giovedì 8 marzo 2018

Il filo nascosto


Vorrei provare a raccontarvi la mia esperienza del film “Il filo nascosto” attualmente visibile nei cinema italiani. Riguardo alla regia, al cast etc... è tutto consultabile online. Di recensioni ne leggerete in abbondanza, se vorrete. Io non ne ho letta manco una.
Da dove comincio? Ecco sì, dall'attrazione esercitata su di me dalla visione casuale del trailer qualche mese fa. Una sartoria sfarzosa, un elegante sarto, e l'atmosfera rétro di un atelier con tante cucitrici industriose. E rutilanti stoffe pregiate d'altri tempi. E poi quel titolo misterioso, così carico di simboli! - lo vedrò – mi dissi. E così è stato.

Sono arrivata in sala mentre il film iniziava. Nel buio pesto, a tentoni, ho cercato il mio posto avanzando con cautela per non ruzzolare giù per le scale, indispettita, perché mi stavo perdendo la prima scena.
Eccomi finalmente seduta in un salottino inglese al tavolo imbandito per la colazione tra chicchere d'argento e di porcellana, davanti a un signore che rifiuta dolci succulenti, rivolgendosi con modi sgarbati alla bella giovane donna che glieli ha offerti, e che ora non si vergogna di mostrare i lucciconi nei suoi occhi imbambolati sotto lo sguardo vigile e imperturbabile di un'altra donna che assiste alla scena, la sorella dello schizzinoso protagonista.
Velocemente la telecamera si sposta sulla fuga verso la vecchia casa dell'infanzia e sulla sosta in un motel ristorante in cui accade l'incontro fatale con un'altra donna: una cameriera conturbante nel suo spartano abbigliamento nonché nella sua bellezza senza eccessi, a parte le labbra, che si schiudono o si stropicciano, mentre appunta diligentemente tutte le pietanze richieste dall'avventore, quasi come un invito a pregustarle, pietanze e labbra. Ed è subito relazione. Il tramite è il cibo. E il primo appuntamento, è fissato ad una cena nel corso della quale dita e labbra si intingono voluttuosamente, e si tingono, in una salsa scarlatta. E poi via in una soffitta a progettare un abito. Un canovaccio modello è indossato da Alma (questo è il suggestivo nome della protagonista), subito diventata modella ideale.

Ma dove mi trovo? Al cinema o a sfogliare le illustrazioni di un libro di fiabe infantili?
La stanza affollata nell'ombra  da vecchi bauli, i broccati e i velluti, tutto sa della scenografia per una fiaba seicentesca. E del resto, anche l'atelier, nella realtà situato negli anni cinquanta del novecento, ha sapore di fiaba. L'insieme delle abili cucitrici, linde e solerti, mi ha fatto pensare alle tante aiutanti sparse nei racconti di fate.

E per la verità l'ordito è proprio quello di una fiaba. Nell'ordito misterioso si intrecciano mille fili. Dove sarà quello nascosto? E chi può dirlo? A me le fiabe piacevano e piacciono proprio per questo. Non svelano niente eppure rivelano tutto, nell'ombra però. Infatti, appena tenti di spiegarle, l'incanto svanisce. Esci dalla fiaba e ti imbatti nei critici, o, peggio ancora, negli psicologi.
È divertente, invece irritarsi per il maniacale estetismo di Reynolds, che come tutti gli esteti è un annoiato bambino, o sentire l'ambiguità magica della protagonista, ora donna reale e determinata, ora strega sapiente che si inoltra nel bosco col paniere sotto braccio in cerca di piante per vivande fiabesche, velenose ma non troppo. E la cucina – antro e il tegame al fuoco in cui sfrigolano saporitamente nel burro gli aromi profumati del bosco immersi e miscelati sapientemente, come gli ingredienti nel paiolo di una strega. Come le mele di Biancaneve che nascondono la più bella e succosa, quella mela che avvelena, ma non è letale. E mi hanno incantata gli abiti, sontuosi fino all'inverosimile, sostenuti da tutorial segreti, che sollevino i fianchi o i seni delle clienti, tutte di alto lignaggio, tranne una, che viene indecorosamente spogliata, perché una viziosa riccona è indegna di un abito tanto bello.

Sono davvero infiniti i fili nascosti nelle fiabe. Ma è rilevante il fatto che in tutte le storie ricorrano la fame e il cibo, l'abito cencioso e la veste regale. Come in questa favola filmica, nella cui trama ogni spettatore saprà riconoscere il suo filo nascosto, e soprattutto ogni spettatrice potrà interrogarsi sull'ambiguità sempre viva degli stereotipi fata/strega, madre/matrigna. E potrà sorriderne.

domenica 31 dicembre 2017

La statuetta, il vassoio e la fiaba

L'ultimo giorno dell'anno è carico di bilanci e di aspettative. Si fa una cernita degli eventi e, perlopiù, si scartano tutti i momenti brutti e dolorosi e si conservano i successi e tutto ciò che ci è parso bello, nella speranza che il nuovo anno sia colmo solo di felicità. Ed è giusto che sia così.

Ma io nelle ultime ore di quest'anno ho negli occhi e nel cuore tre oggetti che porterò con me per l'avvenire: una statuetta di Maria con le mani aperte e teneramente protese; un vecchio vassoio ovale d'acciaio; e, infine una fiaba dei fratelli Grimm, “Fratellino e sorellina".

Questi tre oggetti sono un filo rosso nella mia vita.
Il primo e il secondo provengono dalla mia casa di ragazza, una casa di campagna alle falde del Vesuvio dalla quale lo sguardo può abbracciare l'intero golfo di Napoli e le sue isole, o perdersi oltre l'orizzonte, tra mare e cielo.
Il terzo è custodito nel cuore, nei ritmi dell'infanzia, il tempo in cui si ignora il confine tra il reale e il fiabesco.

Ma questi tre oggetti rappresentano soprattutto il legame con mio fratello, il quale teneramente ha salvato dalle rovine del tempo sia la statuetta che il vassoio, e me li ha lasciati in preziosa eredità.
In questa eredità, infatti, c'è il valore inestimabile della speranza nell'accoglienza e nell'ospitalità. La statua e il vassoio testimoniano che da una perdita indicibilmente dolorosa sono germogliati due segni di amore. 
Mi sembra, quindi, che questi due oggetti dicano che niente va scartato dalla nostra vita, né  dall'anno che sta per finire. Neanche il dolore.
Sicché, per il nuovo anno mi immagino braccia protese a sorreggere vassoi colmi di tenerezza per gli ospiti.

Infine, ritorno alla lettura della fiaba, nella quale, come in tutte le fiabe, c'è  qualcosa di vero, sebbene nella realtà non sempre le sorelle riescano a salvare il capriolo dalle insidie del bosco.
Lo svolgersi della vita nel tempo è difatti disegnato nei limiti della fragilità umana. Per questo, auguriamoci che, nell'anno che verrà, la prima amorevole accoglienza, il primo dono ospitale siano offerti alla nostra fragile umanità.



domenica 11 dicembre 2016

Elogio della “frivolezza”

Due giovani sorridenti l'altro giorno sono venuti ad installarmi un televisore nuovo che, malgrado me, ora trionfa sul ripiano marmoreo del mio mobile prediletto, dopo aver spodestato le gloriose ceramiche di Faenza e di San Lorenzello.
Mentre erano all'opera si chiacchierava di lavoro. “Ma lei ancora non è ancora in pensione?” mi ha chiesto, quasi stupito, uno dei due giovanotti. - Siamo alle solite - ho pensato, e mi sono limitata a rispondere di no. Ovviamente da lì il discorso è scivolato sul futuro delle pensioni e dei giovani, col prevedibile tono catastrofico. 
Per un po' sono stata zitta, anche perché la pensione come traguardo agognato della vita e del lavoro non m'ha mai attratta, come del resto non m'ha mai solleticata l'ansia di una meta da raggiungere. Godo di scivolare inconsapevole nel tempo. Anche da giovane non capivo quelli che cominciavano a lavorare calcolando gli anni che li separavano dalla pensione. Ma si sa che a questo mondo ci sono gli incoscienti, e io ne faccio parte. 
Tuttavia, l'altro giorno, non ho potuto fare a meno di correggere quelle predizioni apocalittiche sul futuro e, “via - sono intervenuta – non sbagliano anche i meteorologi nelle previsioni del tempo? E allora perché chiudere l'orizzonte al futuro? I due ragazzi sono scoppiati a ridere, e mi hanno guardato con evidente simpatia, mentre io sospiravo tra me - “avessi la vostra età! - Me ne fregherei di tutte le “Fornero” di questo mondo”. E, difatti, me ne frego. Frivola e incosciente, mi voglio divertire, a modo mio. 
La frivolezza, tanto vituperata, è lieve in se stessa. La frivolezza è leggera, frufrù, un frullo di volo. Dove? Nel “vano”, dentro e fuori di noi. Nel “vano” dentro la materia del mondo.
Il bello consiste proprio in questo: la materia è piena di leggerezza, come la vanità di un “fiocco di neve di Helge von Koch”. Il fiocco di neve è “l'isola” che ha “una figura geometrica finita con un perimetro infinito” (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
La materia è piena di infinito come dimostra l'introduzione di un concetto nuovo nella geometria, “la dimensione frattale” di Benoit Mandelbrot, al quale dobbiamo l'oggetto più complesso della matematica (e secondo molti anche il più bello!). Estremamente complesso (infinitamente complesso), ma anche semplice: generato da un meccanismo iterativo di disarmante semplicità” (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
Stando ai frattali di Mandelbrot, se noi segmentassimo il tratto di una costa, per esempio della Gran Bretagna, i segmenti conterrebbero una infinità di numeri, ovvero di segmenti. Tuttavia la loro somma ci restituirebbe il perimetro finito dell'isola (finalmente mi si spiega il famoso paradosso di Zenone e anche la sua aporia!).
Nel caos indistinto e infinito emerge la forma, come dal fondo caotico del nostro cervello si auto-organizzano pensieri, sensazioni, ricordi. L'ordine emerge dal caos, ma sul crinale di confine, “si trova un massimo di potenziale creativo” imprevedibile (Shantena Augusto Sabbadini, Pellegrinaggi verso il vuoto).
Se è così, e mi piace che così sia, mi affido a questo “potenziale creativo” con un frullo d'ali...“e lasciatemi divertire”!


mercoledì 30 novembre 2016

Quo usque tandem?

Ieri sera Il conduttore di talk show Giovanni Floris è stato accolto a Palazzo Madama dal Presidente del Senato Pietro Grasso. L'incontro aveva lo scopo, almeno in apparenza, di simulare una visita guidata nell'aula dove attualmente si riunisce la Camera dei Senatori. 
A fare da guida era lo stesso Presidente Grasso il quale, con impeccabile cortesia, ha fatto strada al giornalista fino alla sala dove è conservato l'affresco di Cesare Maccari che ritrae Cicerone mentre pronuncia la prima orazione contro Catilina, accusandolo di preparare la rovina della Repubblica. Con affabilità il Presidente cicerone ha spiegato che in quel dipinto Cicerone si scaglia contro Catilina accusandolo di corruzione come governatore della Sicilia. 
 Non me ne vogliano “i miei venticinque lettori” accusandomi di proterva pedanteria, ma a me si è accapponata la pelle, e non solo per l'errore storico e letterario. Mi ha lasciata di stucco la negligente superficialità dell'illustre guida. Una confusione, una dimenticanza sono umane e scusabili. Diventano però imperdonabili se a commetterle è l'attuale custode della Presidenza del Senato della Repubblica Italiana, abituale frequentatore di quella sala, il quale, sua sponte, si era sobbarcato il compito di illustrare le sale di Palazzo Madama e i suoi tesori non solo al giornalista ma anche al pubblico italiano che si trovava ad assistere in quel momento al programma televisivo. 
Chiederemmo forse troppo a un erede del grande Tullio, sia nella funzione di magistrato che in quella politica, se lo pregassimo di ripassare la storia dei documenti che intende spiegare? Ammesso che, per chi ricopre la carica di Presidente del Senato, sia plausibile ignorare una vicenda così drammatica della storia della Res Publica romana, e di stravolgere il contenuto della prima delle Catilinarie.
Ma si sa che oggi, nella cosiddetta “società della conoscenza”, la conoscenza è un trascurabile dettaglio. Quel che conta è la faccia tosta e un bel sorriso spiaccicato sulle labbra. E si raccomandano braccia protese a stringere mani e pacche sulle spalle a simulare amicizia. E che l'orazione sia concitata, più che dotata di “concinnitas”.
 Che male c'è, suvvia, se poi si confonde l'eversore Catilina con il corrotto Verre, tanto più di questi tempi in cui tutto va buttato in corruzione? 
 Del resto, ce lo disse pure Sallustio che Catlina era stato il frutto dei “corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia vexabant (costumi corrotti della città alimentati da due mali terribili e tra loro opposti, la lussuria e l'avidità)”.

giovedì 26 maggio 2016

Critica, filologia, ermeneutica


Nel tempo della comunicazione complessa e dell’esplosione del mercato editoriale si impone la riflessione sulla tipologia degli strumenti di cui bisogna dotarsi per accostarsi  con libero pensiero ai testi scritti. La palestra della lettura interpretativa dovrebbe avere, a mio avviso, nella scuola la sua sede privilegiata. E del resto fin dagli anni settanta, quando si è diffuso lo Strutturalismo, la centralità del testo  si è imposta prepotentemente, anche se le tecniche di analisi hanno finito col soverchiarlo generando, talvolta, il suo annichilimento. Tuttavia, questa fase storica ha avuto il merito di aver mandato in secondo piano quell'approccio mediato eccessivamente dalla critica letteraria, altrettanto soverchiante perché orientava o, se si vuole, disorientava il lettore. Si ricordino, in proposito, le stroncature di Benedetto Croce alla Divina Commedia, in particolare al Paradiso. Secondo il filosofo, infatti, l’opera dantesca non sarebbe sempre poesia perché, a suo giudizio, la “intuizione lirica”sarebbe inficiata dal pensiero razionale. Di parere opposto fu Giovanni Getto che, parlando della Commedia, coniò l’espressione “poesia dell’intelligenza”.
Ci si chiede qui, dunque, quale sia il modo migliore per accostarsi ad un testo, nello specifico a quello letterario, soprattutto da parte dei giovani studenti. Va da sé che la lettura di prima mano è importantissima. E naturalmente ci si aspetta che qualcuno ribatta che una lettura complessa non possa essere gustata senza una mediazione che faccia da guida. In merito, sarebbe auspicabile che il maestro, almeno adeguatamente sapiente ed esperto, fungesse da guida, a partire da una lettura ad alta voce in grado di restituire vita alla parola silente, rendendo presente l’altro, l’autore, con il quale così si incomincia ad interloquire, ponendogli le domande che egli ci sollecita. Tale  "presunzione", nel senso positivo di “prendere prima”, dovrebbe poggiare su una scienza artistica da riportare in auge e da insegnare il più diffusamente possibile. Quest’arte è la filologia, cioè la scienza del testo.
 La filologia, infatti, è sorta proprio con l’intento di salvare il testo scritto dalle corruzioni di trascrizioni errate e di glosse o interpretazioni fuorvianti, laddove il copista o il glossatore pensavano di migliorare o, addirittura, di correggere l’autografo. È rilevante il fatto che nella tradizione manoscritta quanto più il copista era colto, tanto più il rischio per la corruzione del testo era alto. Il compito del filologo, quindi, è quello di lavorare ad edizioni critiche per quanto possibile vicinissime al testo originale. 
Dunque, i testi proposti alla lettura dovrebbero essere accompagnati da note scarne ed essenziali circa i livelli morfosintattici e lessicali, senza essere sovraccaricati da commenti verbosi o, peggio ancora, da pezzi di critica letteraria ideologizzati e ideologizzanti. Tutt'al più, in un secondo momento, l’attenzione oggettiva, cioè filologica, al testo potrebbe stimolare la conoscenza di letture moltiplicate secondo ottiche diverse del testo stesso. Pertanto, sembra auspicabile che nell'ambito dell’educazione linguistico - letteraria si riconsideri la validità formativa multidisciplinare di un approccio filologico al testo. Questa metodologia agevolerebbe la cultura dell’ascolto e dell’attenzione all'altro ed anche la presa di coscienza della complessità della comunicazione verbale, propria ed altrui.
In un secondo momento sarebbe importante iniziarsi all'arte dell’ermeneutica, cioè dell’interpretazione del testo, sondandolo nella profondità polisemica. Questo esercizio  sollecita ed educa l’emotività oltre all'intelletto, affinando la sensibilità e l’ empatia.
Filologia ed ermeneutica sono complementari ed essenziali per l’educazione all’humanitas. Le due arti sono, infatti, scevre da quella autoreferenzialità compiaciuta di tanta critica letteraria che sfocia nell'inciucio, benevolo o malevolo che sia.  E per di più capita che, talvolta, le critiche si affastellino l’una sull’altra, fino a sopprimere del tutto l’opera oggetto della critica. In proposito ricordo il racconto  di un critico, del quale ho dimenticato il nome, che, non avendo mai letto l’opera di Zola, stancatosi di rispondere genericamente alle domande dei presenti alle sue conferenze, si decise un bel giorno ad affrontare la lettura del ciclo dei Rougon Macquart. Dopo aver vissuto l’esperienza, quel critico conobbe veramente Zola e, finalmente, fu felice di raccontarlo agli altri.

giovedì 19 maggio 2016

Un signore insigne dalla parte degli sventurati

“Reagan, Reagan, vieni a pescare con noi ci manca il verme!”
 Irridente e multicolore il corteo della marcia per la pace scandiva allegro e convinto questo slogan “maleducato” tanti anni fa, quando ancora, essendo l’Unione Sovietica contrapposta agli USA, era accesa la Guerra Fredda e vigeva minacciosa la corsa agli armamenti.
Era il 1981, entro qualche mese  Michail Sergeevič Gorbačëv sarebbe salito sul palcoscenico della Storia, la quale, in meno d’un decennio, avrebbe scritto  la pagina della caduta del Muro di Berlino. Karol Woitila, ai primi anni del suo pontificato, aveva da poco subito il grave attentato proprio mentre nella sua Polonia Lech Wałęsa trionfava con Solidarność.

Allora, ero tornata da poco da un' odissea nel mare greco. E quel giorno calzavo sandali francescani impolverati della sacra terra dell’acropoli. Che tempi fervidi, indimenticabili! Mi beavo del vociare allegro e impavido di quella marea di gente gioiosa mentre si cominciava il cammino festoso. La strada da  Perugia fino alla rocca di Assisi sembrava un arcobaleno. Mi ricordo, come se fosse ora, di una bambina bionda in carrozzina, avrà avuto tre anni sì e no, che reggeva il suo bel cartello con la scritta “Anna vuole la pace”. Tutto ad a un tratto  mi accorsi di  un assieparsi  di gente nella folla del corteo, e vidi che nel bel mezzo di quella moltitudine torreggiava un signore alto dagli occhi celesti sfolgoranti, le spalle sfiorate da una chioma già candida. “Marco, Marco, Marco”, scandivano intorno.
 Ma sì, era proprio lui, Il Marco nazionale, sempre out, e pronto a farsi carico delle cause perdute dei perseguitati di ogni genere. Tirai fuori la mia Polaroid pronta a scattare. Ma, mentre puntavo l’obiettivo, Pannella mi vide e, da dispettoso quale era, si abbassò. Conservo ancora quell’istantanea. Lo si vede mentre si china tra i palloncini celesti con impressa la scritta: Partito Radicale.  Tuttavia, essendo troppo alto, pur chinatosi, sovrastava tutti  quelli che gli stavano intorno, sicché, suo malgrado,  lo immortalai in quella storica giornata pacifista.
Non sono mai stata del Partito radicale e, a dire il vero, certe manifestazioni istrioniche di quel gruppo e del suo leader mi infastidivano. Preferivo allora il “circolo” intellettuale del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, fiorito  sotto l’egida dei magnetici occhi di Lucio Magri, anche lui bianco chiomato.

Ora che sono trascorsi decenni, oggi che Giacinto Pannella, in arte Marco, è morto, mi rendo conto della vocazione intrepida di un uomo che sfidava la morale comune, e stava sempre coi peccatori innocenti.

In quel lontano settembre del 1981 ero una brunetta riccioluta in marcia colorata verso Assisi. Oggi sono una vecchia signora dai capelli argentei (mi si permetta l’aggettivo eufemistico), seduta a scrivere che uno dei ricordi più belli della sua  giovinezza è proprio questo: aver marciato in una lontana Perugia – Assisi con un uomo alto, distinto, insigne per essersi schierato sempre dalla parte degli sventurati.

martedì 3 maggio 2016

Quell'attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi

Ci sono momenti in cui le emozioni, vere  e proprie scosse elettriche che liberano energia, diventano un flusso di pensieri  caotici che cercano ardentemente una forma adeguata per manifestarsi. E talvolta le emozioni sono tanto forti che si accavallano e, come le onde del mare, si infrangono in rivoli infiniti e fragorosi e si ritraggono in risucchi inarrestabili. Sopravviene  allora quasi un’afasia. Il  groppo dei pensieri  vorrebbe la magia di un linguaggio nuovo, epifanico.

Ci soccorre in questi momenti l’esercizio della scrittura che, fungendo da dispositivo di osservazione e di controllo, abbassa la pressione della passione, incanalandola nelle parole da ordinare in tracciati sulla pagina bianca.

Un’ emozione forte è quella che precede la delusione, perché,  prima di cedere allo scacco, la mente e il cuore si accendono nella sofferenza di  una possibilità mancata proprio nello sforzo di interrompere la sequela di montature artificiali che vanificano ogni tentativo di autenticità.

A scuola, stamattina, c’è stato un incontro con un fisico, Bruno Galluccio, il quale, ad un certo punto della sua vita, si è votato alla poesia, traducendo in ”correlativi oggettivi” alla Eliot e alla Montale, come lui stesso ha affermato, la sua esperienza scientifica.

Alle nove e trenta sono andata in aula magna con gli studenti della quinta classe e con la collega di matematica e fisica, per incontrare il poeta scienziato.
In seguito alla scelta della collega di proporre agli studenti la lettura della raccolta di Galluccio, raccolta intitolata “La misura dello zero", mi ero infatti “accodata” e, quindi, arrischiata nell’ impresa di interpretazione. A dire il vero,  avuto il libro tra le mani,  mi ero sgomentata per la rarefazione astrusa con cui le eterne domande sul senso e sul destino dell’esistenza erano lì formulate. Ma ormai mi ci ero buttata in quel guazzabuglio e, quindi, dovevo nuotarci.
Era urgente tuttavia  fornire  un filo di Arianna ai malcapitati studenti, affinché si districassero in quel labirinto. E così io e la collega  ci siamo messe a studiare e, insieme ai ragazzi, abbiamo cavato alcuni ragni dal buco,  tentando  qualche trama ermeneutica. Ci sosteneva il sapere che Il bello,  non sussiste nella  meta ma  nelle peripezie del viaggio. E il nostro viaggio è stato, tutto sommato, “fertile di avventure”.
Giunti alla meta bisognava, comunque, apprendere ad  ingoiare  il  rospo. Itaca era povera, molto.

In un tal genere di  “ Incontri con l’ autore”, dicitura questa oggi abusata fino all'insensatezza, non c’è alcun interesse per l’umanità. Si ammucchia nell'aula magna il maggior numero possibile di spettatori,  lì convocati solo per giustificare e celebrare un evento pubblicitario per l’autore e per l’azienda scuola, proprio come si fa in tante trasmissioni televisive, passerelle di “divi” più o meno valenti.  

Si stava così, stamani, nell'aula magna gremita e vociante,  in  attesa che l’incontro iniziasse.Tuttavia, ci speravo ancora in un dialogo vero. Macché! L’autore era sparito per l’intervista, non so a quale giornale locale, il quale, naturalmente,  lustrerà ben bene l’evento con la solita retorica celebrativa,  magari inneggiante alle nuove sorti  progressive di scienza e poesia, finalmente riunite.
Intanto io cominciavo a scalpitare;  mi innervosiva che si inneggiasse alle singole eccellenze, all'alunno geniale in grado di comporre recensioni ridondanti ed astruse non meno delle poesie che ha recensito. Infastidita dalla ritualità che sempre cerco di evitare, guardavo  la collega e  gli alunni che erano stati indotti  in questa impresa  e che ora si dovevano sorbire verbose presentazioni, mentre il tempo, in barba ad ogni teoria scientifica, fuggiva via e, di conseguenza, inesorabilmente la nostra esperienza  non poteva  essere narrata , sebbene fosse stato detto più volte che eravamo  stati i primi e gli unici a lavorare veramente come gruppo classe.  Mi addolorava, letteralmente, di essere caduta nella trappola della vacuità. Sull'orlo di una crisi di nervi, appena si è presentata  l’opportunità, ho incitato uno studente ad intervenire con una domanda emersa dalla nostra lettura. Subito dopo l’ho seguito con gli altri, trascinando la collega malcapitata, che se ne stava in serafica attesa che l’evento seguisse il suo corso naturale verso l’esaurimento nel vuoto assordante.

Ecco, volevo interrompere la catena prevista e prevedibile di questo genere di incontri. Volevo trovare “ l’anello che non tiene” ”la maglia rotta nella rete”, quel “varco” che permettesse  di salvarsi dalla “ruspa” spietata della Storia. Volevo anche dire al Galluccio che la poesia se ne impipa  delle tecniche a freddo, compreso il suddetto “correlativo oggettivo”, perché la poesia non rinchiude, ma libera, inventando altri modi e altri mondi.

 Ho raccolto, quindi, tutte le mie forze nel canto leopardiano “Alla primavera o delle favole antiche”, dicendo come sia chiaro lì che il canto ingenuo della nostra unità con la natura è perso per sempre. Da tempo L’alloro non ha la vita di Dafne né il mandorlo quella di Filli. E a Filomela, ormai, non resta che cantare il dolore dell’arido “vero”.  Cerco di dare un’intonazione serena e colloquiale alla mia voce. Ma, alla fine, con disagio, mi accorgo che è stonata.

 Sono questi i tempi in cui l’usignolo deve fuggire al bosco, riparare nell'ombra di fruscianti silenzi. Nei consessi degli uomini ormai si ciancia solo di competizioni e di premi, letterari e non letterari.
Ma  ecco che adesso l’emozione appassionata rischia di tramutarsi in malinconia e in nostalgia, rasentando  l’elegia per il Paradiso perduto. È la ben nota altalena del cuore che palpita in ogni singola cellula della materia. Su e giù. Tra volo e abbattimento. In un impeto vitale che non sa rinunciare agli ameni inganni, alle speranze indimenticabili. E la speranza è affidata alla poesia ispirata dalla libertà, quella poesia  che non tollera recensioni erudite e proclamazioni paludate, ma chiede ascolto attento e disinteressato, e non può abitare le vetrine  allestite per platee rumorose  ed annoiate.
La Poesia non ha pretesti  né pretese,  tanto meno quelle di spiegarci qualcosa, meno che mai la matematica o la fisica. La poesia tenta abissi insondabili, dai quali è irrimediabilmente attratta, ma non si vanta di averli compresi.

 La poesia  è lo sguardo di un attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi.