagnato. Si trattano dei diciottenni come degli incapaci di scelte culturali e poi si proclama la centralità dello studente! E, in sordina, si ritengono gli insegnanti ignoranti e inadeguati, fermi al “pessimismo” del poeta di Recanati e insensibili al quel pensiero lucido e progressivo raccontato nelle Operette Morali e dolorosamente dipinto nelle ultime poesie, Il tramonto della luna e La ginestra. “Ahimè, gli uomini hanno amato le tenebre piuttosto che la luce!” E il rafforzamento dei poteri del Preside e delle figure del suo staff renderà ancor più tenebrosa l'Autonomia.

Non prenda, Presidente, queste mie parole come il lamento di una prof frustrata. Le legga piuttosto come l'elegia civile di una donna che spera che il meglio deve ( e può) ancora venire.
Per questo, La prego di rivedere il punto dell'Autonomia. È quello che mi preoccupa di più. Di fatto il progetto formativo è diluito e disperso in rivoli aridi, che si seccano e non arriveranno al mare, a quell'orizzonte che schiude le possibilità infinite del pensiero.

Inoltre, se vogliamo menzionare anche la questione della valutazione, credo che essa debba puntare sulla esperienza cognitiva e metacognitiva dei docenti, a partire dalla competenza disciplinare e dalla capacità di darle un senso nella relazione educativa. È difficile, lo so. Ma in qualche modo lungo il cammino accadrà la luce. In questo senso credo che vadano formulate le regole per i concorsi che in futuro regaleranno fresche forze alla scuola. C'è molta strada da fare, ma non abbia troppa fretta, Presidente! Soprattutto La esorto a non sottomettere la scuola alla crisi occupazionale, se Lei autenticamente ritiene che una buona scuola inventerà l'Italia buona e bella che c'è ma è celata, sopraffatta dal chiasso dei “gufi” ;).

Approvo, naturalmente, l'incentivazione da spendere in beni culturali e sostengo fortemente l'iniziativa per l'autoformazione permanente. Al riguardo posso dirle che negli anni passati, grazie alla freschezza culturale e all'intelligenza di un collega, abbiamo inventato un'attività di questo tipo, non remunerata da nient'altro che dalla nostra soddisfazione. Eravamo una decina di insegnanti sì e no. Avevamo dato ai nostri incontri il titolo di “caffè pedagogico”. E si partecipava solo per il piacere di studiare e discutere. Niente vetrina, niente soldi. Ora non si fa più. La maggior parte dei partecipanti è andata in pensione. I giovani non hanno tempo. Sono proni alle scelte del P.O.F.
Che ne pensa, Presidente? Spero di ricevere una sua considerazione, anche se volesse rottamarmi ;). 

In attesa, La saluto cordialmente,
Giuseppina Imperato








domenica 15 febbraio 2015

Alcesti: il dono e l'ospitalità


Misterioso è l'affiorare di un ricordo, come il formarsi dei sogni. Un turbamento all'origine di entrambi, conscio o inconscio, smuove l'opacità del quotidiano, la fruga, e fuga nebbie stratificate. Meraviglia e dolore scuotono la normalità.
Così è affiorata Alcesti, eroina dimenticata, tenera e coraggiosa in attesa della morte, Tànato, che vanta con Apollo il tocco funesto della sua spada e gode della gloria di rapire una giovane vita.

Qualcuno, forse, si chiederà chi sia Alcesti. Alcesti è la moglie di Admeto, il re di Fere, in Tessaglia. La sua storia fu messa in tragedia da Euripide.
Quando il destino di morte fu decretato per Admeto, Apollo ottenne che qualcuno potesse offrirsi al suo posto. Ma nessuno accettò questo sacrificio, nemmeno i genitori dello sfortunato re. Solo la sposa Alcesti donò la sua vita per la salvezza di Admeto.

La tragedia mette in scena il culmine della sventura abbattutasi sulla casa di Admeto. Dopo il suo ingresso nell'orchestra, il coro commenta il dolore e piange la regina sposa e madre. Ci attraversa il cuore una frase - Quando sui buoni piomba la sciagura, triste divien chi buono è per natura – perché ci fa pensare a come il dolore si espanda dall'individuo alla comunità, quando ancora il sentimento della morte non sia stato rimosso e fugato da un voler ignorare a tutti costi il destino dell'uomo.
Lo stesso Admeto, del resto, accetta il sacrificio della sposa. E giustamente il re Ferete, incolpato dal figlio come responsabile del sacrificio di Alcesti, perché, nonostante la tarda età, ha avuto paura di morire al suo posto, gli rinfaccia che lui stesso ha avuto orrore della morte.
Nel dialogo tra padre e figlio si manifesta il pensiero del buon senso comune, e cioè che la vita è cara più d'ogni altro bene e che nessuno vuole perderla neppure chi è vecchio e cosciente del tempo esiguo che gli rimane. Il logico buon senso fa dire a Ferete - La luce t'è cara. Pensi che al tuo padre cara non sia? Della mia vita, certo, poco mi resta; e il poco è pur dolce: ben lunghi giorni sotterra passerò: ma tu, tu combattesti svergognatamente, per non morire; e vivi; e sei sfuggito al tuo destino, e uccisa hai la tua sposa.-

La sposa Alcesti mentre sente che lo spirito vitale l'abbandona è soprattutto la madre che, smarrita, saluta le sue creature scongiurando gli dei di allontanare da loro un triste destino. La fragile e generosa Alcesti non è per niente plateale, è un'eroina dimessa e casalinga, osa appena appena implorare Admeto di non dare ai suoi figli una matrigna. Lei che muore anzi tempo per amore sa bene che il tempo guarisce le perdite e che Admeto si consolerà prima o poi della vedovanza. 
La storia si svolge nella casa di un re, ma la grandezza di Euripide è in quel suo rappresentare la tragedia della normalità smorzando i toni e sfatando i miti.

Ma cosa c'è di più eroico di un dono così grande offerto nel silenzio domestico? Questa eccezionale dimensione la comprende bene Eracle che viene ospitato da Admeto proprio nel momento in cui si compiono i funerali di Alcesti. L'eroe non sa quale lutto abbia colpito il re di Fère, ma, conosciuta la verità, scende nell'ade e combatte con Tànato fino a che non gli strappa Alcesti e la riconduce alla vita. 
La tragedia termina con l'incredulo Admeto che si vede consegnare dal figlio di Zeus una sconosciuta da ospitare. Quella sconosciuta che tace misteriosa innanzi a lui è la sua sposa. Ad Alcesti, dice Ercole, non è concesso udire le voci di chi l'ama “se pria non venga purificata dagli influssi inferni, e giunga il terzo giorno”
Il dramma si chiude con l'espressione di giubilo di Admeto che esclama la sua felicità, mentre noi ci sorprendiamo a meditare sulla bellezza e la verità del senso di questa storia: il dono della vita e il dono dell'ospitalità sono più forti della morte.



lunedì 1 dicembre 2014

Ritratti in memoria



Solo un mese e anche il duemilaquattordici sarà passato. Negli archivi si accumulano i documenti a disposizione di chi scriverà la Storia. Trascorrono in attimi i secoli e si addensano, frantumati, negli eventi che sembrano i più importanti. Le immagini fermate non sempre le riconosciamo come nostre. Per noi che ancora ci siamo, è presente e vivo il passato che custodiamo attuale alla memoria. 
Nel silenzio di quest'autunno indolente, mentre pare che le foglie non vogliano cedere e abbandonare il ramo, si incidono, presenti e vivi, i volti di coloro che sono fuggiti via, oltre, e fuori dalla corsa affannata dell'anno, e  hanno tagliato il traguardo, vincendo sul tempo.

Tonino

Moro, irridente e sensuale, come un pescatore amalfitano modellato dalle onde, volgevi alle cose della terra lo sguardo ammiccante, come il guizzo di luce che tante volte avevi contemplato sul mare splendido e beffardo, palpitante e malinconico. Lasciasti la torre angioina, quasi generata dalle stesse rocce a guardia del mare, per approdare sulla rena lavica di un'altra città marinara, un'altra Torre, dalla quale spiavi un altro orizzonte. Proprio come Ntoni Malavoglia, avevi salutato un pugno di case biancheggianti nel riverbero azzurro di cielo e mare, perché volevi un'altra vita. E l'avesti. Ma sapesti mantenere l'antica saggezza nella nuova avventura. Hai seminato semi buoni. Ora sei tornato alla salda torre angioina, in quell'incredibile azzurro, sorridente pulviscolo disperso nell'etere, diffuso nel mare.

Luigi

Mi telefonavi all'improvviso e rallegravi i miei difficili vent'anni coi tuoi inviti generosi che hanno scavato nella mia vita il meglio di quella che sono.
-Stasera io e mia moglie ti portiamo al cinema, svelta, preparati. Si va al No, una sala d'essai. Poi ci faremo una pizza in Piazza Bellini -.
E così, si stellava, imprevedibilmente, una sera caliginosa della mia verde età.
L'emozione mi vela le pupille nel dirti la mia gratitudine, Amico mio. M'hai amata come la figlia che desideravi, o come una sorellina che non avevi. Mi insegnasti il bello, tracciando linee sul tavolo da disegno dello studio. Mi conforta tuttora il ricordo dei libri multicolori posati tra gli scaffali bianchi di quella libreria che m'innamorò e che reinventasti per me, quando andai sposa.
Quante volte, nella risata che ti scuoteva nervosamente le gambe accavallate sulla poltrona catalana accanto al fuoco, ho sentito la tua paura della vecchiaia e della morte!
Quarant'anni fa, appena ieri... adesso!
La mia semplicità ti dava gioia. A questo pensiero si addolcisce il rimpianto, mentre mi sembra di riascoltare, insieme a te, lo scorrere maestoso della Moldava o l'incrociarsi frenetico delle Danze Ungheresi, come eravamo soliti fare in quel tempo che per me non sarà mai passato.
Ti so, comunque, placato. Ti vegliano ora le argentee chiome degli amati olivi, ondeggianti su quelle colline che ancora riecheggiano la storia di Carlo Pisacane, la stessa vicenda che – te ne ricordi, Luigi? - mi portasti a vedere al cinema No, quella sera di tanti anni fa.

Natale

Una mezzaluna crescente illumina l'ultima notte di questo novembre. Aspettiamo il Natale.
Che strano il ritorno del tempo andato, mentre l'anno declina!
Altri autunni si accendono nella memoria. Quelli vissuti nei collettivi di partito negli anni Settanta. Le sezioni con le pareti tappezzate di manifesti: le bandiere rosse con la falce e il martello, il Quarto Stato, i ritratti di Gramsci e del Che. La luce giallognola era calda come i progetti e le speranze.

E tu, compagno Natale, nel sorriso buono parlavi di quelle speranze. 
Mi comprendesti nella mia ingenua partecipazione, e mi volesti subito bene. Io lo sentii e tu capisti che mi fidavo del compagno alto e dinoccolato, dai gesti pacati, intento ad osservare un'ardente compagna sconosciuta. Quando mi incontravi per strada ti fermavi a parlarmi, schivo e dolce, ma non sapevi celare il piacere di vedermi. 
Di questo tuo affetto discreto ti sono grata, anche oggi, compagno Natale!