giovedì 19 maggio 2016

Un signore insigne dalla parte degli sventurati

“Reagan, Reagan, vieni a pescare con noi ci manca il verme!”
 Irridente e multicolore il corteo della marcia per la pace scandiva allegro e convinto questo slogan “maleducato” tanti anni fa, quando ancora, essendo l’Unione Sovietica contrapposta agli USA, era accesa la Guerra Fredda e vigeva minacciosa la corsa agli armamenti.
Era il 1981, entro qualche mese  Michail Sergeevič Gorbačëv sarebbe salito sul palcoscenico della Storia, la quale, in meno d’un decennio, avrebbe scritto  la pagina della caduta del Muro di Berlino. Karol Woitila, ai primi anni del suo pontificato, aveva da poco subito il grave attentato proprio mentre nella sua Polonia Lech Wałęsa trionfava con Solidarność.

Allora, ero tornata da poco da un' odissea nel mare greco. E quel giorno calzavo sandali francescani impolverati della sacra terra dell’acropoli. Che tempi fervidi, indimenticabili! Mi beavo del vociare allegro e impavido di quella marea di gente gioiosa mentre si cominciava il cammino festoso. La strada da  Perugia fino alla rocca di Assisi sembrava un arcobaleno. Mi ricordo, come se fosse ora, di una bambina bionda in carrozzina, avrà avuto tre anni sì e no, che reggeva il suo bel cartello con la scritta “Anna vuole la pace”. Tutto ad a un tratto  mi accorsi di  un assieparsi  di gente nella folla del corteo, e vidi che nel bel mezzo di quella moltitudine torreggiava un signore alto dagli occhi celesti sfolgoranti, le spalle sfiorate da una chioma già candida. “Marco, Marco, Marco”, scandivano intorno.
 Ma sì, era proprio lui, Il Marco nazionale, sempre out, e pronto a farsi carico delle cause perdute dei perseguitati di ogni genere. Tirai fuori la mia Polaroid pronta a scattare. Ma, mentre puntavo l’obiettivo, Pannella mi vide e, da dispettoso quale era, si abbassò. Conservo ancora quell’istantanea. Lo si vede mentre si china tra i palloncini celesti con impressa la scritta: Partito Radicale.  Tuttavia, essendo troppo alto, pur chinatosi, sovrastava tutti  quelli che gli stavano intorno, sicché, suo malgrado,  lo immortalai in quella storica giornata pacifista.
Non sono mai stata del Partito radicale e, a dire il vero, certe manifestazioni istrioniche di quel gruppo e del suo leader mi infastidivano. Preferivo allora il “circolo” intellettuale del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, fiorito  sotto l’egida dei magnetici occhi di Lucio Magri, anche lui bianco chiomato.

Ora che sono trascorsi decenni, oggi che Giacinto Pannella, in arte Marco, è morto, mi rendo conto della vocazione intrepida di un uomo che sfidava la morale comune, e stava sempre coi peccatori innocenti.

In quel lontano settembre del 1981 ero una brunetta riccioluta in marcia colorata verso Assisi. Oggi sono una vecchia signora dai capelli argentei (mi si permetta l’aggettivo eufemistico), seduta a scrivere che uno dei ricordi più belli della sua  giovinezza è proprio questo: aver marciato in una lontana Perugia – Assisi con un uomo alto, distinto, insigne per essersi schierato sempre dalla parte degli sventurati.

martedì 3 maggio 2016

Quell'attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi

Ci sono momenti in cui le emozioni, vere  e proprie scosse elettriche che liberano energia, diventano un flusso di pensieri  caotici che cercano ardentemente una forma adeguata per manifestarsi. E talvolta le emozioni sono tanto forti che si accavallano e, come le onde del mare, si infrangono in rivoli infiniti e fragorosi e si ritraggono in risucchi inarrestabili. Sopravviene  allora quasi un’afasia. Il  groppo dei pensieri  vorrebbe la magia di un linguaggio nuovo, epifanico.

Ci soccorre in questi momenti l’esercizio della scrittura che, fungendo da dispositivo di osservazione e di controllo, abbassa la pressione della passione, incanalandola nelle parole da ordinare in tracciati sulla pagina bianca.

Un’ emozione forte è quella che precede la delusione, perché,  prima di cedere allo scacco, la mente e il cuore si accendono nella sofferenza di  una possibilità mancata proprio nello sforzo di interrompere la sequela di montature artificiali che vanificano ogni tentativo di autenticità.

A scuola, stamattina, c’è stato un incontro con un fisico, Bruno Galluccio, il quale, ad un certo punto della sua vita, si è votato alla poesia, traducendo in ”correlativi oggettivi” alla Eliot e alla Montale, come lui stesso ha affermato, la sua esperienza scientifica.

Alle nove e trenta sono andata in aula magna con gli studenti della quinta classe e con la collega di matematica e fisica, per incontrare il poeta scienziato.
In seguito alla scelta della collega di proporre agli studenti la lettura della raccolta di Galluccio, raccolta intitolata “La misura dello zero", mi ero infatti “accodata” e, quindi, arrischiata nell’ impresa di interpretazione. A dire il vero,  avuto il libro tra le mani,  mi ero sgomentata per la rarefazione astrusa con cui le eterne domande sul senso e sul destino dell’esistenza erano lì formulate. Ma ormai mi ci ero buttata in quel guazzabuglio e, quindi, dovevo nuotarci.
Era urgente tuttavia  fornire  un filo di Arianna ai malcapitati studenti, affinché si districassero in quel labirinto. E così io e la collega  ci siamo messe a studiare e, insieme ai ragazzi, abbiamo cavato alcuni ragni dal buco,  tentando  qualche trama ermeneutica. Ci sosteneva il sapere che Il bello,  non sussiste nella  meta ma  nelle peripezie del viaggio. E il nostro viaggio è stato, tutto sommato, “fertile di avventure”.
Giunti alla meta bisognava, comunque, apprendere ad  ingoiare  il  rospo. Itaca era povera, molto.

In un tal genere di  “ Incontri con l’ autore”, dicitura questa oggi abusata fino all'insensatezza, non c’è alcun interesse per l’umanità. Si ammucchia nell'aula magna il maggior numero possibile di spettatori,  lì convocati solo per giustificare e celebrare un evento pubblicitario per l’autore e per l’azienda scuola, proprio come si fa in tante trasmissioni televisive, passerelle di “divi” più o meno valenti.  

Si stava così, stamani, nell'aula magna gremita e vociante,  in  attesa che l’incontro iniziasse.Tuttavia, ci speravo ancora in un dialogo vero. Macché! L’autore era sparito per l’intervista, non so a quale giornale locale, il quale, naturalmente,  lustrerà ben bene l’evento con la solita retorica celebrativa,  magari inneggiante alle nuove sorti  progressive di scienza e poesia, finalmente riunite.
Intanto io cominciavo a scalpitare;  mi innervosiva che si inneggiasse alle singole eccellenze, all'alunno geniale in grado di comporre recensioni ridondanti ed astruse non meno delle poesie che ha recensito. Infastidita dalla ritualità che sempre cerco di evitare, guardavo  la collega e  gli alunni che erano stati indotti  in questa impresa  e che ora si dovevano sorbire verbose presentazioni, mentre il tempo, in barba ad ogni teoria scientifica, fuggiva via e, di conseguenza, inesorabilmente la nostra esperienza  non poteva  essere narrata , sebbene fosse stato detto più volte che eravamo  stati i primi e gli unici a lavorare veramente come gruppo classe.  Mi addolorava, letteralmente, di essere caduta nella trappola della vacuità. Sull'orlo di una crisi di nervi, appena si è presentata  l’opportunità, ho incitato uno studente ad intervenire con una domanda emersa dalla nostra lettura. Subito dopo l’ho seguito con gli altri, trascinando la collega malcapitata, che se ne stava in serafica attesa che l’evento seguisse il suo corso naturale verso l’esaurimento nel vuoto assordante.

Ecco, volevo interrompere la catena prevista e prevedibile di questo genere di incontri. Volevo trovare “ l’anello che non tiene” ”la maglia rotta nella rete”, quel “varco” che permettesse  di salvarsi dalla “ruspa” spietata della Storia. Volevo anche dire al Galluccio che la poesia se ne impipa  delle tecniche a freddo, compreso il suddetto “correlativo oggettivo”, perché la poesia non rinchiude, ma libera, inventando altri modi e altri mondi.

 Ho raccolto, quindi, tutte le mie forze nel canto leopardiano “Alla primavera o delle favole antiche”, dicendo come sia chiaro lì che il canto ingenuo della nostra unità con la natura è perso per sempre. Da tempo L’alloro non ha la vita di Dafne né il mandorlo quella di Filli. E a Filomela, ormai, non resta che cantare il dolore dell’arido “vero”.  Cerco di dare un’intonazione serena e colloquiale alla mia voce. Ma, alla fine, con disagio, mi accorgo che è stonata.

 Sono questi i tempi in cui l’usignolo deve fuggire al bosco, riparare nell'ombra di fruscianti silenzi. Nei consessi degli uomini ormai si ciancia solo di competizioni e di premi, letterari e non letterari.
Ma  ecco che adesso l’emozione appassionata rischia di tramutarsi in malinconia e in nostalgia, rasentando  l’elegia per il Paradiso perduto. È la ben nota altalena del cuore che palpita in ogni singola cellula della materia. Su e giù. Tra volo e abbattimento. In un impeto vitale che non sa rinunciare agli ameni inganni, alle speranze indimenticabili. E la speranza è affidata alla poesia ispirata dalla libertà, quella poesia  che non tollera recensioni erudite e proclamazioni paludate, ma chiede ascolto attento e disinteressato, e non può abitare le vetrine  allestite per platee rumorose  ed annoiate.
La Poesia non ha pretesti  né pretese,  tanto meno quelle di spiegarci qualcosa, meno che mai la matematica o la fisica. La poesia tenta abissi insondabili, dai quali è irrimediabilmente attratta, ma non si vanta di averli compresi.

 La poesia  è lo sguardo di un attimo infinito che cerca ancora le parole per dirsi.


                                                 

giovedì 7 gennaio 2016

Romola: come un ipertesto


Chi non ha provato lo spaesamento stupito mentre, col fiato sospeso, alza gli occhi dall'epilogo di una storia avvincente? Si sta in limine tra mondi confinanti, come se il corpo fosse alleggerito e alzato in volo dalla fantasia. E si rimane per un bel pezzo in compagnia di fantasmi tutt'a un tratto tornati vivi. 

Ferve la mente affollata di quei fantasmi insieme ai quali ha attraversato i ponti fiorentini di notte e in pieno giorno, all'alba e al tramonto. Corre dalla Signoria al Duomo, sosta davanti al "bel San Giovanni", si precipita in San Marco, dove ferve tra i domenicani l'accesa mente di Gerolamo Savonarola. Sbircia curiosa l'uscio delle botteghe. Eccola quella del barbiere Nello, dove si intrecciano pettegolezzi e giudizi politici. Guarda là, appoggiato allo stipite, quel pensoso osservatore! È nientemeno che Messer Niccolò Machiavelli! E, in via Gualfonda, quella porta, su cui risalta "il pesante martello avvolto in una fasciatura di lana" affinché non sbatacchi sgradevolmente, apre alla casa - bottega dello stravagante e scontroso Piero di Cosimo. Ma ora scappa, mente! Ecco, avanza fragorosamente Dolfo Spini a capo dei Compagnacci. Ripara a San Miniato, su, su, oltre Boboli, sotto al forte del Belvedere! Ma forse anche lì t'inquieti. Chi sarà mai quel vecchio  confuso dagli occhi scintillanti che meditano vendetta? Inoltrati allora in via dei Bardi, sosta davanti a quella austera dimora che custodisce una biblioteca di antichi testi sfiorati amorevolmente da un padre cieco e da lui letti grazie ai grandi occhi nocciola di sua figlia Romola! Scorgi quel bel giovane moro e ricciuto che attraversa la soglia? È uno straniero, greco, destinato a portare scompiglio in quelle sale silenziose, e a destreggiarsi astutamente tra le fazioni fiorentine, riaccesesi dopo che il Magnifico ha chiuso per sempre i suoi occhi. 

La mente fervida di una scrittrice, George Eliot, ha scritto questo romanzo straordinario che si intitola Romola, per dare risalto alla protagonista femminile, nelle vicende della quale sono sparsi sapientemente gli interrogativi sulla complessità della storia e della cultura umanistico-rinascimentale. 

L'opinione più comune annovererebbe quest'opera tra i romanzi storici. E del resto, essa risponde a quei famosi precetti manzoniani che sono "il vero per soggetto, l'interessante per mezzo e l'utile per iscopo". 
Ma potremmo non essere d'accordo. Sarebbe forse meglio collocare Romola tra gli ipertesti. Il romanzo infatti testimonia che la mente umana si accende in maniera reticolare, pur bruciando in una fiamma narrativa principale. Come una lingua di fuoco si sprigiona da uno scintillio, così la narrazione di Mary Anne Evans (vero nome della Eliot) origina da  una conoscenza emozionata della storia di Firenze negli anni che seguirono alla morte di Lorenzo de' Medici.

Naturalmente, l'esperienza cognitiva fornisce alla scrittrice quella banca dati che è alla base del racconto. Ma, come ha dimostrato Italo Calvino nel suo metanarrativo "Castello dei destini incrociati", la banca dati di una storia si struttura in un labirinto, in cui anche le figure storiche, come i tarocchi, sono funzionali ad un intreccio di destini. Questa funzione non intacca, comunque, la veridicità dei personaggi, ma contiene, in nuce, l'interpretazione di un narratore / lettore.

Quel che sembra interessante è la possibilità di navigare all'interno del testo, per scoprire poi che la funzione narrativa ha dato vita alle notizie storiche, inserendole poeticamente nel progetto fantastico. Si potrebbe azzardare che alla Eliot riescano, meglio che allo stesso Manzoni, gli obiettivi narrativi sopra menzionati, al punto che non si saprebbe dire se Gerolamo Savonarola sia un personaggio storico o fantasticato, così come Tito Melema sembra un protagonista reale degli intrighi fiorentini successivi alla cacciata di Piero dei Medici. 
Ma tornando alla questione del genere letterario, a sostegno di una costruzione narrativa emotiva ipertestuale si potrebbe giocare a riscrivere il testo in forma ipertestuale  multimediale, evidenziando i nodi che consentono di percorrere più di un sentiero, geo-storico, artistico, filosofico, letterario. 

Tuttavia in quest'opera indefinibile non manca un topos letterario universale, quello del Locus amoenus, presente quasi alla fine del racconto. Ma qui, questa rappresentazione, paradossalmente, genera una distopia, perché, sullo sfondo di un ameno paesaggio marino, si configurano scene di abbandono e di pestilenza. Eppure, in questo altrove anonimo si compie la trasformazione di Romola e, da qui, succedono la rinascita e il ritorno a Firenze.
All'appassionata ricerca storica dell'autrice, pare ricondurre anche il ritratto fisico della protagonista. I grandi occhi nocciola, le chiome dorate ricadenti in trecce e il volto dolce e grave a un tempo si possono, forse, contemplare in un dipinto di Piero di Cosimo, Santa Maria Maddalena che legge, conservato nella Galleria Nazionale di Palazzo Barberini (http://galleriabarberini.beniculturali.it/index.php?it/141/piero-di-cosimo-santa-maria-maddalena). Non è casuale, quindi, che Romola sia stata educata dal padre, fervente umanista, a leggere e ricopiare i testi classici.

In conclusione, quest'opera poco nota meriterebbe di essere conosciuta per  motivi molteplici. Tralasciando l'evidentissima, nonché scontata, valenza storica, essa si dispiega come un racconto ispirato da una ricerca vissuta e rielaborata da una mente fervida e critica.

Come un volo sull'eterno ritorno delle vicende umane si svolge il proemio, nel quale l'ombra del grande Lorenzo si aggira nella sua città, desiderando "scendere e ascoltare la parlata dei fiorentini". Ma l'autrice la dissuade:
 "i cambiamenti sono tanti e la parlata dei fiorentini ti sarebbe incomprensibile come un indovinello. ... Queste cose non sono cambiate. Il sole e l'ombra portano, come allora, le loro bellezze e fanno risuonare nei cuori le stesse corde al mattino, a mezzogiorno e alla sera; i bambini sono ancora il simbolo delle eterne nozze fra amore e dovere; e gli uomini non hanno smesso di desiderare il regno della pace e della giustizia, di pensare che la vita più nobile sia quella che si sacrifica spontaneamente - visto che il Pastore Angelico non è ancora arrivato".

domenica 22 novembre 2015

Molly e le altre. Incontri al femminile in “Mogli e figlie” di E. Gaskell

Ti assomigliano tutte. Cynthia inquieta. Molly pensosa. Ma anche la volubile e distratta Hyacinth. Non ti è estranea la ruvida delicatezza di Lady Harrieth e neppure la sua anfitrionica madre, Lady Cumnor. A momenti, seduta nel salottino ovattato a versare tè bollente nelle chicchere, sei entrambe le signorine Browning, la granitica Sally e la mansueta Phoebe. E persino la discreta presenza della defunta madre di Molly, o quella fragile e fuggevole di Mrs. Hamley ti attraversano. Tuttavia, ammettilo, vuoi essere Molly Gibson, perché Molly Gibson le comprende tutte, e riesce a dominarle nella sua vasta interiorità.

Eppure Cynthia è la seduzione. Dovunque appare, il mondo le gira intorno. È amabile oltre che splendente. E lei gode di essere ammirata e di piacere. Non insegue la felicità, ma il gradimento. Amabile, amata, ma non amante, Cynthia è un'infelice consapevole, lo sai bene. È prigioniera del suo voler piacere a tutti i costi. Morto il padre, si è modellata nella solitudine affettiva, tenuta a distanza dalla madre frivola ed ambiziosa, sospesa in un'esistenza dominata dalla menzogna, incapace di comprendere la vita.

Ma che senso ha la vita? Se non quello del pathos, tutto dello spirito, che ti relega nella solitudine e ti riempie del desiderio di diffondere amore, senza sentimentalismi e facili consensi, accogliendo il mondo buono e quello cattivo, fino a risentirne nella carne? La vita solitaria, anche nel salotto più affollato, è una sensibilità discreta che riesce a comprendere in silenzio tutte le passioni degli straordinari drammi ordinari.

Con questa discrezione lo sguardo innocente di Molly Gibson si posa sul mondo e si educa a celare il dolore, ad amare senza corrispondenza. Si espone noncurante al pettegolezzo delle comari di Hollingford per amore di Cynthia, come può fare solo l'autentica femminilità che ama con libera coscienza. Gli occhi di Molly si sono esercitati a guardare i fiori. Lo spettacolo della natura e dei giardini la ristora. È sua consuetudine contemplare il giardino dal bovindo, in un ritiro luminoso e profumato da cui lo spirito torna rinvigorito. Il bovindo è aperto su un mondo ben più vasto di quello affollato e frastornante nel quale Cynthia sperimenta il suo fascino e si appaga del gradimento che riscuote, nel desiderio vano di scaldare il cuore.

Eppure se non ci fosse Cynthia, Molly non sarebbe. L'una dà modo di essere all'altra. Si specchiano l'una nell'altra.
Ti sembra mirabilmente fatale che il romanzo non sia concluso e che si interrompa proprio quando Cynthia esce di scena per entrare definitivamente nella mondanità, mentre Molly, convalescente, resta a casa.

Nei tuoi occhi è impresso il bovindo a suggello della storia: quel bovindo da cui lo sguardo di Molly si protende, appagato dall'attesa felicità. 


sabato 16 maggio 2015

Risposta alla lettera inviata agli insegnanti dal Presidente Matteo Renzi

Caro Presidente Matteo Renzi,
innanzitutto La ringrazio per La Sua volontà di comunicazione e per la tenacia che mette nel Suo “fare”. In questa Italia bloccata da coloro che desiderano mantenere i privilegi a tutti i costi c'è bisogno di azione politica, pur incorrendo in errori.
-“Solo chi non fa non sbaglia”, professoressa!”- mi diceva un Preside, ora in pensione, che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia carriera, quando andavo a raccontargli di quello che sperimentavo per insegnare la lingua e la letteratura latina. Gli errori in effetti sono propri degli uomini erranti sulla terra, alla ricerca di un barlume di verità. E per questo non si può e non si deve mai smettere di cercare il confronto, di guardarsi con gli occhi dell'altro, senza paura e senza mortificazioni, perché l'errore è nel cammino stesso della conoscenza, come ci dicono i Grandi della nostra tradizione letteraria, primo fra tutti il Sommo Dante. La ricchezza della nostra ricerca consiste nel viaggio più che in “Itaca”, ci ha suggerito più recentemente Konstantinos Kavàfis.

Perciò, Presidente, io non ho paura della valutazione. Né della riduzione dei giorni di vacanza e, in fondo, non mi interessa la meritocrazia per un aumento di stipendio. il sacrificio come amore per la vita è segnato nel mio cammino. Del resto, ahimè, alla mia età non c'è da temere nient'altro che gli acciacchi della vecchiaia. Eppure, nonostante gli anni, amo questo mio lavoro sempre di più, perché amo i giovani che mi vengono ogni anno affidati e che mi permettono di continuare a scoprire le meraviglie della creatura umana e di capire un po' meglio me stessa attraverso il dialogo con loro, un dialogo mediato dalle materie che insegno e che ugualmente amo, perché anch'esse sono testi umani, fonte di scoperta e di conoscenza dell'universo interiore e di quello finito e infinito che ci circonda.

A questo punto interviene la difficoltà di raccontarle, succintamente, quanto danno hanno arrecato alla scuola le ultime cosiddette Riforme, innanzitutto quella di Luigi Berlinguer, sostenuta da quei Sindacati che oggi, non capisco perché, ostacolano la Sua, che, stando alla presenza dello stesso Berlinguer all'evento di presentazione della Buonascuola e alle dichiarazioni più volte espresse dagli esponenti del Miur, è la naturale prosecuzione di quella riforma.
Di quella Riforma, come della Sua, disapprovo l'introduzione e la conferma dell'Autonomia. Delle altre, soprattutto di quella del Ministro Gelmini, preferisco non parlare, potrei scivolare nel turpiloquio.

Dacché esistono l'Autonomia scolastica e il P.O.F. nella scuola è intervenuto il disastro. L'organizzazione delle attività è stata tutta spostata sul profitto, ovvero su come gestire il cosiddetto budget d'istituto, invertendo il processo naturale della programmazione educativo-didattica. Non solo. Di anno in anno, una molteplicità di interessi di vario genere ha inficiato l'attività didattica. Una marea di progetti ha distolto gli studenti dallo studio delle materie, e quindi da una buona formazione delle competenze logico-linguistiche, proprio quelle stesse competenze che si pretende di verificare con i test INVALSI. Se lei prendesse visione del diario di quest'anno scolastico, ormai prossimo alla fine, si renderebbe conto di quante ore di lezione mi sono state rubate da svariate attività extracurricolari.
Ora io le voglio chiedere:
  1. Un progetto che voglia indurre a riflettere sulla legalità è insito, tanto per fare qualche esempio, nella lettura dell'opera di Cesare Beccaria o di suo nipote Alessandro Manzoni?
  2. L'ecologia e, per esempio, la questione della “terra dei fuochi”, sulla quale tanto si ciancia anche per andare in “vetrina”, non è presente anche in alcune odi di Parini e nei contenuti del programma di scienze?
  3. Le tragiche vicende dei naufraghi, dei richiedenti asilo, dei vinti non sono vive e strazianti nei grandi testi della letteratura mondiale, da Omero fino a Khaled Hosseini?
  4. Il dibattito sulla conoscenza continua, sull'unità del sapere, sulla civiltà e il progresso non è scritto a lettere di fuoco nel De rerum natura di Lucrezio?
  5. E i drammi del cuore umano non sono rappresentati nell'immortale Teatro Greco e cantati nella lirica classica?
  6. E l'esempio di un' eloquenza bella e schietta (O tosco che per la città del foco vivo t'en vai così parlando onesto...) non è diffuso nella grande oratoria classica, nella poesia, e nella saggistica della letteratura?
  7. E la questione della verità in fuga e baluginante nel panorama interculturale del mondo globalizzato non la si coglie studiando le scoperte della fisica moderna?
Potrei continuare per pagine e pagine per dimostrarle che nello studio delle materie c'è la possibilità di fare esperienza della vita e del mondo.

Tutta questa ricchezza l'Autonomia l'ha dissipata. Ancora, per fare un esempio concreto, per andare a vedere il film di Martone gli alunni della quinta classe hanno perso un'intera mattinata di lezione, nonostante ci fosse la possibilità di assistere allo spettacolo, di pomeriggio, in tutti i cinema del circondario. Ma la figura strumentale addetta al P.O.F. così aveva decretato. Malignamente penso a chi ci ha guadagnato. Si trattano dei diciottenni come degli incapaci di scelte culturali e poi si proclama la centralità dello studente! E, in sordina, si ritengono gli insegnanti ignoranti e inadeguati, fermi al “pessimismo” del poeta di Recanati e insensibili al quel pensiero lucido e progressivo raccontato nelle Operette Morali e dolorosamente dipinto nelle ultime poesie, Il tramonto della luna e La ginestra. “Ahimè, gli uomini hanno amato le tenebre piuttosto che la luce!” E il rafforzamento dei poteri del Preside e delle figure del suo staff renderà ancor più tenebrosa l'Autonomia.

Non prenda, Presidente, queste mie parole come il lamento di una prof frustrata. Le legga piuttosto come l'elegia civile di una donna che spera che il meglio deve ( e può) ancora venire.
Per questo, La prego di rivedere il punto dell'Autonomia. È quello che mi preoccupa di più. Di fatto il progetto formativo è diluito e disperso in rivoli aridi, che si seccano e non arriveranno al mare, a quell'orizzonte che schiude le possibilità infinite del pensiero.

Inoltre, se vogliamo menzionare anche la questione della valutazione, credo che essa debba puntare sulla esperienza cognitiva e metacognitiva dei docenti, a partire dalla competenza disciplinare e dalla capacità di darle un senso nella relazione educativa. È difficile, lo so. Ma in qualche modo lungo il cammino accadrà la luce. In questo senso credo che vadano formulate le regole per i concorsi che in futuro regaleranno fresche forze alla scuola. C'è molta strada da fare, ma non abbia troppa fretta, Presidente! Soprattutto La esorto a non sottomettere la scuola alla crisi occupazionale, se Lei autenticamente ritiene che una buona scuola inventerà l'Italia buona e bella che c'è ma è celata, sopraffatta dal chiasso dei “gufi” ;).

Approvo, naturalmente, l'incentivazione da spendere in beni culturali e sostengo fortemente l'iniziativa per l'autoformazione permanente. Al riguardo posso dirle che negli anni passati, grazie alla freschezza culturale e all'intelligenza di un collega, abbiamo inventato un'attività di questo tipo, non remunerata da nient'altro che dalla nostra soddisfazione. Eravamo una decina di insegnanti sì e no. Avevamo dato ai nostri incontri il titolo di “caffè pedagogico”. E si partecipava solo per il piacere di studiare e discutere. Niente vetrina, niente soldi. Ora non si fa più. La maggior parte dei partecipanti è andata in pensione. I giovani non hanno tempo. Sono proni alle scelte del P.O.F.
Che ne pensa, Presidente? Spero di ricevere una sua considerazione, anche se volesse rottamarmi ;). 

In attesa, La saluto cordialmente,
Giuseppina Imperato








domenica 15 febbraio 2015

Alcesti: il dono e l'ospitalità


Misterioso è l'affiorare di un ricordo, come il formarsi dei sogni. Un turbamento all'origine di entrambi, conscio o inconscio, smuove l'opacità del quotidiano, la fruga, e fuga nebbie stratificate. Meraviglia e dolore scuotono la normalità.
Così è affiorata Alcesti, eroina dimenticata, tenera e coraggiosa in attesa della morte, Tànato, che vanta con Apollo il tocco funesto della sua spada e gode della gloria di rapire una giovane vita.

Qualcuno, forse, si chiederà chi sia Alcesti. Alcesti è la moglie di Admeto, il re di Fere, in Tessaglia. La sua storia fu messa in tragedia da Euripide.
Quando il destino di morte fu decretato per Admeto, Apollo ottenne che qualcuno potesse offrirsi al suo posto. Ma nessuno accettò questo sacrificio, nemmeno i genitori dello sfortunato re. Solo la sposa Alcesti donò la sua vita per la salvezza di Admeto.

La tragedia mette in scena il culmine della sventura abbattutasi sulla casa di Admeto. Dopo il suo ingresso nell'orchestra, il coro commenta il dolore e piange la regina sposa e madre. Ci attraversa il cuore una frase - Quando sui buoni piomba la sciagura, triste divien chi buono è per natura – perché ci fa pensare a come il dolore si espanda dall'individuo alla comunità, quando ancora il sentimento della morte non sia stato rimosso e fugato da un voler ignorare a tutti costi il destino dell'uomo.
Lo stesso Admeto, del resto, accetta il sacrificio della sposa. E giustamente il re Ferete, incolpato dal figlio come responsabile del sacrificio di Alcesti, perché, nonostante la tarda età, ha avuto paura di morire al suo posto, gli rinfaccia che lui stesso ha avuto orrore della morte.
Nel dialogo tra padre e figlio si manifesta il pensiero del buon senso comune, e cioè che la vita è cara più d'ogni altro bene e che nessuno vuole perderla neppure chi è vecchio e cosciente del tempo esiguo che gli rimane. Il logico buon senso fa dire a Ferete - La luce t'è cara. Pensi che al tuo padre cara non sia? Della mia vita, certo, poco mi resta; e il poco è pur dolce: ben lunghi giorni sotterra passerò: ma tu, tu combattesti svergognatamente, per non morire; e vivi; e sei sfuggito al tuo destino, e uccisa hai la tua sposa.-

La sposa Alcesti mentre sente che lo spirito vitale l'abbandona è soprattutto la madre che, smarrita, saluta le sue creature scongiurando gli dei di allontanare da loro un triste destino. La fragile e generosa Alcesti non è per niente plateale, è un'eroina dimessa e casalinga, osa appena appena implorare Admeto di non dare ai suoi figli una matrigna. Lei che muore anzi tempo per amore sa bene che il tempo guarisce le perdite e che Admeto si consolerà prima o poi della vedovanza. 
La storia si svolge nella casa di un re, ma la grandezza di Euripide è in quel suo rappresentare la tragedia della normalità smorzando i toni e sfatando i miti.

Ma cosa c'è di più eroico di un dono così grande offerto nel silenzio domestico? Questa eccezionale dimensione la comprende bene Eracle che viene ospitato da Admeto proprio nel momento in cui si compiono i funerali di Alcesti. L'eroe non sa quale lutto abbia colpito il re di Fère, ma, conosciuta la verità, scende nell'ade e combatte con Tànato fino a che non gli strappa Alcesti e la riconduce alla vita. 
La tragedia termina con l'incredulo Admeto che si vede consegnare dal figlio di Zeus una sconosciuta da ospitare. Quella sconosciuta che tace misteriosa innanzi a lui è la sua sposa. Ad Alcesti, dice Ercole, non è concesso udire le voci di chi l'ama “se pria non venga purificata dagli influssi inferni, e giunga il terzo giorno”
Il dramma si chiude con l'espressione di giubilo di Admeto che esclama la sua felicità, mentre noi ci sorprendiamo a meditare sulla bellezza e la verità del senso di questa storia: il dono della vita e il dono dell'ospitalità sono più forti della morte.



lunedì 1 dicembre 2014

Ritratti in memoria



Solo un mese e anche il duemilaquattordici sarà passato. Negli archivi si accumulano i documenti a disposizione di chi scriverà la Storia. Trascorrono in attimi i secoli e si addensano, frantumati, negli eventi che sembrano i più importanti. Le immagini fermate non sempre le riconosciamo come nostre. Per noi che ancora ci siamo, è presente e vivo il passato che custodiamo attuale alla memoria. 
Nel silenzio di quest'autunno indolente, mentre pare che le foglie non vogliano cedere e abbandonare il ramo, si incidono, presenti e vivi, i volti di coloro che sono fuggiti via, oltre, e fuori dalla corsa affannata dell'anno, e  hanno tagliato il traguardo, vincendo sul tempo.

Tonino

Moro, irridente e sensuale, come un pescatore amalfitano modellato dalle onde, volgevi alle cose della terra lo sguardo ammiccante, come il guizzo di luce che tante volte avevi contemplato sul mare splendido e beffardo, palpitante e malinconico. Lasciasti la torre angioina, quasi generata dalle stesse rocce a guardia del mare, per approdare sulla rena lavica di un'altra città marinara, un'altra Torre, dalla quale spiavi un altro orizzonte. Proprio come Ntoni Malavoglia, avevi salutato un pugno di case biancheggianti nel riverbero azzurro di cielo e mare, perché volevi un'altra vita. E l'avesti. Ma sapesti mantenere l'antica saggezza nella nuova avventura. Hai seminato semi buoni. Ora sei tornato alla salda torre angioina, in quell'incredibile azzurro, sorridente pulviscolo disperso nell'etere, diffuso nel mare.

Luigi

Mi telefonavi all'improvviso e rallegravi i miei difficili vent'anni coi tuoi inviti generosi che hanno scavato nella mia vita il meglio di quella che sono.
-Stasera io e mia moglie ti portiamo al cinema, svelta, preparati. Si va al No, una sala d'essai. Poi ci faremo una pizza in Piazza Bellini -.
E così, si stellava, imprevedibilmente, una sera caliginosa della mia verde età.
L'emozione mi vela le pupille nel dirti la mia gratitudine, Amico mio. M'hai amata come la figlia che desideravi, o come una sorellina che non avevi. Mi insegnasti il bello, tracciando linee sul tavolo da disegno dello studio. Mi conforta tuttora il ricordo dei libri multicolori posati tra gli scaffali bianchi di quella libreria che m'innamorò e che reinventasti per me, quando andai sposa.
Quante volte, nella risata che ti scuoteva nervosamente le gambe accavallate sulla poltrona catalana accanto al fuoco, ho sentito la tua paura della vecchiaia e della morte!
Quarant'anni fa, appena ieri... adesso!
La mia semplicità ti dava gioia. A questo pensiero si addolcisce il rimpianto, mentre mi sembra di riascoltare, insieme a te, lo scorrere maestoso della Moldava o l'incrociarsi frenetico delle Danze Ungheresi, come eravamo soliti fare in quel tempo che per me non sarà mai passato.
Ti so, comunque, placato. Ti vegliano ora le argentee chiome degli amati olivi, ondeggianti su quelle colline che ancora riecheggiano la storia di Carlo Pisacane, la stessa vicenda che – te ne ricordi, Luigi? - mi portasti a vedere al cinema No, quella sera di tanti anni fa.

Natale

Una mezzaluna crescente illumina l'ultima notte di questo novembre. Aspettiamo il Natale.
Che strano il ritorno del tempo andato, mentre l'anno declina!
Altri autunni si accendono nella memoria. Quelli vissuti nei collettivi di partito negli anni Settanta. Le sezioni con le pareti tappezzate di manifesti: le bandiere rosse con la falce e il martello, il Quarto Stato, i ritratti di Gramsci e del Che. La luce giallognola era calda come i progetti e le speranze.

E tu, compagno Natale, nel sorriso buono parlavi di quelle speranze. 
Mi comprendesti nella mia ingenua partecipazione, e mi volesti subito bene. Io lo sentii e tu capisti che mi fidavo del compagno alto e dinoccolato, dai gesti pacati, intento ad osservare un'ardente compagna sconosciuta. Quando mi incontravi per strada ti fermavi a parlarmi, schivo e dolce, ma non sapevi celare il piacere di vedermi. 
Di questo tuo affetto discreto ti sono grata, anche oggi, compagno Natale!