venerdì 25 gennaio 2013

Mephisto ovvero il tradimento dell'Arte e della Libertà


Capita talvolta che la memoria lasci affiorare le cose in tutta la loro significanza ad illuminare il presente delle situazioni esistenziali. Questo processo ci svela che le immagini immateriali sono in grado di riattivare la sensibilità corporea addensata nel mistero del ricordo. Deriva da questo processo un'acutezza sinestetica che arriva al cuore delle cose. Il ricordo, pertanto, si rivela consistente di materia, perché esso si è incarnato nelle nostre cellule neuronali in virtù della nostra sensibilità. È accaduto per questo che stamani, a chi, sintonizzando linguaggio verbale, intonazione e gestualità, pensava di recitare bene, mentre si affannava mellifluamente a darmi un'informazione nuova su un fatto di comune interesse - “attrice!”- stavo per replicare. Mentre mi trattenevo da questa esclamazione si è configurata ai miei occhi la scena finale di un film del 1981, Mephisto.
È questo un film doloroso, spietato, che mette a nudo l'impossibilità, per un artista, di conciliare la libertà espressiva con il potere. Il film, ispirato al regista ungherese Istvàn Szabó da un romanzo di Klaus Mann, narra la vicenda di un attore di teatro che, spregiudicatamente, pensando di essere al di là del bene e del male per la sua bravura, stringe un patto diabolico con un potente nazista. Della doppiezza schizofrenica del male è emblema lo stesso titolo del film. Mephisto infatti rimanda al protagonista, interpretato magistralmente da Klaus Maria Brandauer, che crede di poter giocare il ruolo di Mefistofele per sfidare vittoriosamente il nazismo. Ma l'ambizione è tra i fantasmi più ingannevoli e crudeli della nostra mente. L'ambizione soggioga ed acceca. Infine incatena.
La libertà, solo la libertà, alimenta l'arte umana. Nella scena finale del film, sotto i riflettori della storia il grande attore Hendrick Höfgen si protegge dal giudizio dei posteri lamentando che lui è solo un attore. La giustificazione gli è suggerita dallo stesso scherno del generale nazista, sotto la cui protezione si era messo, che poco prima gli aveva gridato beffardamente -“attore!”-. Ma Hendrick Höfgen è un grande attore, emblema della schiavitù per la sottomissione a un grande potere. Nel quotidiano si incontrano, invece, attori pessimi ed attricette che stringono il loro patto con piccoli gerarchi, registi di baracconi, ed ingannano i loro compagni di strada per superficialità e per assecondare mediocri ambizioni. Sfoggiano molto male, però, costoro il loro talento, una falsa moneta in realtà, che suona fasulla al primo tintinno. Ma la Storia farà il suo corso, finché sotto i suoi riflettori accusatori ci finiranno non solo i potenti, grandi o meschini che siano, ma anche i servi, ruffiani ingannatori. Quanta sofferenza, ahimè, lungo la strada! E quante vittime!



mercoledì 28 novembre 2012

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri


Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,
le scrivo per esprimerle lo sconforto che ho provato ascoltando i suoi giudizi sconsiderati e presuntuosi pronunciati sugli insegnanti nel corso della trasmissione di Fabio Fazio. Mi sono rammaricata di non aver scioperato il ventiquattro di novembre, io che l'ho sempre fatto contro le politiche scolastiche dei precedenti Governi. Mi fidavo. Volevo assolutamente credere che finalmente si sarebbe potuto ridare dignità all'Italia e, per questo, mi ero disposta a sperare e a guardare oltre i sacrifici. Per me l'onestà è un "tic", come disse Italo Calvino in un suo famoso apologo. Una vita intera ho dedicato a seminare e a coltivare onestà e giustizia, sia dialogando con gli studenti attraverso le materie che insegno, sia educando le mie tre figlie, la prima delle quali, per niente “schizzinosa”, fa la cameriera laureata a Londra. Quando leggo ai giovani "I promessi sposi" sento che la forza della verità passa nelle parole del commento che quel capolavoro mi ispira. Ma quanta fatica, Presidente! E non per la quantità delle ore! Per la delicatezza e la sensibilità che consumano gli insegnanti nello stabilire una relazione autentica con un'ottantina di adolescenti. Mi rammarico di non aver potuto replicare alle sue parole. Che orrenda sensazione, Presidente! Io conservatrice e corporativa! Aizzerei i giovani strumentalizzandoli proprio io che invece li esorto a non perdere tempo prezioso disertando le lezioni, io che li sprono a non essere conformisti, al contrario di quanto ha fatto lei che li ha blanditi mentre maltrattava i loro maestri. Un Primo Ministro, per giunta professore, dovrebbe essere dotato di misura e sensibilità. Lei ha usato un mezzo pubblico non solo per fare pubblicità al suo libro ( o sacra auri fames!) ma anche per offendere con freddezza, dall'alto della sua attuale potenza, lavoratori onesti, ricercatori sul campo, che con la loro sapienza e sensibilità svolgono una funzione nobilissima per la comunità civile.
Distinti saluti
Giuseppina Imperato

martedì 30 ottobre 2012

Fra Galdino... le noci...e il ministro Profumo



Negli articoli dei giornali, nelle riviste specializzate, nelle lettere di protesta, insomma in tutti i documenti che leggo contro la proposta del Ministro dell'Istruzione di aumentare da diciotto a ventiquattro le ore di insegnamento nella secondaria di primo e secondo grado, non trovo altro che monotoni elenchi che documentano le tante ore di lavoro che impegnano i docenti ben oltre le diciotto di lezione. Ancora una volta si ragiona soltanto di numeri e si sbandierano statistiche e confronti tra la scuola italiana e quelle degli altri paesi dell'Europa. Non ho trovato, almeno finora, un racconto significativo dell'indefinibilità del tempo e della fatica del meraviglioso impegnativo lavoro dell'insegnante.

Stamattina, dopo aver parcheggiato la mia sgangherata ultra ventennale Ford Fiesta a ridosso del muro di cinta del piazzale del liceo in cui insegno, sono smontata tutta allegra dell'aria frizzante che mi ha avvolta. Il cielo intensamente celeste sfilacciato di bianco mi augurava buon lavoro. Mentre mi voltavo a chiudere lo sportello, sparse ai miei piedi, ho visto tante noci cascate dall'albero che, dal campo confinante, sopravanza il recinto e coi rami sporge nel parcheggio della scuola. Le noci di fra Galdino! Sorridendo ho pensato ai ragazzi di seconda. Poi mi sono chinata a raccoglierne. Ne ho cercata qualcuna con il mallo, parola che gli alunni ignorano. Ma il mallo, ormai infradiciato mi si è spappolato fra le mani. - Mallo - guscio - gheriglio. Il noce, la noce. In latino “Nux" -.
Tutto questo era accaduto perché qualcuno non ricordava la stagione in cui inizia la storia di Renzo e Lucia e ignorava il tempo in cui si bacchiano le noci. Eppure dalle finestre dell'aula gli occhi si perdono su una distesa di noci e noccioli! 
Dove siamo coi nostri corpi, che fine hanno fatto i nostri sensi? 
Allora mi è risuonato in testa il burocratese della scuola: 
- Si rileva la povertà lessicale! Bisogna potenziare il vocabolario dei discenti, facendo acquisire loro il lessico specifico per arricchire le possibilità espressive. Blablabla -. Porcheria! 

Mi si è parata poi dinnanzi la faccia composta, bonariamente accattivante, di Profumo che dallo schermo televisivo, nel corso della rubrica Leonardo di qualche giorno fa, mi prediceva la sua scuola del futuro. Una “scuola dei pari”, mi sembra che l'abbia definita. Mi verrebbe da sghignazzare -“una scuola dei paria!”-. Era tutto felice il ministro in quel suo rincuorarci, invitandoci ad immaginare una scuola senza i banchi ricoperti di formica verde.
- A pensarci bene, potrei anticiparlo. Quasi quasi porto i ragazzi sotto il noce, e chissà che non ci capiti di ascoltare anche il canto di qualche usignolo autunnale. Ne verrebbe fuori una bella lezione sulla natura e sulle figurazioni della lingua...le metafore insomma.-

Il bello è, signori cari, che il mio lavoro non lo so proprio conteggiare. Me lo porto appresso, sempre. Sì, terminata la lezione in aula, quei tanti volti con le loro ansie e le loro difficoltà sono spesso davanti a me, anche nei momenti in cui non insegno e non svolgo nessuna delle attività aggiuntive, o di quelle cosiddette in nero. Magari, nel bel mezzo di un'attività domestica, ecco uno sguardo che mi fissa con una richiesta muta. Rimugino. Analizzo. Immagino e mi dico - domani gli posso parlare così...glielo spiegherò con questo esempio - .
Talvolta, in classe, vedendo qualcuno perso in rêverie, mi capita anche di canticchiare una vecchia canzone - “con il corpo sono qui, ma la mente mia non c'è, corre dietro a dei ricordi e chi la ferma più”.
Ecco, è questo il nodo: - esserci tutti interi con sensibilità e sentimento e mente. Oh, quant'è delicato, quant'è difficile e quant'è faticoso il mio lavoro!
Accidenti! E tutti continuano a contare le ore!
- Buongiorno , ragazzi! Ecco qua le noci di fra Galdino! Guscio e gheriglio. Il mallo? Era fradicio, mi è caduto per terra tra le foglie di quest'autunno fruttifero - .

domenica 28 ottobre 2012

"Relativo"? No, grazie! Preferisco "assoluto".




Indubbiamente il verbo latino “refero” nelle parole derivate dal supino “relatum” è oggi molto di moda: “relazione”, “relazionare”, “relazionarsi”, “relativo”, “relativismo”.
Guai a chi non le tenga sempre presenti! Sarà subito accusato di avere un'unica prospettiva, di essere incapace di convivenza, integralista e assolutista. - Tu non sai relazionarti! - ecco la temuta accusa! Ma, per sapersi relazionare al “relativo relativismo”, bisogna fasciarsi gli occhi e incerottarsi la bocca e annuire sorridenti che tutto è bene in nome di una libertina verità.
Un finto pacifismo impastocchia le coscienze. Sorridi, dai, sorridi! Vivi e lascia vivere! Tranquillo suvvia, va' d'accordo con tutti, ben accetto, bene accolto, in un'allegra brigata di individualisti sfegatati, unanimi nel badare ai fatti propri in bella compagnia!
Sissignori il conflitto è da evitare, sennò sei irrispettoso e pure guerrafondaio.
Senti spararle grosse? Taci! Non c'è niente da correggere, il tuo è solo uno dei tanti punti di vista. Sì, d'accordo, il bianco è bianco e non può essere nero. Ma devi imparare che nella relazione potrebbe essere grigio.
Oh! Ma è così bello il litigio, lo scontro, quell'azzuffarsi animato che non distrugge l'amicizia, e tanto meno l'amore! Caparbi, sì caparbi con sentimento, nel sostenere il proprio punto di vista! E non potrebbe forse succedere che in quelle baruffe tu, o l'altro, proceda oltre, fino ad intravedere che qualcosa di “assoluto” c'è e che, pur nel conflitto, è lì che tendete entrambi?
Oh! a te aspiro "assoluto"! “Absolutum”, “del tutto sciolto”, irraggiungibile eppure presente nelle coscienze “assolute”, ovvero “absolutae”, sciolte e leggere e senza paura. È in questo “assoluto” che risiede l'amore per i figli.  No, non i figli di famiglia, ma, alla greca ed evangelicamente, “tà tèkna”, ossia tutti “quelli che sono stati generati”, ben oltre la ristretta famiglia e i meschini interessi borghesi dell'orticello proprio.
Romanticismo? e perché no? 
In quest'epoca di “illuministi” che inneggiano alla “ratio e alla relatio”, che tutto confondono ed ammettono all'insegna del “relativo”, riammettere tra le parole d'uso l' “assoluto”, ed anche il “saper essere soli”, equivale ad invitare a spingere lo sguardo al di là della siepe, oltre il limite dell'orizzonte, fino ad immaginare, oltre il contingente e il relativo, “verità e giustizia assoluta” per tutti i figli della terra.

mercoledì 17 ottobre 2012

La prego, mi ascolti, ministro Profumo!

Il governo Monti ha ereditato una situazione politica ed economica disastrosa insieme ad un paese da rieducare al senso di civiltà, al rispetto delle regole ed alla responsabilità personale dei singoli nel compiere le azioni e le scelte quotidiane che riguardano la comunità intera. La decadenza italiana è, difatti, conseguenza della cattiva politica e dello scollamento della stessa politica dalla società, alla quale uomini senza scrupoli hanno offerto modelli etici e culturali egoistici, effimeri e volgari. Sedotti da questi modelli illusori, smarrito il senso della realtà, molti Italiani hanno preso ad ignorare che l'interesse privato è rovinoso anche per se stessi quando è perseguito con menefreghismo e in danno del bene comune.

Ma tralascio la questione generale e rivolgo l'attenzione alla scuola italiana, tornata in prima pagina in seguito alla proposta del ministro dell'Istruzione, proposta inserita nel testo della Legge di stabilità, di portare da diciotto a ventiquattro le ore di docenza. Al riguardo mi è capitato di ascoltare la risposta del ministro Giarda ad una interrogazione parlamentare, andata in onda proprio questo pomeriggio sul terzo canale della RAI, che, tra le altre, poneva la questione dell'aggravio di lavoro per gli insegnanti, aggravio non retribuito e non previsto dal vigente contratto di lavoro. Ebbene, rispondendo, il ministro Giarda ha dichiarato la disponibilità del collega Francesco Profumo a discutere ed eventualmente a rivedere tale proposta, a patto, però, che si trovi il modo di risparmiare qualche milione di euro (non ricordo esattamente la cifra menzionata) secondo i programmi di risanamento del bilancio del nostro povero – e carico di accorati sensi questo aggettivo - paese. Ascoltata questa dichiarazione, sono saltata dalla sedia e mi sono sentita la testa e il cuore in subbuglio, nonché un formicolio ai piedi che volevano correre, volare da Profumo. Mi agito per l'impossibilità di esprimermi su una questione che mi sta a cuore. No, non le ore di lavoro in più, ma la scuola martoriata e vilipesa.

Ora comincio a farneticare. Immagino di incontrare il ministro per l'Istruzione (ahimè l'aggettivo “pubblica” è stato cancellato dai tempi della Moratti!). Sì sì, sono proprio a quattr'occhi con lui, posso suggerirgli qualche buon taglio indolore.

La prego ministro, mi ascolti, c'è un modo per risparmiare molti milioni di euro senza mettere in croce ancora una volta i lavoratori appassionati e senza chiudere la porta in faccia ai giovani aspiranti all'insegnamento. Non so se lei è informato sui soldi sperperati nella scuola pubblica in attività inutili, quando non dannose, per l'educazione dei nostri giovani. Giri un po', ministro, per le scuole e parli con quei docenti (e sono tanti, mi creda!) che persistono nel credere che l'insegnamento amorevole delle loro materie sia l'esperienza vitale da far compiere agli studenti. Scoprirà, ministro, che questi maestri non cedono al guadagno coi progetti e neanche al gettone dei corsi di recupero (ritenuti del tutto inefficaci anche da indagini di autorevoli studiosi) pur di non demotivare ulteriormente i giovani, considerandoli come clienti da usare per arrotondare il magro stipendio. Dacché esiste il P.O.F., caro ministro, le scuole sono diventate vetrine di fumo, in piena consonanza con l'etica dell'apparenza della cultura dominane degli ultimi venti anni. Oh Ministro! Mi sono battuta contro l'avanzare, da sinistra e da destra, di questa politica degradante della scuola. Vent'anni di scioperi. A volte ero sola a scioperare nella scuola in cui lavoro. Scioperavo disperatamente, perché anche i discorsi dei sindacati mi suonavano falsi. Una Cassandra, sì ministro una Cassandra mi sentivo. Ma ora che il disastro è completo non mi resta che la compassione e l'eroica resistenza e la lucida partecipazione.  Io non sciopererò contro un governo che tenta, nella tragedia, di rifondare la dignità del mio amato paese. Non è il momento di scioperare questo, ma è il momento di cooperare proponendo azioni di miglioramento in ogni ambito della vita sociale, in attesa che anche le “cose” della politica, come tutte le altre, si rigenerino, per autopoiesi, come dice un mio fiducioso amico.

Con pochi e semplici tagli recupererà molti soldi, ministro, e riporterà equità nella scuola, impedendo che alcuni docenti incassino diverse migliaia di euro oltre lo stipendio. Se poi costoro hanno tanto a cuore i progetti extra, potrebbero, proprio loro, attuarli gratis lavorando fino a ventiquattro ore, senza oneri aggiuntivi per lo Stato. Ecco, ministro, i tagli che per ora propongo sono questi:

1. Eliminare il budget d'istituto spendibile in progetti extracurricolari, in corsi di recupero pomeridiani (difatti il recupero delle competenze interseca tutta la prassi didattica curricolare se questa è sapientemente progettata) e in ogni altra superflua attività (commissioni di vario genere, per esempio) . Coloro che ritenessero indispensabili le attività extracurricolari potrebbero attuarle gratis fino al raggiungimento delle proposte ventiquattro ore.

2. Eliminare le spese per le Funzioni strumentali. Secondo una diffusa opinione esse sarebbero inutili.

 Con i tagli suggeriti, ministro, in ogni scuola Lei risparmierebbe parecchie decine di migliaia di euro, e senza danni, mi creda, raggiungerebbe l'obiettivo prefissato, favorendo persino l'ingresso in aula di giovani e fresche forze. Inoltre, se Lei e il Governo di cui fa parte riconoscessero la nobiltà del lavoro degli educatori incentivando, almeno simbolicamente, l'autoformazione e la ricerca metodologica disciplinare e interdisciplinare dei dipartimenti, contribuirebbero a ristabilire, finalmente, dignità e fiducia nel mondo della scuola per ora  “confusa, dispersa e scorata”.







martedì 4 settembre 2012

Economia e Gratuità

Ho trascorso tutta l'estate a casa, tra i lavori domestici e l'intreccio di fili colorati di parole. Fin dal mattino anelavo alla sera, a quel fresco che, finalmente, settembre ci ha regalato. Soltanto nell'ultimo scorcio di agosto, mi sono regalata qualche giorno di “divertimento”.

Sospesa tra la terra e il cielo dell'Umbria, ho ascoltato il cambiamento incessante della vita che si percepisce più distintamente quando in un intervallo di tempo, seppur minimo, si gode di un altro spazio. Mi sono allora ritrovata a Trevi, dove si teneva un convegno promosso dall'associazione Ore Undici http://www.oreundici.org/. Mi aveva trascinato lì il fascino delle parole chiave oggetto dell'incontro: Passione e Tenerezza. (http://www.oreundici.org/incontrin/2012/convegno_estivo_2012.shtml )

Tra le relazioni che ho ascoltato, tutte interessanti, una mi ha addirittura commossa. Quella dell'economista Luigino Bruni, che ha trattato “I bisogni e il desiderio dell'uomo al centro dello sviluppo economico”. Sappiamo tutti quanto l'Economia sia oggi l'argomento più discusso dei media e della vita quotidiana. Troppo in fretta sono andati in circolazione termini tecnici che non ci sono ancora chiari. Anzi, proprio l'incompetenza linguistica nell'ambito economico - incompetenza che in realtà equivale ad ignoranza e, quindi, a incomprensione dei fenomeni economici - alimenta in noi un senso di angoscia e di sfiducia.

Ebbene, il professor Bruni, con chiarezza e sentimento, ha raccontato l'economia come il luogo “delle passioni, dei bisogni, dei desideri, dei vizi e delle virtù umane”. La narrazione era appassionatamente sostenuta dal suo amore per la lingua e la letteratura. Proprio come un esperto narratore ha creato una storia con un punto di massima tensione: fino a pochi anni fa, nell'era dell'economia industriale, pur nella “eterogenesi dei fini”, tra il ricco e il povero sussisteva una reciprocità di interessi, in virtù della quale “il vizio del ricco diventava una virtù”. La Nuova Economia, invece, ha interrotto questo rapporto, generando lo squilibrio economico che attualmente ci spaventa. Ma Bruni non si è limitato ad una disamina storico - economica e ad illustrare come l'economia attraversi pure tutta la storia della Chiesa, a partire dall'idea del “giusto prezzo” sorta nei monasteri benedettini. Egli è stato anche in grado di individuare e spiegare con pacatezza e sentimento il fenomeno più doloroso del nostro tempo: “la dicotomia tra economia del dono ed economia del profitto”.

Occorre qui intendere che l'atto del “donare” è connaturato alla nostra vita, necessariamente protesa allo scambio. Senza il “dono” è impensabile la vita sociale. Anche il lavoro contiene un margine di “dono” che non potrà mai essere del tutto quantificato o ridotto a mero profitto. È il “plusvalore” della “gratuità” che ci fa umani.

L'affermazione di Bruni che mi ha commossa e ha rafforzato in me la convinzione che l'uomo non sarà mai ridotto a merce è, pertanto, questa: “L'uomo è gratuità”. A questo punto il relatore non ha tralasciato di ricorrere all'etimologia di “gratuità”. Il vocabolo deriva dal latino “Gratia”, greco “Χάρις (Chàris), e designa “Grazia, Bellezza, Armonia”. Inoltre, dal greco “Charis” è derivato il latino “Caritas” (con la perdita dell'aspirazione) che si divide tra il campo semantico dell'Economia e quello dell'Amore. Nel senso di Amore, Caritas equivale al greco ἀγάπη (agàpē), ovvero “amore incondizionato”.

Da questo momento in poi ho trascurato il taccuino e la penna e mi sono abbandonata all'ascolto con “passione e tenerezza” per me e per tutti gli esseri umani. Basta l'amore per cambiare il mondo. Se lavoro con amore, il mondo cambia, in qualsiasi mansione io sia impegnata. Ma quel di più che fa l'Amore non può essere quantizzato. Bruni ha detto bene: nessun dirigente o datore di lavoro dovrebbe rivolgersi ad un dipendente dicendogli: “che vuoi di più? per questo lavoro io ti pago”. Questa affermazione manca del riconoscimento di quella “gratuità”, ovvero “grazia” ovvero “amore” impagabili. Sicché, come ha ribadito Bruni, senza riconoscimento non c'è quella riconoscenza, della quale noi, esseri umani, abbiamo pur sempre bisogno, in nome di quella reciprocità del dono che dovrebbe rifondare il consorzio umano nell'era globale. Ma, per questa grandiosa opera, è necessario il contributo responsabile degli individui che, come ha affermato ancora l'economista, devono scoprire il loro δαίμων (dàimōn). Questo vocabolo greco unisce il campo semantico del sacro nel senso di “destino” inteso come “vocazione”, con quello economico della “giusta distribuzione” .

Si ritorna così ad un antico invito: “conosci te stesso”. E questa conoscenza, di per sé appagante, ci restituisce la sacralità della nostra unicità. Il senso di pienezza vissuto nell'atto di riconoscersi non verrà meno neanche se saremo costretti a svolgere un lavoro lontano dalle nostre aspirazioni a causa della contingenza economica. Ma non per questo smetteremo di ascoltare la nostra vocazione. Vorrei concludere però con questa postilla: al “conosci te stesso” corrisponde reciprocamente il “riconosci l'altro".
In una società fondata su “riconoscimento e riconoscenza” sarebbero valorizzate le vocazioni e le competenze per un benessere condiviso, ben più vantaggioso di quello ristretto ed iniquo della “economia del profitto”. Forse la nostra Italia, e non solo, soffre la decadenza per aver misconosciuto e disprezzato il sacro dàimōn di ogni essere umano.











giovedì 26 luglio 2012

“Da bambino volevo guarire i ciliegi”

Quest'estate rovente sarà indimenticabile! L'aria greve si addensa su un popolo sofferente, incerto ed incupito dalle notizie sulla crisi. Sul ventennio, all'incirca, di Berlusconi, è meglio non discutere più, e speriamo di avergli detto addio, per sempre. Eppure, questa scomparsa non basta a ridarci fiducia.
Oggi in televisione è riapparso Massimo D'Alema. Il pensiero è andato alla politica della Sinistra, dagli anni novanta in poi. Una china di degrado. Il tradimento degli ideali. La questione morale, già posta da Enrico Berlinguer alla fine degli anni settanta, è una ferita purulenta ulcerata dal comportamento sguaiato di politici mediocri, fanfaroni, che hanno pensato alla loro “dolce vita”, con dissennate scelte demagogiche. I sindacati sono intanto diventati sportelli informativi per cialtroni, grazie al susseguirsi di un coacervo di sindacalisti scioperati che hanno sguazzato nella demagogia per il loro tornaconto, per poi scoprire all'improvviso la crisi, in nome della quale, oggi, blaterano contro il governo Monti, mentre fino ad un anno fa, colpevolmente, lasciavano fare ad un manipolo di rozzi individui, sedicenti uomini di governo.

Chi è oggi alle soglie dei sessant'anni, e non si è lasciato risucchiare il cervello dalla cultura dominante, ma si è fatto custode della memoria storica , non dimentica gli ideali della sinistra, di quei compagni che negli anni sessanta leggevano appassionatamente Marx e vagheggiavano un mondo più giusto. Intellettuali, operai, studenti, tutti insieme sorretti dalla voglia di costruire una società migliore. Ci si credeva davvero. E le città e i paesi erano fucine di progetti umani. La partecipazione alla vita politica chiedeva un progetto economico che garantisse la libertà nella giustizia, la conquista e la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto della dignità della persona umana. Questi ideali alimentavano i sogni. Mai più manicomi, ghetti, discriminazioni. Di nessun genere. Ci si credeva davvero! O almeno quelli che partecipavano col cuore, quelli che credevano e credono che la felicità non conosce egoismo, ci credevano davvero e oggi soffrono del tradimento. E questa sofferenza è bruciante più ancora di quella diffusa dalle soffocanti notizie sulla crisi. Quando si vedono sfilare gli uomini e le donne della sinistra, ( ah, le attuali signore della Sinistra! Sempre agghindate ed intonate perfettamente, o abilmente truccate acqua e sapone!) penso al Sommo Poeta, Dante, al suo dolore e alla sua rabbia contro i “traditori di chi si fida”!

Quando, sul finire degli anni ottanta, Achille Occhetto smantellò il Partito Comunista con uno storico congresso grondante delle sue stesse lacrime dopo l'abbraccio di Pietro Ingrao, chissà se era consapevole che di fatto gettava la Sinistra nelle braccia del liberismo, o meglio che la spingeva ad abbracciare la causa del neoliberismo più sfrenato, con la scusa delle esigenze del mercato! Incominciò allora lo smantellamento dello Stato Sociale, connivente la stessa CGIL che, tra l'altro, con un nefasto e nefando Contratto di lavoro, nel 1995, spianò la strada alla scuola – azienda e a quelle riforme che l'hanno vilipesa.

Ma una lezione da questa Storia l'abbiamo appresa! Gli uomini non sono tutti uguali! Paradossalmente, proprio quelli che credono e lottano per l'uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini non sono uguali. Costoro sono di Sinistra con il cuore. Nel modo di essere stesso di questi uomini vivono gli ideali di Sinistra, nella convinzione che la felicità è condivisione del benessere e che in una civiltà autentica non c'è bisogno dell'elemosina per garantirsi buona coscienza e Paradiso. Nell'album “Non al denaro, non all'amore né al cielo” di Fabrizio De André c'è una canzone emblematica per i traditori. Il testo racconta di un bambino che vuole diventare medico “per guarire i ciliegi, quando rossi di frutti li credeva feriti”. Ma, una volta cresciuto, quel bambino tradisce i suoi sogni, svendendo il suo amore per i sofferenti in nome di successo e denaro. Come quel bambino si sono comportati gli uomini e le donne della Sinistra, aiutati dalla superficialità di un popolo poco amante della Storia, e favoriti dalla diffusione di quella cultura “liquida" che ha bandito dal cuore umano Μνημοσύνη (Mnemosine) e le Muse sue figlie.

Certamente questa estate rovente finirà, trapassando nell'autunno, che oggi qualcuno auspica "caldo", riesumando una fraseologia vetero-comunista. È auspicabile un autunno "fresco", invece, di ideali rigenerati dai comportamenti civili, e da belle idee da realizzare per il bene comune. È auspicabile la nascita tempestiva di una nuova Sinistra che cancelli al più presto le facce blese e le voci strascicate, le alchimie linguistiche e le affettazioni rutilanti di una genia di traditori.